Uncle Tom

23 marzo 2011 § 2 commenti

Un brutto post su Di Benedetto, Bender, la nazionale italiana e le partite di calciotto dove gioco io, scritto per gli amici di inutile, al quale nemmanco lo propongo, ma se vogliono sta qua e in effetti è loro.

Lunedì prossimo, il 28 marzo, l’AS Roma sarà ceduta ai nuovi proprietari ammerigani, in particolare il rubizzo zio Tom Di Benedetto planerà in Roma per apporre le agognate firme. Molteplici le reazioni der mondo de politica-pallone-eccetera. I tifosi — che all’insensata notizia di un interessamento da parte della casa reale di Abu Dhabi (sic!) si erano travestiti da sceicchi (ri-sic e vedi sopra) (ma c’è una casa reale ad Abu Dhabi, o mi confondo io?) « Leggi il seguito di questo articolo »

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Il fruscio dell’essenziale

13 dicembre 2010 § Lascia un commento

Un modo molto confidenziale di visitare una fiera del libro. O in altri termini la trascrizione meccanica delle osservazioni di Lucio Bondì, Giacomo Buratti e Federico di Vita al Palazzo dei Congressi dell’Eur. Dove dal 4 all’8 dicembre c’è stata Più Libri Più Liberi 2010. La registrazione è stata fatta per prendere appunti per una cosa che forse non scriverò mai, ma niente – niente – toglierà dalla testa di Lucio Bondì che il mio intento fosse quello di buttare giù un fantomatico “articolo”, e quindi come appunti-conservati-dove-non-si-dovrebbe e come “articolo” riportiamo l’esclusiva conversazione qui, in esclusiva (confidenziale) solo su la Collana della Regina.

[ps. Come siamo potuti uscire senza subire neppure un tentativo di aggressione, neppure un ceffone, è da oggi ufficialmente considerato il quarto mistero di Fatima].

FEDERICO DI VITA: Siamo qui a Plpl 2010, allora be’, partiamo. Vogliamo dire cosa ci aspettiamo da questo guazzabuglio, così, prima di visitarlo per l’ennesima volta?
LUCIO BONDI’: Be’, intanto che ci sono quattro tipi di editori, una nicchia del 5% che sono quelli che fanno dei libri normali che potrebbero interessare a qualcuno, poi un circa 50% sono editori di esoterismo, per esempio “Curarsi con le essenze di maggiorana”, oppure “Il potere segreto delle tue mani” e cose simili. Adesso poi le cercheremo e le appunteremo. Terza categoria un tizio pseudo intellettuale sui 33-35 che ti spiega che lui ha fondato una casa editrice, la casa editrice ha pubblicato il suo libro, che parla di un giovane che cerca lavoro in questa Italia e intanto si innamora e poi però si lasciano. Di questo chiaramente non gliene frega niente a nessuno. Il quarto tipo sono editori iper-specializzati che hanno una collana di 140 titoli su come far crescere le piante officinali in un ambiente chiuso. Oppure su tutte le meraviglie della costiera di fronte a Savona, 240 titoli. E cose simili. « Leggi il seguito di questo articolo »

Idiotismo continuo

28 maggio 2010 § 2 commenti

Un sonetto di Teo Baracca

55. La storia de Tranquillo
La storia de Tranquillo è llunga storia
narata in antri tempi có ddovizzia
aqquanno se crepava l’avarizzia
nér riccontà ‘na trama meritoria

N’ c’è prescia[1] pe la via affabbulatoria,
parole su pparole in amicizzia,
‘r dettajo, l’antefatto, ‘na malizzia
Allunga la minestra, l’oratoria

Ar giorno d’oggi ‘nvece annamo ar fatto
strignemo sur riassunto condenzato
La storia de Tranquillo è ccorta affatto

Ar dunque, senza fronzoli né ttatto:
Je dissero “tranquillo!” e ss’è ffidato
Tranquillo, fu ccosì, morì inculato

Roma, er 31 de marzo der 2k8

[1] Non c’è fretta

Un sonetto di G.G. Belli

L’uomo bbono bbono bbono[1]
Ah! er bene che mme porta Monziggnore
è ccosa da nun crédese, Bbastiano.
T’abbasti a ddí cche, ppovero siggnore,
m’ha vvolzuto ammojjà co le su’ mano!

E bisogna vedé si ccon che amore
cúnnola[2] el pupo mio che jj’è ffijjano![3]
Via, propio è un gran padrone de bbon core,
un gran bravo prelato, un bon cristiano!

E la notte che Nnanna ebbe le dojje,
10nun pareva che a llui fussino presi
cueli dolori in cammio de mi’ mojje?

Tutta la pena sua, la su’ pavura,
era, perché la fesce de sei mesi,
che jje morissi in corpo la cratura.

Roma, 30 novembre 1832 – Der medemo

[1] A Roma è quest’adagio: Tre volte buono vuol dir coglione.
[2] Da cunnolare (cullare).
[3] Figlioccio.

Sotto: la vista su Roma dalle finestre di casa mia
[I sonetti di Teo Baracca si trovano un po’ sparsi per l’internet – ma soprattutto qui. I sonetti di Belli stanno tutti di qua.]

Intervista esclusiva a Davide Maestro

15 marzo 2010 § 6 commenti

Non posso negare di essere in ansia per l’incontro con Davide Maestro. Sono la prima ad intervistarlo faccia a faccia, da quando ha deciso di rinunciare ai messaggi in codice nascosti tra le pagine dei quotidiani cui affidava le risposte alle domande che dovevano essergli recapitate tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.
La sua agente mi ha spiegato che la rinuncia è avvenuta dopo la discussione con Paolo Di Stefano e il Corriere della Sera. Sembra infatti che Di Stefano avesse interpretato come messaggio di Maestro le prime lettere di ogni riga di un articolo sull’Isola dei Famosi, mentre la risposta dello scrittore era da leggersi collegando le prime lettere di ogni riga di un articolo sull’alopecia. “La cosa assurda”, mi ha detto l’agente, “è che quello che veniva fuori in entrambi i casi era identico.”

L’appuntamento è a un bar nel centro di Roma. Quando entro lo trovo ad aspettarmi seduto a un tavolo nell’angolo più buio del locale. Indossa una sciarpa di lana grossa blu e verde, una giacca sportiva, un paio di sandali e i pantaloni rossi di una tuta. Ci salutiamo e mi chiede se voglio bere qualcosa. “Io ho già qui il mio vermouth”, dice. “Ho appena fatto colazione”, rispondo.
Non si trovano in giro molte foto di Maestro. Sulla quarta di copertina dei suoi due libri appare con gli occhiali, il naso e i baffi finti à la Groucho Marx. Su internet sono disponibili solo primi piani sfocati e foto di gruppo in cui lo scrittore fa capolino dalle retrovie. Ora che ce l’ho davanti, però, sono costretta a dare ragione a chi parla del suo fascino come qualcosa di irresistibile.
Devo stare attenta a non fargli l’occhiolino.
Devo anche stare attenta a non fargli domande che non riguardino il suo ultimo romanzo. “Se gli chiedi quello che ha mangiato ieri sera”, mi ha detto la sua agente, “si alza e se ne va. Magari ti pesta un piede”. Quindi, non solo niente domande sulla sua presunta partecipazione alla stesura della sceneggiatura dei film di Giovanni Veronesi, ma devo anche tacere sul suo progetto di rivista letteraria, il cui primo numero dovrebbe uscire nel giro di pochi mesi.
Il tutto è ancora avvolto nel mistero. Quello che è trapelato finora è che la rivista dovrebbe uscire da una medio-piccola ma dinamica casa editrice romana e dovrebbe chiamarsi Corona. Sottotitolo: Quadrimestrale di letteratura, vita e cazzi vari [la parola sottotitolo è nel sottotitolo]. Tra i nomi dei possibili redattori che sono emersi nel dibattito accesosi a riguardo nei principali lit-blog che affollano la Rete, spiccano quelli di Tommaso Pincio, Susanna Tamaro, Loredana Lipperini e Franz Krauspenhaar. Ma ovviamente non sono mancati quelli che, più o meno malignamente, hanno ipotizzato che l’intera rivista potrebbe essere redatta esclusivamente da Maestro, che si nasconderebbe dietro vari pseudonimi.

Gli chiedo se dopo questa intervista ha intenzione di concederne altre. “Prima vediamo come va questa”, risponde. Poi ordina altro vermouth.
Al centro del suo ultimo romanzo, Le tartarughe lo fanno meglio (Minimum fax, 21 euro), c’è un giovane intellettuale che vive nella Capitale e combatte contro il proprio gemello cattivo, il quale tenta – quasi in ognuna delle 460 pagine – di impedire al protagonista di scrivere un romanzo erotico sulle tartarughe marine. Gli chiedo quanto ci sia, in tutto questo, di autobiografico.
Maestro, il protagonista del suo romanzo e, ovviamente, il suo gemello hanno tutti ventisette anni e non sono estranei agli ambienti dell’intellighenzia capitolina. Lo scrittore si è laureato in linguistica con una tesi sul linguaggio degli addestratori di animali marini. Il suo romanzo d’esordio (Te l’ho detto cento volte: mi chiamo Maestro Davide, Ponte alle Grazie) è stato salutato dalla critica come un piccolo gioiello, capace addirittura, secondo alcuni, di “inaugurare un nuovo genere letterario: la narrativa post-intelligente“.
“Non potremmo essere più diversi”, spiega Maestro. “DM, il protagonista del libro, capisco che a un occhio inesperto e superficiale possa sembrare simile a me, ma chi mi conosce bene sa che lui si caccia in situazioni e dice cose che con me non hanno e non avrebbero mai nulla a che fare. Per esempio, quando nel secondo capitolo si fionda in un ristorante di Fiumicino e inizia a gettare a terra tutti i piatti di pesce e poi entra in cucina e butta il cappello del cuoco nella friggitrice della paranza”, ride, “ecco, quello non lo farei mai. Anzi, non sono nemmeno mai stato oltre l’aeroporto, a Fiumicino”.
Si ferma per scolarsi il vermouth e riprende. “E’ la stessa cosa successa col primo libro. Come se dato che c’era il mio nome nel titolo tutto quello che veniva dopo dovesse per forza essere vero. Io non ho mai ammazzato nessuno. Non l’ho fatto. Né ho intenzione di farlo. No. Niente omicidi. Niente di niente. Amen.”
A questo punto ordino da bere anch’io. Approfittando dell’imbarazzante silenzio che si è creato, gli chiedo se non si sentisse sotto pressione mentre lavorava a questo secondo libro, dato l’entusiasmo con cui era stato accolto il primo.
“Be'”,  dice, “la pressione c’era. Eccome, se c’era. Si aspettavano tutti qualcosa che fosse più che all’altezza dell’esordio. C’è stato un periodo in cui ricevevo anche dieci mail al giorno da Ponte Milvio. Per fortuna i due mesi che ho passatto allo Zoomarine per le ricerche sul campo mi hanno aiutato a stare coi piedi per terra. E poi finalmente il libro è uscito. E sembra che stia andando bene, no?”

Davide Maestro, in pochi anni e con due soli romanzi pubblicati, si è imposto come figura centrale nel panorama letterario italiano. Molti si sono interrogati sul fenomeno. Secondo Wu Ming 1, lo scrittore romano sarebbe una “Liala della letteratura 2.0”. Resta il fatto che i fan più accaniti di Maestro non esitano a paragonarlo a Salinger e a Brizzi, e ovviamente non hanno tardato a creare gruppi su Facebook che inneggiano a lui e ai personaggi dei suoi libri. A chi li accusa di essere uguali ai fan di Moccia, loro rispondono che, a differenza di Moccia, “Maestro fa letteratura”.
Gli chiedo se si rende conto di essere diventato un culto che sta ormai varcando i confini dell’underground. Sorride e mi risponde che si sente come il vincitore di un talent show della tv. Guardandomi dritta negli occhi aggiunge: “Ho anche la mia Mara Maionchi”.
Sorrido e gli faccio l’occhiolino.

Foyer du cinéma #1

20 gennaio 2010 § Lascia un commento

Cinema Barberini
Piazza Barberini, 24-25-26
00100 – Roma

19/01/10 19:15
Avatar 3D

Andiamo di corsa ché è tardi. Le scale mobili le facciamo volando. Come sempre in questi casi, il treno non passa e cammino nervosamente in circolo sulla banchina. – La metro B è bloccata da stamattina -, dico a mia sorella. Lei guarda l’orologio. Sono già le sette. Stiamo andando al Barberini a vedere Avatar in 3D.
– Per fortuna l’uscita della metro è proprio davanti al cinema -, dico. Nonostante questo, quando apriamo le porte a vetri del multisala sono ormai le sette e un quarto. C’è la fila. E’ aperta solo una cassa. In fila ci stanno una suora e un prete. Sono giovani, sembrano sudamericani. Penso che forse non ho mai visto un prete e una suora fare la fila al cinema.
Sentiamo la cassiera dire che per Avatar ci son rimasti solo posti laterali. Mi sento un idiota. All’improvviso, come se qualcuno mi avesse rovesciato qualcosa addosso, mi sembra che stare lì a fare la fila dietro a quel prete e a quella suora sia del tutto inutile. Mi sembra che il film non abbia alcun bisogno di me per essere visto. Dico a mia sorella di uscire. Le mi dice – Va bene -.
Guardiamo gli orari delle proiezioni sul foglio appesso fuori la porta.
– Lo fanno all’una, in 3D e in versione originale. Se domani mattina non hai lezione potremmo andarci -. – Domani c’è lo sciopero della metropolitana -, dice.
– Ma magari ci stanno le fasce garantite. All’una e coi sottotitoli, non dovrebbe esserci gente -.
– Non lo so. Adesso che si fa?-.
– C’è un altro cinema, più su. Possiamo andare a vedere che fanno -.

****

Cinema Fiamma
Via Bissolati, 47
00100 – Roma

19/01/10 20:00 Sala 1
La prima cosa bella

Prezzo: 7,50 euro

Io e mia sorella viviamo insieme da quando è nata (io sono più grande), eppure adesso che camminiamo per via Barberini stiamo in silenzio e io la precedo come due che non vanno nemmeno dalla stessa parte. Non è che non le voglia bene, né che lei ce l’abbia con me per qualche motivo. In realtà, non lo so.
Aspettiamo che il semaforo diventi verde e attraversiamo la strada. Al Fiamma alle otto c’è La prima cosa bella. Manca ancora mezz’ora. Le dico che potremmo cercare un bar per prendere qualcosa. Ho fame, non ho pranzato. Lei dice – Va bene -.
Via Bissolati è una sfilza di banche. Al primo incrocio decidiamo di tornare indietro. Le chiedo dell’università, degli esami. Lei mi racconta delle aste su eBay per accaparrarsi un cellulare. Alle otto meno un quarto entriamo per fare i biglietti.
– Qui all’intervallo c’è un tizio in uniforme che entra in sala a vendere roba da mangiare -, dico.
Mentre cerco i soldi nel portafogli la porta del cinema si apre e entrano Raul Bova e la moglie. Non so perché faccio finta di non accorgermene. Mi faccio da parte mentre la cassiera baldanzosa dice – Ditemi! -. Lui prende due biglietti per il nostro stesso film e esce. Mia sorella mi sfiora una mano e sussurra – L’hai visto? -. Io dico di no.
Entriamo in sala e ci sediamo. Poco dopo Raul Bova e consorte si siedono nella fila davanti alla nostra. Mia sorella me lo indica.
Accanto a me c’è un signore sovrappeso che sembra che russi ma è sveglio.
Quando il film finisce e usciamo in strada, per non far vedere che ho pianto dico – Pediniamo Raul Bova -.

Pochi consigli per sopravvivere a una brutta storia

8 gennaio 2010 § 6 commenti

Fate conto di stare a un pranzo o a una cena come quelli cui avete preso parte durante queste feste. La casa non è la vostra, i commensali sono un misto di parenti, parenti acquisiti, parenti che non credevate di avere, amici dei parenti, amici di qualcun altro, un paio di persone la cui presenza è per voi del tutto inspiegabile. Fate conto che a un certo punto, tra l’ultima portata e il
dolce, uno di questi – mettiamo, un parente acquisito – se ne esca con una storia. Capite che sta per racccontare qualcosa perché si sporge sulla sedia, raddrizza la schiena e aspetta che ci sia un attimo di silenzio. La storia fate che sia quella del pestaggio di due rumeni ubriachi a opera di chi racconta e di due suoi colleghi; rumeni colpevoli, oltre che – a quanto pare – di ubriachezza molesta, di essersi avvicinati con fare minaccioso a due ragazze, senza tuttavia rappresentare una minaccia reale, essendo – sempre a detta di chi parla – “troppo ubriachi per fare qualsiasi cosa”. Forse la parola pestaggio non è la più azzeccata, però. Chi parla descrive la scena come: due tizi presi a calci da noi tre. Ma qui viene il bello. Non esce fuori da un palazzo che si affaccia sulla via centralissima di Roma dove è avvenuto il fatto una mezza matta che si mette a strepitare minacciando i tre di denuncia? Vuole sapere i loro nomi. Dice di aver chiamato i vigili urbani. Che poi in effetti arrivano e domandano della rissa, riconoscono i tre colleghi – in quanto anch’essi membri delle forze dell’ordine – e sorridono, e si sentono rispondere “se li cercate, dovrebbero stare sdraiati là dietro”.
Forse vi aspettavate una barzelletta.
Potrebbe anche darsi che la persona che ha appena parlato già non vi fosse tanto simpatica. Se siamo sulla stessa lunghezza d’onda, è probabile anche che non avevate nessuna stima per lui. Ora vi starete chiedendo qual è il livello sotto a questo nella scala della considerazione. Fate conto che sia quello in cui alle locuzioni educate si sostituiscono più sintetici insulti. Nonostante tutto, però, preferite ragionare (sarà anche solo per distinguervi). Decidete che, in fondo, quello che avete appena ascoltato è un racconto in cui le relazioni di causa ed effetto sono rigidamente mantenute. Il narratore è, come già accennato, un uomo delle forze dell’ordine, che adesso è impiegato come autista per un tizio che una volta ricopriva una carica istituzionale ma che adesso è un semplice pensionato – certo, non tanto semplice se può usufruire di un autista pagato dallo Stato. A dirla tutta, autista è riduttivo. Il nostro narratore è più un factotum: scarrozza in giro per l’Italia il pensionato e altri membri della sua famiglia, ritira pacchi, consegna pacchi, porta buste della spesa. All’occorrenza, tiene d’occhio i nipotini del capo. E’ un lavoro che a voi potrà sembrare addirittura umiliante, ma che per il nostro è motivo di orgoglio, dato che gli permette di entrare in contatto col Mondo Che Conta, con la cosiddetta Roma Bene, con Quelli Che Decidono Le Cose Importanti. Direte che in questo mondo sì, ci entra, ma dalla porta di servizio, e per restare negli alloggi della servitù. Avete ragione, ma a lui sembra non importare affatto – sempre che se ne sia accorto. Se non se n’è accorto, tuttavia, in qualche modo – ne siete sicuri – ne deve avvertire il peso. Ed è ovvio che questo peso lo vada a scaricare su chi sta messo peggio di lui, su chi, in scala, con lui ha lo stesso rapporto che lo lega all’ambiente cui si illude di appartenere. C’è niente che dica Italia Berlusconiana meglio di questo? Fate conto di no.
Adesso che avete messo tutti i pezzi nell’ordine giusto dovreste sentirvi non dico sollevati, ma almeno rassicurati dalla distanza che avete posto tra voi e l’oggetto della vostra analisi. Eppure non siete in pace. Quello che ancora vi tormenta – ve lo dico io – è ilmodo. Il modo innocente e innocuo, il tono della voce tranquillo e a tratti giocoso di chi ha raccontato quella storia. Come se avesse detto di quando ha trascorso il Natale in montagna appena sposato, o dell’ultima marachella del più piccolo dei suoi figli. Come se stesse spiegando le regole di un gioco di carte. Certo, dovete anche mettere in conto il fatto che avete inventato una scusa per andarvene e ve la siete data a gambe. Ma, insomma, conta più quello.

La prima interessantissima querelle letteraria dell’anno

4 gennaio 2010 § 6 commenti

Suscita scalpore il progetto lanciato dal blog della casa editrice romana Minimum Fax, minima&moralia: creare una Lega delle piccole e medie case editrici che popolano la penisola, la Pli’n’Plì (da Più libri. Più liberi, la fiera della piccola e media editoria che si tiene ogni anno proprio a Roma). Secondo gli ideatori dovrebbe essere “un’occasione unica di autocoscienza, la creazione di una rete di scambi di idee e manodopera a basso costo – magari di stagisti”. Dopo solo un’ora dalla pubblicazione del post in cui si parla della Pli’n’Plì, sono quindicimila gli editori che si dimostrano interessati: una piccola parte, che lascia però ben sperare.
Quando le case editrici che aderiscono toccano quota quarantamila (un terzo del totale) e a Minimum Fax si preparano a brindare, sorgono le prime complicazioni. Un anonimo traduttore di manuali di self-help denuncia che, sottoscrivendo il patto-Minimum (o, come viene presto ribattezzato, il MinCulPax), tutte le traduzioni dall’inglese e “da altre lingue da concordare con gli editori stranieri” sarebbero state affidate a Martina Testa. Da Ponte Milvio non arrivano smentite: in effetti, la clausola-Testa si ritrova in una minuscola nota a piè di pagina nel PDF dello statuto della Lega Pli’n’Plì scaricabile dal loro sito, nota leggibile solo quando Adobe Reader non fa le bizze. Con la scoperta di altre note simili a questa, non tardano ad arrivare altre polemiche.
Gianni Biondillo su Nazione Indiana scrive: “VOGLIO NOMI E COGNOMI! Voglio prove, documenti, fatti, non sottintesi, ammiccamenti, strizzatine d’occhio”. Gilda Policastro, sullo stesso blog, ribatte: “Nomina sunt consequentia rerum”. Dalle pagine del Primo Amore, Carla Benedetti commenta: “È una mania tutta italiana quella di fabbricarsi dei piccoli teoremi storico-epocali per magnificare ciò che si fa”. Per Wu Ming I si tratta di: “Gente ancora convinta di trovarsi all’epicentro dei processi di legittimazione culturale, quando invece è ai margini estremi di una periferia dei discorsi e – soprattutto – delle pratiche. Tutto avviene già altrove”. Vibrante la denuncia di Loredana Lipperini: “Un tantino desolante”.
Mettendo insieme i pezzi viene fuori che il vero progetto di Minimum Fax è quello di asservire l’intero complesso della piccola e media editoria, allo scopo di pubblicare libri i cui titoli, letti uno di seguito all’altro, formino l’opera omnia di Raymond Carver. Per esempio, la casa editrice Nutrimenti sarebbe stata costretta a pubblicare un volume sulla politica italiana degli ultimi vent’anni dal titolo C’era questo cieco; Un amico di mia moglie sarebbe stato, per contratto, un libro di Giulio Perrone; per la collana “Haiku” di Empiria sarebbe uscito Che doveva arrivare per passare; La notte da noi sarebbe stato un romanzo ambientato nel mondo delle gang-bang edito da Las Vegas Edizioni.
Tocca a Luca Briasco risolvere la questione. Ospite di Fabio Fazio, l’editor Einaudi propone di sacrificare una ciocca della sua folta capigliatura pur di vedere ristabilito l’ordine tra i Piccoli Editori e i Medi Editori (nel frattempo scissi in queste due fazioni – i primi invocando la bancarotta per Minimum Fax, i secondi puntando alla bancarotta fraudolenta). Si arriva ad un accordo: portavoce delle case editrici (solo uno ciascuna, altrimenti non c’è spazio) si riuniscono allo Stadio Olimpico di Roma. Al centro del campo, un paio di forbici posate su un’ara e Luca Briasco con una mantellina rosa da coiffeur. Le lame, ora brandite dalla parrucchiera Cinzia, scintillano ai flash dei reporter di Nuovi Argomenti e TuttoLibri, quando un dirigibile targato ilmiolibro.it oscura il cielo sopra lo stadio gremito. Dal dirigibile iniziano a cadere degli oggetti. Sembrano fogli di carta, da lontano – ma no, sembrano libri, agende, lettori dvd, iPhone.
Sbagliato: sono e-book reader.

Dove sono?

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