Come no

19 agosto 2010 § Lascia un commento

What I said was not a joke

But you just licked the envelope

I’m tired of dating, let’s elope

But you just licked the envelope

[Arcade Fire, The Woodland National Anthem]
Se penso a tutto il tempo che abbiamo sprecato a pensare a quello che ci sarebbe capitato una volta diventati migliori, ecco, te lo devo dire: non so se lo sprecherei ancora così.
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Foyer du cinéma #3

7 luglio 2010 § Lascia un commento

Fabrizio Frizzi è stato a casa mia, una volta. Non riesco a ricordare di preciso quando, ma ho un termine ante quem: il 22 marzo del 1996.  Fabrizio Frizzi si è chinato su me e mia sorella [rispettivamente otto e sei anni, se si trattasse del ’96] ci ha sorriso e ha detto qualcosa come: “Sto doppiando questo nuovo film Disney. Lo andrete a vedere?”.
Fabrizio Frizzi sembrava altissimo. Il film era Toy Story.
Toy Story è stato il primo lungometraggio completamente generato al computer, oltre che il primo della Pixar. Non posso ricordarmi se allora si parlava di derive tecnologiche, di disumanizzazione, di rischi per una gioventù cui veniva sottratta la carezza delle matite. Il Corriere della Sera mi fa pensare di sì. « Leggi il seguito di questo articolo »

Foyer du cinéma | outtake

4 giugno 2010 § Lascia un commento

Alfred Hitchcock: […] Si parla spesso di cineasti che a Hollywood deformano l’opera originale. E’ mia intenzione non farlo mai. Leggo una storia solo una volta. Se mi piace l’idea di base la faccio mia, dimentico completamente il libro e faccio del cinema. […] Quello che non riesco a capire è che uno si impadronisca completamente di un’opera, un buon romanzo che l’autore ha impiegato tre o quattro anni per scrivere e che è tutta la sua vita. Prendono il libro, lo manipolano per bene, si circondano di artigiani e tecnici quotati e si ritrovano candidati all’Oscar, mentre l’autore si dissolve nello sfondo. Nessuno pensa più a lui.

François Truffaut: Questo spiega perché non girerà mai “Delitto e castigo”.

AH: Ma anche se decidessi di girarlo non sarebbe comunque un buon film.

FT: Perché?

AH: Se prende un romanzo di Dostoevskij, non solo “Delitto e castigo”, ma un altro qualsiasi, ci trova molte parole e tutte hanno una funzione precisa.

[François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock]

Ieri pioveva e sono andato al cinema a vedere The Road, l’adattamento cinematografico di John Hillcoat dell’omonimo romanzo di Cormac McCarthy.
Faceva schifo.
Fa così schifo che lo sto dicendo qui, contravvenendo alla regola di questa rubrica – che sarebbe “si parla di cinema e non di film”.

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And that’s what you missed

20 maggio 2010 § Lascia un commento

Un breve riassunto di quello che ci è capitato durante questi mesi settimane giorni di parziale inattività del blog.

Mentre gb spendeva sei euro e ottanta per inviare sette pezzi di carta via fax, ludmilla ha deciso di prendersi un e-book reader. E’ andata nel negiozio di elettronica più vicino a casa sua, ha chiesto al commesso e lui ha risposto: “Cos’è un e-book reader?”. Si è detta che ne comprerà uno più o in là, magari su ibs.it. Si è immaginata il pacco con dentro l’attrezzo e un coupon per cinque eruo di sconto se ne spendi almeno cinquanta – in e-book.

Nel frattempo, lia ha pensato che fosse una buona idea rimettersi a parlare con una sua vecchia fiamma.
Non lo era.
mt ha trovato un cinema chiuso un paio di volte e questo l’ha depresso più del solito. Poi è iniziato a piovere ed è rimasto sempre a casa, a vedere film di Alfred Hitchcock e a sviluppare una dipendeza dal Gran Soleil al cioccolato. In quegli stessi giorni gb ha finito di leggere il Corsaro Nero, che languiva sul suo comodino da un mese.
ludmilla ha visto in tv gli spot per la giornata del libro con Saviano e Benedetta Parodi e ha pensato che questo fatto da solo basterebbe a mettere la parola fine a tutte le discussioni, mentre lia prendeva in simpatia i cinesi, che, a suo dire, stanno distruggendo la nostra economia offrendoci la possibilità di fare quello che in anni di democrazia e liberismo siamo stati educati a fare: acquistare un sacco di roba a due soldi.
Nel frattempo, mt usciva dal letargo. Una donna bioda, elegante, che non aveva mai visto prima, ha bussato alla sua porta e l’ha messo a parte di un terribile segreto prima di morire con un coltello conficcato nella schiena. Lui voleva che venisse fuori la verità, ma è stato accusato dell’omicidio della donna e si è visto costretto a fuggire. Per qualche strano caso del destino, gb l’ha incontrato al British Museum.
ludmilla ha visto quell’episodio dei Simpson [forse vede troppa televisione] in cui il signor Burns compra tutti i mezzi d’informazione di Springfield tranne il giornalino di Lisa, che prima di desistere dà seguito a tutta una serie di altri giornalini indipendenti. Homer commenta che in quel modo invece di un gigantesco gruppo che controlla il 90% dei media ci stanno centinaia di svitati che stampano le loro inutili opinioni [più o meno. La citazione corretta è: “See Lisa, instead of one big-shot controlling all the media, now there’s a thousand freaks xeroxing their worthless opinions”]. Ha pensato alle piccole e medie case editrici italiane, ma, davvero, non voleva. E’ stato più forte di lei.

Foyer du cinéma #2

5 maggio 2010 § Lascia un commento

Cinema Eden
Piazza Cola Di Rienzo, 74-76-78
00100 – Roma

20/04/10 17:20
Perdona e dimentica
Il sito del cinema dice che è chiuso. Io decido di provare lo stesso. 
Il cinema, in effetti, è chiuso.
****
Cinema Eden
Piazza Cola Di Rienzo, 74-76-78
00100 – Roma

28/04/10 17:20
Perdona e dimentica
Il sito del cinema dice che è aperto. 
Sull’autobus. L’autista si alza, sembra venire verso di me. Mi supera per andare a chiedere ai ragazzini in fondo di mettersi le cuffie o spegnere i cellulari o se no scendere. Loro spengono.
Il cinema – ancora – è chiuso.
****
Cinema Nuovo Sacher
Largo Ascianghi, 1
00100 – Roma

04/05/10 16:30
Perdona e dimentica

Prezzo: 5,50 euro
Arrivo davanti al cinema con cinque minuti di anticipo. Penso che il metodo che ho adottato per andare in posti che non conosco senza perdermi [un controllo incrociato basato sulla funzione Calcola percorso del sito dell’Atac e Google Maps] ormai è infallibile. Posso andare a comprare una ricarica Wind da dieci. Poi scrivo a C. che già che sono qui passo a trovarla, penso.
Il film è in versione originale, coi sottotitoli. Il tizio alla biglietteria me l’ha ripetuto due volte. 
Nel frattempo mando sms a C. per sapere di preciso che strada devo fare, quale autobus prendere, qual è il nome della fermata, la via, il numero civico. Mi risponde che non mi posso sbagliare perché proprio sotto casa sua stanno girando i Cesaroni.
Quando arrivo stanno smontando il set.
C. mi mostra la casa. “Qui c’è la cucina”; “Questa è la sala computer”; “Qui c’è la cappella, là davanti il bagno”. Poi andiamo in camera sua. 
Mi dice che sta studiando le espressioni del volto, per un esame. Io dico “Quella roba si studia davvero?”. Mi dice che per un altro esame ha dovuto leggere Chuck Palahniuk. 
“Mi hanno regalato due suoi libri”, dico.
“Oh, è vero. E’ stato il tuo compleanno. Non t’ho nemmeno fatto gli auguri.”
“…”
“Mi dispiace.”
“Figurati.”
“No, sul serio. E’ che stavo… avevo lasciato…”
“Ma sei sicura che non me l’hai fatti?”
Mi dice che visto che non me lo ricordavo poteva pure inventarselo. Non le dico che in realtà me lo ricordavo.
Tutte quelle scene per una cosa come gli auguri. Davvero.

Venti minuti (probabilmente)

6 aprile 2010 § 4 commenti

E’ il giovedì della Semana Santa: vado a vedere los passos. Marion ci invita a casa sua alla Macarena, in Calle Viriato, una traversa di Calle Feria, dove passa la più grande e bella delle processioni: quella della Virgen de la Macarena. Io non avevo mica capito. Sono migliaia di persone i figuranti e vanno in giro vestiti come quelli del kukulxklan (che in realtà hanno preso proprio da qui spunto per il loro abbigliamento), avvolti in manti neri, lividi, viola con un cono affilato, del colore della cappa, sulla testa. Alcuni vanno in giro a piedi nudi. Portano ordinatamente croci o ceri o niente. Si chiamano nazareni. Sono migliaia per ogni processione e vanno piano. A passo di processione, appunto. E sono tante le processioni, tante quante le chiese della città. Tante. E quando passa una processione la strada è chiusa e non puoi passare tu e c’è tanta gente a guardare e dura ore e se per caso capiti tra due vie, tra due processioni, rimani bloccato, anche molto a lungo.

[Federico Di Vita, Cronache da Siviglia]

Mia madre torna a casa dal negozio e dice che le sirene e la polizia che per poco non la investiva erano per il ragazzo del ristorante, quello che ha un anno meno di me. Dicono che ha ammazzato di botte il padre.
“L’ha ammazzato? Quali sirene?”
“Non è proprio morto.”
Dicono che nemmeno lo toccavano perché credevano fosse morto. Dicono che hanno chiamato la Scientifica.
“Addirittura la Scientifica.”
“Ma perché ti stavano per mettere sotto?”
* * *
Questa settimana tra le elezioni e la Pasqua l’ho passata a casa.
Ho aiutato mia madre giù in negozio, ho portato a spasso il cane, ho pensato che, dopotutto, la vita in un piccolo paese di provincia non è male.
L’ho pensato quando siamo passati, mia madre e io, davanti alla casa in cui abbiamo vissuto finché non ho compiuto due anni. Non mi ricordo nulla di com’era starci – ero troppo piccolo – ma a volte mi capita di entrare in quello che era il nostro appartamento, ché adesso è lo studio del dottore della mutua. “La sala d’aspetto è dove c’era il salone”, dice mia madre.
Le ho chiesto quanto pagavano d’affitto. “Sulle duecentocinquantamila lire”. “Quanti metri?”. “Ottantotto metri quadri. Calcola che son passati vent’anni.”
Forse mi sarebbe piaciuto crescere lì, con il parco dall’altra parte della strada, le elementari a due passi, le medie poco più lontane, la pizza al taglio nel palazzo di fianco. Invece, poco dopo la nascita di mia sorella, abbiamo traslocato in una grande casa con la campagna sui tre lati e sul quarto, dall’altra parte della strada, una specie di quartiere-residence abitato da gente che lavorava a Roma ma non poteva permettersi di viverci, e che aveva cani enormi.
Ci abitava (credo ci abiti ancora) anche un mio compagno di scuola. Probabilmente se non fossimo stati così vicini non sarebbe stato il mio miglior amico per quasi tutte le scuole elementari. In quarta – o in quinta, non ricordo – ero andato a casa di un altro mio compagno di classe, che viveva nella parte opposta del paese – venti, venticinque minuti di cammino a passo di decènne. Avevamo giocato coi Lego e avevamo camminato ancora, per il suo quartiere; poi ero tornato a casa, prima che facesse buio. La sera sua madre chiama mia madre e le dice che è assurdo che un bambino possa fare tutta quella strada a piedi da solo e che la prossima volta mi viene a prendere lei se voglio stare con il figlio, non c’è problema, basta che glielo dico.
Per venti minuti a piedi.
Lontano da quasi tutti gli altri ragazzini della scuola, lontano dalla scuola, lontano dalle feste del paese: probabilmente avrei dovuto camminare di più. Probabilmente il ruolo di “apolide metafisico” mi piace, punto.
E’ continuato alle medie – ancora più lontane dalle elementari. E’ continuato al liceo – lontanissimo, in un altro paese, una piccola città, il Capoluogo di Provincia. 
Allora una mia compagna di classe chiamava me e quelli nella mia stessa situazione “i paesani”, o “quelli dei paeselli”. Dal lunedì al sabato, per cinque anni, ho preso la navetta – quando passava – fino alla stazione e poi il regionale delle sette e  venticinque – quando era in orario. Venti minuti di treno per ritrovarmi catapultato in una prova generale dell’università da fuori sede, in una copia in scala della città. 
[Manco a farlo apposta, adesso mi servono venti minuti di metropolitana per andare da casa all’università].
I miei amici si potevano andare a trovare solo con l’autobus, o col treno – poi, ma solo alla fine, con la macchina.
C’è questo passo della Recherche in cui il narratore parla del suo primo viaggio in automobile. Dovrebbe essere dopo i primi due volumi, perché dice che se la macchina ce l’avesse avuta prima, tutta la storia della strada di Swann e quella dei Guermantes non ci sarebbe proprio stata, perché poteva andare nello stesso giorno da tutte e due le parti.
Probabilmente se non vivessi a venti minuti di distanza da quello che mi succede non starei qui a scrivere. E, probabilmente, sarebbe un bene.
Sarei stato un orgoglioso figlio del mio paesello di provincia, o, se non proprio orgoglioso, almeno capace di riconoscere tutti quelli che mi salutano per strada perché conoscono i miei genitori. Avrei potuto assumere un ruolo attivo nella comunità, magari candidarmi alle provinciali, e i clienti nel negozio di mia madre invece di dire: “E quello grande? Sta fuori?”, avrebbero detto: “Com’è andata? Ci è rientrato?”. E nelle discussioni su quello del ristorante che per poco non faceva fuori il padre io avrei potuto dire: “Be’, lo conosco perché siamo cresciuti insieme.” 
Avrebbero detto: “Ah sì? Ma è vero che si droga? E’ vero che stava in comunità e è scappato? Non era così quand’era piccolo, vero? E’ vero che il padre è irriconoscibile?”, e io avrei saputo le risposte.
* * *
Passiamo davanti al ristorante, mia madre e io. 
Lei dice: “Eccolo lì, il padre”, e mi indica un uomo, in piedi, sulla soglia. Ha una camicia bianca e nemmeno un graffio sulla faccia, sembra abbronzato. Ci sorride.

Re: Regina

1 marzo 2010 § 1 Commento

Cara Regina,
sono una studentessa universitaria ventitrenne della provincia di Milano che ha appena scoperto che probabilmente ha sbagliato tutto.
Ti spiego.
Ho sempre cercato – da quando non riesco più nemmeno a ricordarmelo – di essere diversa, di distinguermi. Il mio credo era riassumibile nel motto “non fare quello che fanno tutti”, che presto diventò, più genericamente, “non fare quello che fanno gli altri”.
Se le mie amiche dopo scuola non si perdevano una puntata di Dawson’s Creek, a me infastidiva anche solo la sigla. Quando i pomeriggi di maggio loro infilavano le mani nei pantaloni dei fighetti della scuola, nascoste all’ombra del parco, io ero a casa a leggere All’ombra delle fanciulle in fiore. Da quando ho deciso che posso innamorarmi, non riesco a stabilire un rapporto che non sia costantemente in bilico, per non dover essere costretta ad ammettere che “ho un ragazzo” anch’io.


Non ho mai viaggiato per il semplice gusto di farlo, temendo di finire nella casella di quelli che il viaggio fa bene alla mente/aiuta a scoprire se stessi/amplia gli orizzonti culturali. Non mi sono mai legata al luogo in cui vivo.
Spesso ho nascosto i pacchetti di sigarette dei miei amici che avevano paura di essere scoperti dai genitori, senza mai fumarmene una in cambio. Quando si passavano una canna sotto un cielo stellato, io dicevo “Proviamo a contare le stelle”, ed ero sobria.
Senza volerlo, sono diventata una Brava Ragazza. L’unica via di fuga era nelle idee, cui d’altro canto non credevo davvero, per evitare di fare la figura della libera pensatrice ad ogni costo.
Non ho mai provato ad essere “quella che però è simpatica”, né mi sono sforzata di migliorare il mio aspetto fisico.
Non ho cantato le canzoni che sapevano tutti.
Tutte le canzoni che invece ho canticchiato, tutti i film che ho visto a tarda notte, tutti i libri che andavo a scovare negli anfratti delle librerie e anche tutte le persone che ho conosciuto non ho tardato a scoprire che erano il patrimonio comune di tanta altra gente, da miei amici a persone che non sopporto o che non conoscerò mai. Come potevo pensare, del resto, che non fosse così?
“Non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”; “essere diversa”, “non essere nessuno”.
Credi che sia tardi per ricominciare da capo?

Con affetto,
Una87

Cara Una87,
devo dirti la verità: la tua lettera mi ha fatto piangere. Non ho mai letto tante idiozie messe nero su bianco dall’ultimo romanzo di Paulo Coelho.
Mi chiedi se è tardi per ricominciare. Vuoi davvero che ti risponda? E’ ovvio che non è tardi. E’ inutile. Assolutamente inutile.
Lo so, dovrei dirti che non è vero che hai sbagliato perché giusto o sbagliato non esiste, e che non è vero che non sei nessuno perché sei unica e speciale come ciascuno di noi. Non lo dirò, perché non lo penso.
Sbagli nel dire che “non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”. Tu hai fatto eccome. Hai scartato una ad una tutte le opportunità che ti venivano offerte in un processo volontario e sistematico di auto-annullamento. Auto-annullamento – fai attenzione – che solo tu prendevi per tale. Perché nella realtà non hai fatto, come tu stessa dici, che omologarti a una certa tipologia umana, come ogni comune mortale. Il che significa che pentirti di quello che non hai fatto equivale ad ammettere che solo in quel modo potevi essere qualcuno, potevi essere te stessa.
E’ così, Una87? Pensi che saresti stata più felice cantando a squarciagola Questo piccolo grande amore su un autobus affollato invece che Hyperballad nella solitudine della tua cameretta?
Be’, Una87, tieniti forte: la risposta è no, non saresti stata più felice. Per niente.
E ti dirò di più: se a ventitre anni ti chiedi se non hai sbagliato tutto, probabilmente sei destinata a chiedertelo per il resto della tua vita. E te lo saresti domandato – ne sono quasi certo – anche se fossi diventata una puttana, una tossica, una missionaria o una ballerina di liscio.
Vuoi un consiglio? Prova ad accontentarti. E smettila con questa storia della diversità. Tanto, tra un paio di mesi, di anni o di settimane, sarai lì a dirti che sei stata una cogliona.

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Cara Regina,
soffro di polluzione notturna. Devo preoccuparmi?

Anonimo

Caro Anonimo,
non si “soffre” di polluzione notturna. Anzi, la polluzione notturna è poesia.
E’ la Regina Mab che arriva nel cocchio di guscio di nocciola trainato da farfalle e ti si posa sul “naso”.
La polluzione notturna è essere masturbati da un sogno.

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Scrivete a lacollanadellaregina@gmail.com se anche voi volete essere trattati malissimo

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