Read the news, today (Oh boy)

19 febbraio 2010 § 5 commenti

Se lo scorso otto dicembre eravate per le strade di San Francisco a inseguire qualcuno, a fare gli hippies o a fare gli omosessuali, potevate comprare una copia del San Francisco Panorama per cinque dollari. Io, l’otto dicembre, ero a Via della Conciliazione, a Roma, a comprare un presepe per mia madre, così ho dovuto aspettare che andasse in ristampa [la prima tiratura è finita in un attimo], che venisse messo in vendita on-line [a gennaio] a sedici dollari e fosse possibile comprarlo da ibs.it [per tredici euro e mezzo]. Mi è arrivato ieri.


Il San Francisco Panorama  è il numero trentatre della rivista letteraria McSweeney’s Quarterly Concern – quella fondata da Dave Eggers, che ogni volta è diversa – ed è un prototipo di quotidiano. Arriva in una scintillante busta di plastica argentata e trasparente [per far vedere la testata, disegnata da Daniel Clowes]. Sul retro si legge: “A celebration of the newspaper”. Dentro alla busta, oltre al quotidiano c’è un magazine e la Panorama Book Review.
Il quotidiano è un po’ più grande del Corriere della Sera e è diviso in dieci parti – inclusa quella con la storia di Stephen King alle World Series e la Comics Section – più un poster e un cartoncino di Chris Ware pieno di roba à la Chris Ware. C’è anche una specie di foglietto illustrativo che si chiama Information Pamphlet, dove è specificato tutto quello che si poteva specificare: i font [Sabon, Verlag e  Filosofia], i software [Quark X-press 8, Photoshop e Illustrator], le cose che sono state tagliate. Soprattutto, c’è un dettagliatissimo conto spese dal quale si ricava che ogni Panorama [tutto incluso] è costato sei dollari e novantotto, che le spese “editoriali” [“all the contributors, plus supplemental staff, equipment, copyediting, one lamb, etc.”] hanno leggermente sforato gli ottantamila dollari e i ricavi della raccolta pubblicitaria sono arrivati a sessantamila [c’è anche un’inserzione di Internazionale].
A questo punto dovrei dire quello che c’è dentro, al quotidiano, ma non credo che lo farò, perché è davvero troppa roba. Da un pezzo sulle sopracciglia di Michelle Obama a cinquantotto foto per spiegare passo dopo passo come si prepara l’agnello. Dal fumetto di Dan Clowes intitolato The Christian Astronauts a un reportage sul nuovo ponte tra San Francisco e Oakland. Più l’oroscopo e i giochi. Più la lista dei distributori di San Francisco dove la benzina costa meno. Più i bambini che recensiscono i film per bambini. Più – e questa è la cosa che più sbalordisce [proprio così] a una prima occhiata – una veste grafica straordinaria.
Il San Francisco Panorama è arte tipografica al suo meglio. Se non fossi una bibliomane che se solo potesse conserverebbe sottovuoto tutti i suoi libri, potrei prendere ogni pagina, incorniciarla e appenderla alle pareti del mio spoglio appartamento da bibliomane.
Sotto questo punto di vista, il magazine è un po’ deludente. E’ elegantissimo, certo, ma abbastanza da diventare noioso. Dentro c’è Michael Chabon che parla del Power Pop, Chip Kidd dei biglietti del treno [“perhaps the planet’s most confusing use of paper.”], e una tavola rotonda sulla distribuzione dei film.
La Book Review ci riporta al sensazionale. Oltre alle recensioni [sette in totale] ci sono due “very short” stories di mezza pagina, una nonfiction su i modelli che posano per le copertine dei romanzi rosa, un’utilissima tabella con la pronuncia corretta di molti nomi di scrittori [dove si scopre che Chabon si pronuncia “SHAY-bahn” e Palahniuk “PAHL-a-nik”], un racconto di George Saunders che comincia così: “Deer Reeder: First may I say, sorry for any werds I spell rong. Because I am a fox!” e finisce così: “If you want your Storys to end happy, try being niser.” [me lo farò tatuare da qualche parte], e un racconto di James Franco [quello che faceva il fidanzato di Sean Penn in Milk e il fidanzato (?) di Tobey Maguire in Spiderman], che ha preso lezioni di scrittura creativa e quest’anno dovrebbe pubblicare un romanzo.

Considerate che questo non è nemmeno un quarto di tutto quello che c’è nella busta di plastica del numero trentatre di McSweeney’s. Ma considerate anche che è solo un prototipo, che molto è stato escluso, ecc. ecc.
Ora considerate quello che ho detto che sta scritto sulla confezione. “A celebration of the newspaper”.
Nonostante il progetto fosse nato per dimostrare quanto si può ancora fare con i giornali, per suggerire una via d’uscita dalla crisi che da un sacco di tempo ormai ha colpito i quotidiani [prima che colpisse l’editoria libraria], il San Francisco Panorama non è altro che una celebrazione intesa come commemorazione. E’ una superba orazione funebre, un monumento [nel senso proprio del termine] a tutto quello che la stampa ha fatto di bello, a quello che il medium giornale ha rappresentato per noi. Certo, potrebbe offrire idee interessanti per addolcire l’agonia dei quotidiani, forse addirittura servire da modello per un quotidiano di transizione in grado di affiancare [seppure a qualche metro di distanza] i giornali online prima che questi prendano definitivamente il sopravvento, ma, alla fine, a che servirebbe?

Se intorno al 1910 la neonata industria automobilistica avesse indetto un congresso per studiare il futuro del cavallo, la discussione si sarebbe accentrata sulla necessità di scoprire nuovi compiti per questo animale e nuove forme d’addestramento per accrescerne l’utilità.
— Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare

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Mi fai una domanda su Avatar?

16 febbraio 2010 § 3 commenti

Un’intervista a Enrico Piscitelli, enpi, e-. Quello di MilanoRomaTrani, quello che ha pubblicato racconti un po’ ovunque sul web e sui fogli di carta, quello che ha curato un’antologia memorabile, quello che cura la collana di “narrativa densa” novevolt insieme a Alessandro Raveggi.
Enrico Piscitelli.
Se volete vedere due maschi bianchi italiani tra i ventuno e i cinquatacinque anni che parlano di e-book, responsabilità, i Puffi, il Mondo, Guy Debord, Linus, umiltà, necessità, assenza di epos e un sacco di altre cose e non si capisce mai bene quello che dicono, be’, non so che dirvi.
Solo, cliccate Ulteriori informazioni.


GB: L’altra notte ho sognato l’iPad [era sulla mia libreria, sembrava una di quelle cornici per vedere le foto digitali e poi lo prendevo e dicevo “Ma aspetta, questo è un iPad!” e pensavo “Possibile? Pubblicità nei sogni?”]. Secondo te è normale?
 
ENRICO PISCITELLI: Pensa che il mio sogno ricorrente è che mi manca un esame per laurearmi. E ho la sensazione certa che non riuscirò mai a farlo. E sento la pressione, addosso. Immagino sia perché non ho usato la mia laurea, ma l’ho buttata nel cesso per fare altro. L’iPad è un oggetto inutile, dal design vecchio. Non è un e-reader, perché, come dice Ernesto Baj su «MilanoRomaTrani», ha un desplay lcd retroilluminato, mentre i veri e-reader simulano la carta inchiostrata, e non affaticano la lettura. L’iPad è un grosso iPhone che non telefona, e costa un sacco di soldi: l’unico modo per venderlo è comprare spazi pubblicitari nei sogni dei consumatori. Un normale netbook fa le stesse cose di un iPad, le fa meglio, ha una tastiera, ha un sacco di porte usb (l’iPad nemmeno una), è più pratico, e costa meno della metà. Apple ha semplicemente comperato uno spazio, dalla concessionaria di pubblicità che gestisce i tuoi sogni. Debord l’ha detto nel 1967: “L’appagamento che la merce abbondante non può più dare nell’uso si riduce a essere ricercato nel riconoscimento del suo valore in quanto merce: è l’uso della merce che basta a sé stesso […]. Si propagano così a gran velo¬cità ondate d’entusiasmo per un dato prodotto, sostenuto e rilanciato da tutti i mezzi di informazione” [La società dello spettacolo, #67]. Guy Deobord, poi, s’è sparato in testa, con un fucile, nel 1994. Dieci anni prima Apple aveva lanciato il Mac, con un celebre spot ispirato a 1984 di Orwell: libertà, secondo Steve Jobs, è poter comprare una merce piuttosto che un’altra. Ormai la libertà – lo scriveva anche Terzani – è scegliere quale marca di dentifricio comprare al supermercato. Ma, se leggi la composizone, sul retro, ti accorgi che un dentrificio vale l’altro.

GB: Per quanto mi riguarda, compro sempre il denifricio che costa di meno [basta che non sia alle erbe. E che non abbia i microgranuli]. Dell’iPad, nonostante i difetti, secondo me c’è da tenere in considerazione il potenziale big-brotherly [l’ho appena inventato] del marketing Apple. Ho letto da qualche parte che come con l’iPod son tutti diventati critici musicali, con l’iPad c’è il rischio che diventino tutti critici letterari. Ora, spero rimanga solo una battuta, ma potrebbe essere che un oggetto “magico e rivoluzionario” [Jobs dixit] come l’iPad convinca un sacco di gente che leggere l’ultimo romanzo di Paolo Giordano su uno schermo retro-illuminato in metropolitana sia non solo meglio che farlo su Kindle o su carta, ma che sia meglio che non farlo per niente?

EP: Ok, domanda lunga: risposta breve. Sì, è vero, l’iPad ha già smosso le acque. Le grosse case editrici stanno digitalizzando il catalogo. Molti avranno un supporto con cui leggere (male) gli e-book. Ma è questo che vogliamo? Narrativa su iPad, agli stessi prezzi di un libro di carta? Io sono decisamente a favore del copyleft e delle autoproduzioni. Spero anche in una grossa diffusione del libro digitale. Vorrei che Camilleri vendesse, in proprio, dal suo sito, i libri di Montalbano. Vorrei uno Stato – e un ministro della Cultura – che (anziché dare contributi per l’acquisto dei televisori, dei decoder per il digitale terrestre, o per le automobili) sovvenzionasse l’acquisto di un e-reader, per esempio. Uno vero, a costi contenuti. Ma la Cultura – è evidente – non è una priorità in questo Paese.

GB: Il critico di Linus [a proposito, questo mese su Linus c’è un racconto di Giulia Ottaviano] riguardo a Avatar [l’hai visto?] scrive: “Il mezzo è il messaggio? Per niente. Sicché il messaggio è ancora il mezzo.” Questo mi ha fatto pensare agli e-book [a quanto pare Apple ha comprato anche le mie analogie]. Voglio dire, tralasciando tutta la faccenda hardware, è possibile che il problema degli e-book [oltre agli editori] sia che “il messaggio è ancora il mezzo”? Se non ha molto senso, almeno per me, leggere Tristram Shandy su Kindle [meno di leggere Giordano su iPad], quale può [potrà, potrebbe] essere il libro-Kindle? L’e-book nato per essere un e-book?

EP: Allora: al posto tuo, la smetterei di bere mentre scrivi le domande. Io, per esempio, bevo solo quando fa buio, mai di giorno – va be’, ogni tanto… Tornando alla domanda: Avatar l’ho visto, e l’ho visto in 3d. Qualcuno ha detto che è un bel film. Altri che è “copiato” da Pocahontas, L’ultimo dei Mohicani, L’ultimo samurai, Balla coi lupi e compagnia bella. La verità è che Cameron ha copiato Peyo, il creatore dei Puffi, che poi si chiamano Schtroumpf. I Puffi sono blu, hanno una loro lingua, convivono con una Natura benigna, mangiano le puffbacche. Il cattivo, l’umano (tale Gargamella) crea in laboratorio un avatar, Puffetta. La crea per carpire informazioni, e per creare scompiglio. Alla fine, però, Puffetta diventa un vero puffo, e tradisce il suo creatore. Niente altro che la trama di Avatar.
Wikipedia alla mano, Peyo crea i Puffi negli anni Cinquanta; Les Aventures des Schtroumpfs, lungometraggio in bianco e nero, è del 1965 (chissà se Debord l’ha visto, prima di scrivere La società dello spettacolo…).
Ora: la novità – vera – di Avatar è proprio il 3d. Quando l’ho visto, ho pensato: finalmente. Finalmente l’animazione americana ha mantenuto la promessa che m’aveva fatto, quand’ero preadolescente. Per il resto, non mi ha particolarmente impressionato. Quindi sì, il mezzo è importante, almeno quando il messaggio è inesistente, o trito e ritrito. Venendo agli e-book: il libro digitale è perfetto per la manualistica, per i testi universitari, per i libri tecnici. Per la narrativa pura, il libro – di carta – resta un’invenzione geniale, difficilmente sostituibile. Un feticcio al quale siamo legati. Ma io, per dire, non posseggo tutti i libri che ho letto. E leggo spesso narrativa a video – per lavoro, ad esempio. Quindi, per me, immagino: il manuale del QarkXpress 8 e un buon libro di narrativa italiana sull’e-reader, mentre Nine Stories, o Altri libertini voglio continuare a sfogliarli, su carta.
(Ah: e complimenti a Giulia!)

GB: Abbiamo solo sfiorato [ops! Ho rovesciato tutto il Martini per terra] il tema e-book vs case editrici. La domanda è anche banale: cosa credi che succederà? Sembra che si vada a testa dritta verso il fallimento, con la vendita degli e-book allo stesso prezzo dei libri. Hai detto prima di Camilleri che vende il suo romanzo direttamente dal suo sito web [come i Radiohead hanno fatto col loro ultimo disco]. Fuor di parentesi, l’e-book potrebbe fare alle case editrici quello che il file mp3 ha fatto alle case discografiche [con ricadute – oltre che sui cattivi manager senza cuore – sul lavoro dei poveri e onesti editor]? Oppure si potrebbero inventare qualcosa che peggiori ancora la situazione, come l’editoria a pagamento nata dalla tecnologia print-on-demand?

EP: Al momento attuale, si possono solo immaginare degli scenari. Oggi tutti i classici sono già reperibili on-line, a costo zero. A settant’anni dalla morte di un autore – in Italia – un’opera diventa liberamente fruibile. Quindi chiunque può commercializzarla (o distribuirla gratuitamente). Molti libri (e molte scritture: non ci sono solo i libri) sono rilasciati con licenza Common Creative. E questo è un fatto. Un altro fatto è che c’è una grossa differenza fra gli mp3 e gli e-book (anche considerando l’e-pub, che è il formato più “libero”). L’mp3 è un formato compresso e comprime anche tutto l’ambaradan necessario per fruire della musica. Io ho ancora un “sistema hi-fi”: amplificatore, lettore cd, casse, cavi. Occupa un sacco di spazio, devo schiacciare due tasti, per accendere il lettore e l’amplificatore, mettere un cd per volta ecc. Con un lettore mp3 da dieci giga, collegato a una minuscola audiostation, ottengo una qualità molto simile, e musica per giorni e giorni.
Molto dipenderà dai lettori, dal loro prezzo, e da quanto bene sono/saranno in grado di simulare la carta stampata. Dalla loro diffusione.
Lo scenario che preferisco è questo: e-book di narrativa in vendita a 1, massimo 2 euro, manualistica a qualcosina in più, il resto liberamente scaricabile. L’editor – già malpagato – non è a rischio. Al massimo dovrà implementare le proprie capacità e intendersi anche di conversioni in e-pub. È l’editore tradizionale che rischia. E rischia grosso. In questo scenario – uno dei tanti possibili – a un autore affermato servirebbero solo un grafico/informatico e, sì, un editor di sua fiducia. E convertire un file di testo in un libro elettronico non è difficile, impaginare neppure. Quindi un’unica figura professionale potrebbe fare entrambe le cose [basta un editor con dei buoni software, insomma]. 

GB: Hai due volte in tre risposte tirato in ballo Debord. Ora ti racconto una storia su Debord. Ero lì in facoltà, dovevo dare un esame. Il professore [che manco a farlo apposta ha una rubrica su Linus] a un certo punto ha urlato: “Leggetevi Guy Debord, Cristo Santo!”. Fine della storia su Debord.
Quello che voglio dire è: credi che il nostro problema sia [solo (?)] di non averlo letto? E con “nostro” intendo sia “del nostro mondo occidentale” sia “di noi giovani-che-oggi-abbiamo-il-potere-di-cambiare-il-mondo” [questa è perché La Collana della Regina è un blog di ventenni letto da trentenni e mi interessa il punto di vista del ricevente].

EP: Leggiti Guy Debord, Cristo Santo! Scherzi a parte: è già stato scritto tutto – e qui cito Boris Vian. Prima uno se ne rende conto, meglio è. Il mio non è un particolare gusto per le citazioni, sto solo riconoscendo che il Pensiero è sempre esistito, e qualcuno, ogni volta, in ogni secolo, si è preso la briga di renderlo contemporaneo al proprio Mondo, ai propri anni. È necessario, insomma, attualizzarlo, il Pensiero. Anche la tua domanda è stata già fatta, in mille modi diversi. Il più frequente è: a cosa servono i libri? [Anche nella versione: ma i libri servono a qualcosa?] Io credo che servano, i libri. Serve Debord e serve Hakim Bey. Non cambieranno il Mondo e non cambieranno chi li legge, ma servono a “riconoscersi”, a sentirsi meno soli. E anche a sentirsi meno unici e meno bravi e meno geniali. I libri dovrebbero insegnare l’umiltà. Davanti ad alcuni saggi, ad alcuni romanzi: bisogna togliersi il cappello.

GB: Sono con te sull’umiltà e tutto il resto. Il fatto è che io [insieme a non so quanti altri] sono un seguace del pensiero di Joel e Ethan Coen. Cioè, sono quello [non sempre, ma spesso] che a un certo punto del film dice: “Ommioddio, non c’è più niente da fare! No! Moriremo tutti! È la fine! È la fine!” e gli altri lo abbandonano nel burrone. Per dire, ieri parlavo con mia madre e lei come sempre mi rimproverava perché sono pigro e roba del genere che dicono le madri e io me ne sono uscito con: “Scusa, ma probabilente non troverò un lavoro per i prossimi sei anni” [che in effetti non è una buona giustificazione per essere pigri, adesso che ci penso].
Già non mi sento unico bravo e geniale, e mi va bene, ma a questo punto a che mi serve provare a sentirmi meno solo? 

EP: Non lo so. Prendi Il grande Lobowski. Credo che il film sia tutto nella segreteria telefonica di Drugo [in realtà: The Dude, “il tizio”]: “mmh, Drugo non è in casa, lasciate un messaggio”. Lasciamo e riceviamo messaggi. O scegliamo di non farlo. Ma non farlo è persino più doloroso.
Scoprire che Campanella, o Bacon, hanno scritto un rigo, una frase, un pensiero esattamente come li hai pensati tu, è lenitivo. E, allo stesso tempo, è una responsabilità che puoi scegliere di accollarti, o meno.
Dobbiamo, in sostanza, riempire quel segmento che va dalla nascita alla morte. Ecco: l’importante è riempirlo, in qualche modo. Drugo ha fatto la “rivoluzione” nei primissimi anni Settanta, ma si è accorto – credo – che le rivoluzioni non
esistono, ma esistono solo dei brevi spazi di autonomia: tutto quello che fa è bere white russian, e giocare a bowling. Ma, in tutto il film, non tocca una palla da bowling. Ed è un modo rispettabile di vivere.
Quindi, sì: moriremo tutti. E, in fondo, è questo il bello. E la pigrizia può essere un pregio – che fretta c’è?

GB: Com’era quella cosmicomica? Il titolo mi sa che era Un segno nello spazio. Qfwfq a un certo punto non si ricorda più qual era il segno che aveva lasciato lui nell’Universo perché nel frattempo ne erano venuti fuori un sacco di altri.
Sulla responsabilità, la responsabilità della scrittura: per te è una cosa fondamentale? Mi sta venendo in mente un saggio di Tullio De Mauro che inizia così: “Parlare non è necessario. Scrivere lo è ancora meno”. O forse si può scrivere, lasciare un segno, senza, per forza, sapere? Farlo e basta, come gli autori di best-seller che dicono: “Io racconto storie”. 

EP: Ho il massimo rispetto per chi “racconta storie”. È intrattenimento, e chi lo fa a livello professionale – pagandoci le bollette, la spesa, e qualche birra la sera – fa un lavoro invidiabile. Se non ci fossero i bestseller, le opere più rischiose (artisticamente, e, quindi, economicamente) non potrebbero essere pubblicate, e poi l’epica è sempre esistita: le grandi narrazioni, i re e le principesse, gli amori terribili. Ha una funzione importante in un Sistema, educativa e a volte persino coercitiva – spesso, anche oggi, è uno strumento del Potere. Da lettore mi interessano di più i non-eroi, l’assenza di epos. Mi piacciono le storie senza storia, e le narrazioni che non sono legate necessariamente agli schemi classici – inizio, fine, topos, climax, anticlimax. Mi piace il racconto di un io, di un individuo, perché ci vedo il mio Tempo, chi siamo noi, oggi: privati del senso dell’appartenenza, a qualcosa e a qualcuno, infarciti di riferimenti pop, senza conoscere realmente nulla – tanti Bart e Lisa Simpson, che abbracciano il televisore perché è lui, il televisore a tubo catodico, che li ha cresciuti.
Molti ripetono all’infinito l’eco sconsolata e sconsolante di ciò che passano i media. Solo alcuni scrivono belle storie, importanti. Ma tutti – e dico tutti – sono liberi di scrivere. Io, personalmente, mi pongo il problema: devo davvero scrivere? A volte la risposta è stata, è: sì – poche volte, a dire il vero. Ecco: in quei casi scrivere è piacevole, è una specie di trans necessaria. Fa bene. Ma è necessaria solo a me, e non al Mondo.

GB: Dunque, siamo alla domanda numero otto. Avevo deciso che sarebbero state dieci, ma siccome ormai siamo tutti stanchi queste ultime tre saranno vaccate. Si parte con questa.
Sei l’erede di J.D. Salinger [e non intendo metaforicamente – sei proprio l’erede, quello che si becca le royalties]. Scopri che il vecchio ha scritto l’elenco del telefono su un milione di fogli di carta, a mano, per trent’anni, e nient’altro. A quel punto che fai? Paghi qualcuno per scrivere romanzi da rivendere come inediti di Salinger? Tenti di vendere anche l’elenco del telefono, infangando il nome del vecchio pur di spremere qualche soldo? Dici: “Niente da fare, ragazzi. Ma potete rileggervi quello che ha già scritto”?

EP: Mi stavo già schermendo (“ma no, ma che dici? Io? L’erede di JD?”), ché credevo intendessi artisticamente. La risposta è semplice: butto via tutto. Se sono l’erede di Salinger, non ho – evidentemente – problemi economici, e – se sono l’erede di Salinger – avrò anche un legame affettivo o familiare, con lui. Anche da non erede: penso che quello che ha scritto sia più che sufficiente. E del resto è quello che ha deciso lui, e rispetterei la sua idea. Quindi: niente da fare, ragazzi.

GB: Una volta [non so perché lo sto per dire – di sicuro me ne pentirò amaramente] ho fatto cilecca con una ragazza perché la situazione mi ricordava la scena di un libro. Lei ha detto una cosa, io ho pensato: “E’ come in Sterne, quando la madre chiede al padre dell’orologio” e poi ho pensato: “Ma a che cazzo pensi in momenti del genere?” e è finita in un disastro.
Credi che abbia bisogno di uno specialista? 

EP: Be’, diciamo che l’identificazione dovrebbe procedere al contrario: leggo, visualizzo, rivivo ecc. Il tuo è un caso particolare: ribalti il riconoscimento. Quindi, sostanzialmente, immagini che la tua vita sia un libro. Hai due possibilità. La prima è curarti, la seconda scrivere un bestseller. Io, al posto tuo, opterei per la seconda. Decisamente.

GB: Nella prefazione del ’64 al Sentiero dei nidi di ragno Calvino scriveva: “Il primo libro sarebbe meglio non averlo mai scritto”. Non hai mai pensato che, alla fine, avresti pure potuto fare il commercialista? 

EP: C’è un problema sostanziale: non riesco a mentire. Non è solo una questione etica. Il punto è che mi sono accorto presto di non avere alcuna memoria. Se non metto le chiavi di casa sempre allo stesso posto, non le trovo più. Per mentire devi ricordarti delle cazzate che hai raccontato: ci vuole un’ottima memoria. E per questo non posso fare moltissimi lavori. Tipo il commercialista – chi mai vorrebbe un commercialista che non sa mentire? Però mi piacerebbe fare il cuoco, o il falegname. Due lavori onesti. Per il secondo credo di non essere più in tempo. Il cuoco: non si sa mai…

Anche i boa strangolano

29 gennaio 2010 § 2 commenti

Ieri sera ho masterizzato un disco mp3 [è così che dicono i ragazzi?] da ascoltare in macchina e sono andato da Blockbuster.
Già dal parcheggio sembrava ci fosse più gente di quanta mi sarei aspettato di trovare alle sei di un giovedì qualunque. Appena sono entrato ho riconosciuto uno, alla cassa, un mio compagno di classe del liceo. Nonostante fosse di spalle e non lo avessi più visto [di spalle o di fronte] da almeno un paio d’anni, non ho avuto il minimo dubbio che fosse lui. Stesso cappotto, stesso taglio di capelli dei tempi della scuola: era lui, e io di corsa sono andato a nascondermi tra gli scaffali, sperando che non si fosse accorto di me. A dir la verità ne ero sicuro, e il fatto che fosse alla cassa mi tranquillizzava perché voleva dire che se ne astava andando. Mi sono già ritrovato in situazioni simili: so cosa fare.
Ovviamente le copie di Up erano tutte già prese. Ho ripiegato sull’ultimo Tarantino, ché tanto volevo rivederlo in versione originale.
Quando è arrivato il mio turno alla cassa, mentre cercavo la tessera nel portafogli, ho avvertito la presenza di qualcuno dietro di me. Imprudentemente mi sono voltato e l’ho guardato, lui, l’ho guardato bene. In quella frazione di secondo aveva la testa girata dall’altra parte così non mi ha visto. Era come in quel film coreano col tizio che in carcere impara a diventare invisibile – se non mi ricordo male. Era difficile che non mi riconoscesse: stesso cappotto anch’io. La barba e gli occhiali non credevo che sarebbero bastati a nascondermi.
La cassiera ci ha messo una vita. Mi ha dato il resto. Mi ha dato lo scontrino. Era lentissima. Ha detto: “Va riconnsegnato entro sabato mattina”. Io ho detto: “Grazie, ciao”, e sono uscito. Mentre la porta si chiudeva ho sentito lui che diceva: “Prendo questo”. Ho sentito la sua voce.
In macchina ho alzato il volume per l’unica canzone di tutto il disco che volevo veramente ascoltare. Si chiama Silver Soul, è dei Beach House. Secondo me è perfetta. [All’inizio volevo scrivere solo della canzone, invece sto scrivendo un po’ di me. Non so che dire].
Il vocabolario dice che la perfezione è “il grado qualitativo più elevato, tale da escludere qualsiasi difetto e spesso identificabile con l’assolutezza o la massima compiutezza.” Viene dal latino perfectionem, derivato da perfectum, “compiuto” [participio passato di perficere, composto di per, “fino in fondo”, e facere, “fare”]. Il contrario di perfezione è imperfezione.
Ieri sera ho pensato che il contrario di perfezione è anche quando tutto è assoluto, tutto è compiuto, senza ostacoli, solo che è vuoto. Quando tutto quello che fai, che fai sempre, tutti i giorni, serve a una cosa che non sai cos’è, ma se ci pensi scopri che è sbagliata. Quando fai fino in fondo e il fondo è un buco nero.

Ho sentito qualcuno dire che uno dei modi più “umani” di uccidere un uomo è lo strangolamento, per via dei pollici opponibili. Però anche i boa strangolano, e dato che loro non hanno pollici, né mani, né niente, c’è da dubitare che siano gli unici altri animali oltre l’uomo capaci di farlo. Forse solo i pesci è davvero impossibile che ci riescano.
Quando si dice “animali” non mi vengono mai in mente, i pesci.

“Tutti sono monache”. (“Tout le monde est une nonne”)

29 gennaio 2010 § 3 commenti

In genere quando sento dal tg che è morto qualcuno di più di ottant’anni dico “Be’, era pure ora”. Ieri sera non l’ho detto perché quel qualcuno era Salinger. [La cosa divertente è che mentre leggevo Il giovane Holden – anni fa, ormai – credevo che l’autore fosse già morto da un pezzo].

Stamattina ho anche comprato i due maggiori quotidiani nazionali. In prima pagina avevano la stessa foto; dentro, lo stesso florilegio di banalità. Più un simpatico gioco che si chiama “Scopri cosa Jonathan Safran Foer pensa di Salinger”: secondo il Corriere ha avuto su di lui una “enorme influenza sia dal punto di vista letterario, sia umano”, secondo la Repubblica non l’ha mai amato. Più Alessandro Piperno che sul Corriere fa un po’ di confusione tra smettere di scrivere e smettere di pubblicare – il che la dice lunga su un sacco di cose.

Comunque, ripensando a Salinger mi è venuto in mente Calvino, e queste parole che magari non c’entrano niente, però, insomma.

 Palomar pensando alla propria morte pensa già a quella degli ultimi sopravvissuti della specie umana o dei suoi derivati o eredi: sul globo terrestre devastato e deserto sbarcano gli esploratori d’un altro pianeta, decifrano le tracce registrate nei geroglifici delle piramidi e nelle schede perforate dei calcolatori elettronici; la memoria del genere umano rinasce dalle sue ceneri e si dissemina per le zone abitate dell’universo. E così di rinvio in rinvio si arriva al momento in cui sarà il tempo a logorarsi e a estinguersi in un cielo vuoto, quando l’ultimo supporto materiale della memoria del vivere si sarà degradato in una vampa di calore, o avrà cristallizzato i suoi atomi nel gelo d’un ordine immobile.
“Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante, – pensa Palomar, – e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine”. Decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti non penserà più d’essere morto. In quel momento muore.

Foyer du cinéma

10 dicembre 2009 § 1 Commento

Una rubrica in cui si parla di cinema ma non molto di film


Cinema Alhambra

Via Pier delle Vigne, 4
00100 – Roma

26/11/09 17:45 Sala 3
Segreti di famiglia

Prezzo: –

Mio zio è da me da tre o quattro giorni. Sapevo che sarebbe venuto ma ignoravo che sarebbe rimasto così a lungo. Quando rientro a casa, tornando dall’università o da qualche altra parte, vicino alla porta trovo una, due buste di plastica piene dei suoi nuovi acquisti. Gli chiedo se è uscito a far compere e lui inizia ad estrarre il contenuto dalle buste e me lo mostra come se dovesse cercare di vendermelo. Gli lascio intendere che non prendo niente. Oggi tira fuori un paio di scarpe da una busta verde. Per me sono troppo care. Ancora non ho capito perché mio zio è qui.
Mi chiede se oggi pomeriggio usciamo insieme. Gli dico che è il giorno che in genere dedico alla pulizia dell’appartamento. Mi risponde che in due facciamo prima e così poi possiamo andare a farci una bella passeggiata. Gli dico: – Io volevo andare al cinema -. Lui risponde che va bene. A scatola chiusa. Nemmeno vuol sapere il titolo del film. Me lo chiede solo quando siamo per strada ad aspettare che il semaforo diventi verde per i pedoni.
– Segreti di famiglia.
– Basta che è bello.
Il quartiere, questo quartiere in cui vivo, è fatto di anziane matrone che indossano l’intero contenuto del portagioie-sopra-la-consolle-della-stanza-da-letto per andare al Pam, delle badanti di queste con famiglia a carico e di giovani stranieri. Al cinema questo pomeriggio ci sono le matrone. E mio zio, insieme a me. Il biglietto me l’ha pagato lui.
Mi chiede se deve spegnere il cellulare, io gli dico: – Fai te -, poi il film inizia. Mi chiede se sia in bianco e nero, ma lo vede che è in bianco e nero. Faccio la mia risatina che non significa niente.
Mentre sullo schermo succede di tutto, ogni tanto do un’occhiata di sottecchi a mio zio. Non riesco a capire se si stia divertendo, se abbia sonno o se debba correre in bagno. Dietro di noi un’anziana loquace aggiunge delle didascalie a ogni scena. Ogni singola scena.
Poi il film finisce. Usciamo dal cinema. Penso che se per tutti i duecento metri fino a casa non dirà nulla del film, del cinema, di questo pomeriggio, della vecchia assillante, domani mio zio se ne andrà. Come cambiamo marciapiede mi dice: – Bello, il film. All’inizio, quando ho visto che era in bianco e nero, t’avrei voluto ammazare. Poi però m’è piaciuto -.

* * * *

Cinema Adriano
Piazza Cavour, 16-23
00100 – Roma

02/12/09 17:30 Sala 2
(500) giorni insieme

Prezzo: 5,00 euro

La prima volta che son stato qui era per un’anteprima e c’era un sacco di gente e quando sono uscito ho visto Red Ronnie. Oggi sono con Lei. Voleva vedere questo film. Io no.
Lei mi chiede se non abbiamo sbagliato sala. Il pubblico qui non rispecchia esattamente il target a cui i produttori volevano rivolgersi. Il target il film l’ha scaricato da internet mesi fa e l’ha visto in lingua originale che è meglio e poi ne possiamo parlare nei blog di indie culture e dire quanto faceva schifo e l’indie è un’altra cosa o non è niente e apparte tutto un film è un film che sia indie o no ecc. ecc. Noi siamo venuti. Ai produttori andrà bene lo stesso.
Vicino a Lei si siedono un’ottuagenaria e la sua amica sulla settantina. Mi chiede se possiamo cambiar di posto. Dico che va bene. Ora vicino a Lei c’è una coppia di fidanzatini non di Prati. Avranno dodici tredici anni.
All’intervallo l’ottuagenaria dice: – E’ una storia di oggi. Sono le storie dei giovani d’oggi.
Lo ripete cinque o sei volte.

* * * *

Cinema Fiamma
Via Bissolati, 47
00100 – Roma

09/12/09 18:20 Sala 1
A serious man

Prezzo: 5,50 euro

Ero venuto già venerdì ma il film era iniziato da dieci minuti (in realtà al massimo cinque – la tizia alla biglietteria è stata impietosa) e non mi hanno fatto entrare.
Anche stavolta rischio di far tardi. Arrivo in tempo per vedere giusto un trailer, poi il film inizia.
Durante l’intervallo mi metto a fissare il tizio che passa per i corridoi a vendere snack e bibite. Ha una divisa rossa. Potrebbe essere uscito dal film. Io di sicuro vorrei essere uscito dal film. Vorrei essere il film. Vorrei essere lo schermo troppo alto di questa sala. Vorrei essere uno dei fratelli Coen – anche un cugino. Non sono nemmeno ebreo.
Si vede che quando contempli la perfezione ti vengono questi pensieri idioti.
Almeno a me sì.

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