All The Way To Carver

12 gennaio 2011 § 3 commenti

.[una historia de Marco U. Montanaro]

No, no che non le ho detto niente. Sono arrivato lì tutto impacchettato manco le cravatte che mia madre regalava per Natale a mio padre. E lei stava al pc, c’è da scommetterci che stava cercando qualche strana malattia su Wikipedia. Ecco cosa dovevo fare: metterla in guardia. Macché, ho preso il libro dal comodino e ho iniziato a leggere ad alta voce. Si può esser più stupidi? Mettersi a leggere Carver alla donna che rivuoi indietro, una donna che non dice nulla, che non pensa nulla, che s’interessa solo di malattie dal nome strampalato che si curano con farmaci che qui neppure esistono. Raymond Carver, con tutto quel carico di fallimenti, coppie che sono sempre lì a un millimetro dal baratro, e quegli alcolisti… A proposito, a questo punto dovrei proprio raccontarvi di come ci siamo conosciuti, io e lei.

Be’, non è stato molto tempo fa. Considero “molto tempo” qualcosa che è avvenuto cinquanta o sessant’anni fa, qualcosa tipo la fondazione di uno stato minuscolo e decisamente fruttuoso per i capitali di imprenditori piuttosto ambiziosi o impavidi giocatori d’azzardo. Io e lei no, siamo più o meno come la costruzione di uno di quei nuovi quartieri residenziali appena fuori città, coi capitelli dorici e le statue di gesso che richiamano l’antica Grecia. Comunque. Ci siamo entrambi rivolti all’Anonima Scrittori, per problemi molto diversi, è lì che ci siamo conosciuti. Io ci sono finito perché non riuscivo ad estendere il mio vocabolario. Mi ha consigliato un amico di andarci, lui era completamente fuso, non faceva che scrivere da mattina a sera pur non conoscendo per niente la consecutio temporum. Lei invece, ma questo l’ho scoperto dopo, aveva avuto una storia col tizio che teneva i Corsi di Redenzione all’Anonima Scrittori. Be’, e poi scriveva, anche lei. All’epoca solo poesie, dannate donne e le loro inconsistenti poesie. « Leggi il seguito di questo articolo »

Annunci

Skype is the limit

4 novembre 2010 § 10 commenti

“Clandestina” è un libro fatto di racconti (dodici), di disegni (undici) e di sonetti (uno). E’ pubblicato da Effequ e si può comprare da qui e, dal 17 novembre in poi, un po’ ovunque.
In teoria ne avremmo dovuto parlare con in curatori, Federico Di Vita e Enrico Piscitelli. In pratica ho deciso di fare l’intervista via Skype, nonostante sapessi di commettere un grosso errore. Il risultato è che si è parlato di estetica, di aNobii, di Ruby, dei Musei Vaticani, di Salinger, di “Inception”, di cose che ho dovuto eliminare per salvare dalla galera qualcuno e di “Clandestina”.
Alla fine è stato pure divertente.

gb: Cominciamo da aNobii: adesso Clandestina ce l’hanno in dieci. A quanto pensate che si arrivi?

Federico Di Vita: La domanda vera è se ce l’avrà mai qualcuno che non fa parte del giro.

Enrico Piscitelli: Secondo me aNobii è una cosa “da giro”. Non conosco nessuna persona normale che abbia aNobii, solo autori, gente che scrive, editori ecc.

gb: Ma no, un sacco di “lettori medi” hanno aNobii.

F: Pure secondo me.

E: Va be’… Ma ‘st’intervista? La facciamo ora? Dài. Ci togliamo il pensiero. gb sta già pensando alle domande. Bravo!

F: Secondo me è basito. « Leggi il seguito di questo articolo »

Jam session 1-9

1 novembre 2010 § 1 Commento

Su un blog ormai estinto dal 3 settembre 2008 al 6 febbraio 2009 si sono inseguiti a colpi di improvvisazione Federico di Vita e Angelo Calvisi, rigorosamente in quest’ordine. Il risultato è questo.

E poi mi ritrovai tra i vani di una libreria a largo Argentina, aspettando Benedetta. Perso nel tempo dell’attesa presi a caso un libro, di Manganelli. Era ancora agosto e “oh, avevo, avevo identità; questo appunto mi crucciava, mi logorava; essere un uomo solo, Harun Al-Rashid, e nient’altro; io vedevo passare per le piazze assolate i miei soldati, i dotti, le donne segrete e fuggitive, i poeti, i santi, e mi crucciavo di poter essere solo un’unica persona, solo me stesso, un califfo pittoresco e fantasioso, e dunque tanto più chiuso nei confini senza passaporto del proprio corpo e del proprio compito. Se ero califfo era estremamente impegnativo, anche lussuoso, la sorveglianza esercitata sul mio destino era specialmente accurata. Se talora amavo travestirmi per camminare di notte per la mia città, il mio travestimento mi pesava come una bestemmia contro il mio destino: eppure tutto il mio corpo era una imprecazione. Per questo diventai un uomo da favole e, infine, riuscii a lavorare la mia immagine in modo che nessuno seppe più se ero vero o falso”, e pensai a te…

****

… e anche a te. E a te. A tutte voi, pensai, e nella mia mente i vostri corpi in un unico corpo, assemblaggio, groviglio, sperma e sangue, e dolore, e luce. E dove c’era un buco, un buco della memoria, intendo, il salto di qualche fotogramma, come quando al cinema parrocchiale, anni fa, il prete tagliava la pellicola laddove i protagonisti si baciavano, e si proiettavano sullo schermo i numeri a ritroso, dove c’era un buco, dicevo, sistemavo la calce della fantasia, per rendere solida l’impalcatura, per rendere perfetta la creatura. Assemblaggio, groviglio, ideale, assemblaggio, assemblaggio, e alla fine non eri più tu, non eri tu, Benedetta, mentre mi tiravi per il braccio, e mi svegliavi dal sonno, e mi dicevi amore… « Leggi il seguito di questo articolo »

altri due sogni di ernesto baj

27 aprile 2010 § Lascia un commento

.[di Ernesto Baj]

Puccini

Mi trovavo a Fiumicino, fuori una casa sul mare. C’era una mareggiata e pioveva, dalla grondaia l’acqua del temporale colava a fiotti gonfi direttamente sugli scogli. Non ero veramente a Fiumicino, ma nella mia percezione quella era comunque Fiumicino. La troupe entrava nella casa e una donna ci diceva di attendere. Io ero parte della troupe, ma non avevo alcun ruolo, infatti ero stagista. L’ambiente era cupo ed elegantemente vetusto, entrava poca luce dalle due finestre dell’ingresso, per via della pioggia e delle grandi librerie. Eravamo lì per intervistare Giacomo Puccini. Credevo che fosse morto Giacomo Puccini, e invece era lì che ci aspettava, per concederci un’intervista. Evidentemente controvoglia: da dove eravamo si sentì urlare e sbattere qualcosa.  « Leggi il seguito di questo articolo »

Von Leben accede alle Valli di Utagar

8 aprile 2010 § 6 commenti

Il famosissimo archeologo di Friburgo è il primo non autorizzato ad accedere all’area delle Valli, annuncia rivoluzionarie novità sulla Civiltà di Utagar – attualmente inseguito dall’esercito si nasconde nel nord del Paese

Ho ricevuto questa mattina un’insolita comunicazione via mail. A pensarci bene c’è di che preoccuparsi. Non vorrei che il mio amico Von Leben questa volta si sia cacciato in un vespaio più grosso del solito. Mi ha scritto trafelato e con una furia tale da far dimenticare la sua usuale irrequietezza. Si trova nel nord del Vietnam, in fuga – dice – inseguito da un manipolo di soldatesse del reparto speciale a guardia del Turmenebar. Si è introdotto nella regione delle Valli – le Valli di Utagar, lo sanno tutti, sono totalmente off-limits, di fatto da sempre – e lì ha raccolto testimonianze che a suo dire rivoluzioneranno le conoscenze sulla Civiltà di Utagar. « Leggi il seguito di questo articolo »

L'argentino – cap. 1

30 marzo 2010 § 4 commenti

C’è un mio amico, Angelo Calvisi, che nella vita, tra le altre cose, scrive. Ogni tanto scrive anche su questo blog, è tito, deve il nickname al protagonista del suo primo romanzo, Tito Pozzi, poi oltre a quello ne ha pubblicati altri due, che compongono una trilogia sulla follia, trovate tutto qui (tanto per capirci: li ha pubblicati senza spendere una lira). Dopo la trilogia, da più di un anno e mezzo ormai, Angelo ha cominciato a scrivere, lentamente, quest’altra cosa, L’argentino. Che dovrebbe contare, una volta finita, cinque capitoli. Al momento ne ha scritti tre. Ogni tanto (a distanza di mesi) me ne manda uno nuovo, io me lo stampo, quello e i precedenti, e aspetto con placida curiosità quel momento della sera in cui sbrigate tutte le distrazioni « Leggi il seguito di questo articolo »

Il figlio di Apollo

7 gennaio 2010 § 4 commenti

La ricostruzione filologica delle sorprendenti parole dell’ultimo – misconosciuto? – figlio di Apollo, è certamente da considerarsi, sul piano degli studi mitologici classici, la scoperta del secolo: destinata a scompaginare manuali, ridisegnare teorie e riaggiornare vetuste stirpi eroiche.

Nella sua mente si sovrappongono lo scoccare di una freccia e ...

"Va' - dice il dio - incauto pargolo..."

Apollo procede avvolto nel suo nimbo. Guarda il mondo quando deve colpirlo, ma altrimenti il suo sguardo è lontano. Mi ricordo, infatti, la gioia di rincorrere le bambine sulle scale per mettergli le mani sotto la gonna, e i primi giochi erotici in cui loro si tiravano fuori i capezzoli e a me toccava mettere in mostra la merce, già allora assolutamente rispettabile. Quando Apollo e Artemis tendono l’arco per uccidere sono sereni, assorti, l’occhio è fisso sulla freccia: se per caso beccavano una tizia seduta a un bar, bastava spostare un po’ la sedia vuota che lei si accomodava, ed era fatta, praticamente già scopata. Tutte le figure precedenti apparivano timide e caute, non entravano nel gioco più audace, che era proprio in quel mimetizzarsi nel mondo umano, dopo aver attraversato tutto il cerchio della metamorfosi. E quest’ultimo camuffamento esaltava più di ogni altro. Era anche il più pericoloso. Ma il massimo l’ho raggiunto quando ho fatto spogliare una suora. Perse la testa per me e si accorse che non era esattamente tagliata per quella vita: preferiva l’uccello della libertà alla colomba della pace. « Leggi il seguito di questo articolo »

Dove sono?

Stai esplorando gli archivi per la categoria Racconti su la Collana della Regina.