Genio, incompreso

26 settembre 2010 § 2 commenti

Occorrente:

1 pene;
1 carta d’identità valida per l’espatrio;
2 ragazze di nazionalità diversa dalla propria;
1 amico stupido;
1 quaderno e/o blocco da disegno;
1 casale in campagna che avrebbe bisogno di essere ristrutturato ma non importa;
1 (almeno) parete interamente occupata da libri;
6 figli;
1 lutto.

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Jukebooks

17 luglio 2010 § Lascia un commento

Veniamo, come si suol dire, dopo i fuochi d’artificio. Si suol dire? Mia nonna lo dice, ma non ha ancora imparato il nome della pasticca per la pressione che prende da trent’anni, quindi non so quanto ci si possa fidare di lei.
Comunque, con colpevole ritardo celebriamo la nascita di Jukebooks, una collana di racconti curata da Alessandro Milanese e Alessandro Romeo per Quintadicopertina. O, per dirla con Rolling Stone, “la collana più r&r di Quintadicopertina”.
I racconti sono, per ora, quattordici. Dieci già apparsi su rivista. Uno, come gb aveva pomposamente annunciato, già apparso qui come racconto del mese. Un altro, come gb mi ha pregato di non dire, di gb stesso.
Sono in formato epub e sono gratis. Si sceglie quali scaricare con l’aiuto di: una breve descrizione della storia; la bio dell’autore; le persone, le cose e le città che assomigliano al racconto [tra i più citati, a parimerito: Carver, Sedaris e Dürrenmatt]; il tempo che ci vuole a leggerlo. Non vi resta che accendere i vostri ebook reader.
Come? Non ce l’avete? Non avete un ebook reader? Pronto? Siamo nel 2010.

America’s Next Top Novel*

24 giugno 2010 § Lascia un commento

Proprio ieri dicevo che la Nazionale non era spacciata e anzi, prevedevo una ripresa. Questo significa a) che porto più sfiga di gb; b) che ora che i Mondiali per l’Italia sono finiti possiamo tornare a parlare di cose che non interessano a nessuno, per esempio:

Ne avevamo accennato un mese fa e ora, con un sacco di tempo di ritardo, ci torniamo.

E’ uscita la lista dei 20 under 40 del New Yorker.

Venti scrittori sotto i quarant’anni selezionati dalla prestigiosa rivista americana ecc. ecc. in base – da quanto si legge nell’editoriale – non solo al talento e alla padronanza di linguaggio e storytelling, ma [o potremmo dire “quanto”] alla loro ambizione.

[…] they are all aiming for greatness: fighting to get our attention, and to hold it, in a culture that is flooded with words, sounds, and pictures; fighting to surprise, to entertain, to teach, and to move not only us but generations of readers to come.

Che non saprei dire quanto sia giusto, come criterio, ma è un criterio, su questo non ci sono dubbi – come non ce ne sono sull’arbitrarietà di ogni lista.
I Venti sono tutti qui e non mi metterò a citarli uno per uno. Dieci sono maschi e dieci femmine [un 50 e 50 un po’ sospetto]; nove non son nati negli Stati Uniti. Quindici sono pubblicati anche in Italia [la maggior parte da Mondadori & Affiliati, obviously]. Uno si chiama Daniel Alarcòn e ne avevamo parlato. Tutti rispondono alle stesse dieci domande.
A “Hai mai pensato di non fare lo scrittore”, il nostro risponde: « Leggi il seguito di questo articolo »

And that’s what you missed

20 maggio 2010 § Lascia un commento

Un breve riassunto di quello che ci è capitato durante questi mesi settimane giorni di parziale inattività del blog.

Mentre gb spendeva sei euro e ottanta per inviare sette pezzi di carta via fax, ludmilla ha deciso di prendersi un e-book reader. E’ andata nel negiozio di elettronica più vicino a casa sua, ha chiesto al commesso e lui ha risposto: “Cos’è un e-book reader?”. Si è detta che ne comprerà uno più o in là, magari su ibs.it. Si è immaginata il pacco con dentro l’attrezzo e un coupon per cinque eruo di sconto se ne spendi almeno cinquanta – in e-book.

Nel frattempo, lia ha pensato che fosse una buona idea rimettersi a parlare con una sua vecchia fiamma.
Non lo era.
mt ha trovato un cinema chiuso un paio di volte e questo l’ha depresso più del solito. Poi è iniziato a piovere ed è rimasto sempre a casa, a vedere film di Alfred Hitchcock e a sviluppare una dipendeza dal Gran Soleil al cioccolato. In quegli stessi giorni gb ha finito di leggere il Corsaro Nero, che languiva sul suo comodino da un mese.
ludmilla ha visto in tv gli spot per la giornata del libro con Saviano e Benedetta Parodi e ha pensato che questo fatto da solo basterebbe a mettere la parola fine a tutte le discussioni, mentre lia prendeva in simpatia i cinesi, che, a suo dire, stanno distruggendo la nostra economia offrendoci la possibilità di fare quello che in anni di democrazia e liberismo siamo stati educati a fare: acquistare un sacco di roba a due soldi.
Nel frattempo, mt usciva dal letargo. Una donna bioda, elegante, che non aveva mai visto prima, ha bussato alla sua porta e l’ha messo a parte di un terribile segreto prima di morire con un coltello conficcato nella schiena. Lui voleva che venisse fuori la verità, ma è stato accusato dell’omicidio della donna e si è visto costretto a fuggire. Per qualche strano caso del destino, gb l’ha incontrato al British Museum.
ludmilla ha visto quell’episodio dei Simpson [forse vede troppa televisione] in cui il signor Burns compra tutti i mezzi d’informazione di Springfield tranne il giornalino di Lisa, che prima di desistere dà seguito a tutta una serie di altri giornalini indipendenti. Homer commenta che in quel modo invece di un gigantesco gruppo che controlla il 90% dei media ci stanno centinaia di svitati che stampano le loro inutili opinioni [più o meno. La citazione corretta è: “See Lisa, instead of one big-shot controlling all the media, now there’s a thousand freaks xeroxing their worthless opinions”]. Ha pensato alle piccole e medie case editrici italiane, ma, davvero, non voleva. E’ stato più forte di lei.

Delitto per delitto

27 aprile 2010 § Lascia un commento

A Walter Scott – Sir Walter Scott – non piaceva dire che era uno scrittore. Oppure era un grande fan dell’anonimato.
Per dire, non solo si inventava come autore fittizio di Ivanhoe tale Lawrence Templeton, ma faceva scrivere a lui una lettera di dedica al reverendo dottore Dryasdust, antiquario residente a Castlegate, York – un altro tizio immaginario. Qualche romanzo dopo, The Fortunes of Nigel si apriva con una lettera-introduzione ancora a Dryasdust, scritta dal capitano Cuthbert Clutterbuck, che del romanzo in questione non si nominava autore ma “padrino”, nel senso che in una libreria aveva incontrato “l’autore di Waverly” [cioè Scott, al massimo del suo protagonismo] che lo investiva di tale onore. I ruoli si invertivano in Peveril of the Peak, dove Dryasdust scriveva una “lettera in forma di prefazione” a Clutterbuck in cui si parlava di un altro incontro con “l’autore di Waverly” [definito dall’antiquario “nostro padre comune”]. 
In Quentin Durward, poi, andava in scena il delirio. Il romanzo, anonimo, era preceduto da una prefazione, sempre anonima, nella quale il prefatore raccontava di essere stato in Francia, da un suo amico – un marchese – che aveva insinuato che The Bride of Lammermoor [romanzo pubblicato con il nome di Jedediah Cleishbotham] fosse stato scritto da Walter Scott. L’anonimo autore della prefazione rispondeva piccato che non poteva essere affatto così, primo, perché Scott era uomo troppo distinto per essere il responsabile delle “leggere opere che il pubblico ha voluto attribuirgli”, secondo, perché in realtà era lui, l’anonimo prefatore, che aveva scritto quel libro e le altre opere leggere [ma questo, per fortuna, al marchese non lo diceva – voleva mantenere il segreto]. 

Ma adesso torniamo al capitano che incontra dal libraio “l’autore di Waverly“. I due si raccontano un sacco di cose, finché il capitano non chiede:

Non teme che si possa attribuire questa rapida successione di opere a un sordido motivo? Si penserà che lei lavori solo per l’attrattiva del guadagno.

E l’Autore risponde:

Supponiamo pure che, tra gli altri motivi che mi possono spingere ad apparire più frequentemente davanti al pubblico, io calcoli anche i grandi vantaggi che sono il prezzo dei successi letterari; questo emolumento è la tassa volontaria che il pubblico paga per un certo genere di divertimento letterario; non viene estorta a nessuno, e viene pagata, credo, solo da quelli che se la possono permettere, e che ricevono un godimento proporzionato al prezzo che pagano. Se il capitale che è stato messo in circolazione da queste opere è considerevole, esso è stato forse utile a me solo? Non potrei forse dire a cento persone come il bravo Duncan, fabbricante di carta, lo diceva ai diavoli più ribelli della tipografia: Non avete forse anche voi partecipato al guadagno? non avete avuto i vostri quindici soldi? Penso, confesso che la nostra Atene moderna mi debba molto per aver stabilito una fabbrica così vasta; e, quando si sarà accordato a tutti i cittadini il diritto di votare alle elezioni, conto sulla protezione di tutti gli operai subalterni che la letteratura fa vivere, per ottenere un posto in parlamento.

Ecco, tutto questo, per qualche strano motivo, mi ha fatto pensare alla querelle Saviano-Berlusconi (padre e soprattutto figlia).
Voglio dire, Saviano poteva diventare Saviano senza passare per la Gigantesca Mietitrebbia Cultural-Promozionale di proprietà dell’Imperatore del Male? Bisogna, in Italia, per forza stare “dentro” per poter essere [con qualche efficacia, almeno] “contro”? Perché se così fosse – e probabilmente lo è davvero – allora sarebbe, tutto, incredibilmente triste.

God hates us all

12 aprile 2010 § 1 Commento

D: Dunque, da cosa possiamo cominciare? OK, intanto diamo il benvenuto a Laura Del Fiore. Ciao Laura.
R: Ciao ragazzi.
D: Laura Del Fiore, per chi non lo sapesse – ma chi non lo sa? – è la protagonista della fiction di successo di Raiuno Tutti Pazzi Per Amore, giunta alla seconda stagione. Giusto?
R: Esatto.
D: Ma oggi siamo qui per parlare del suo libro, perché Laura è anche scrittrice. Il libro si chiama Innamorate pazze, è edito da Rizzoli per la collana 24/7 e da poco è uscito in libreria. Allora, Laura, intanto ti chiedo perché sei passata a Rizzoli, lasciando l’editore che, nella serie, ti ha portata al successo, Castoni.
R: Beh, ecco, è più semplice di quanto si pensi. Castoni mi ha scoperta e gli devo il mio successo come autrice, ma in effetti non aveva una giusta distribuzione. A livello nazionale, dico. Principalmente, poi, è che non esiste.
D: Stai dicendo che una casa editrice senza una adeguata distribuzione è come se non esistesse?
R: No, no. Cioè, volevo dire che Castoni, come casa editrice, proprio non esiste.

D: Bene. Allora, Laura, veniamo a te. Veniamo alla scrittrice Laura Del Fiore. Ti abbiamo visto curare la rubrica della posta del cuore per la rivista femminile per cui lavori, ma come è stato cimentarsi con la stesura di un libro?
R: Oddio, questo proprio non te lo so dire.
D: Immagino. Scrivere un libro avrà i suoi pro e contro. Sentimenti contrastanti. 
R: Immagino. Il fatto è che il libro non l’ho scritto io, quindi non ti so dire come è stato scriverlo. 
D: Ci stai dicendo che non hai scritto il tuo libro?
R: No. Voglio dire, mi sembra piuttosto ovvio. Io sono un personaggio di finzione. Per il libro hanno preso un ghost writer. Per quanto ne so potrebbe essere lo stesso che usano per Bruno Vespa.
D: Bruno Vespa credo pubblichi con Mondadori.
R: Vedi? Non ne so proprio niente di queste cose. Conosco solo Castoni. Ah, e una ventina di piccole case editrici indipendenti, che potrebbero essere inventate come reali. 
D: Allora la domanda sulle tue abitudini di scrittura la devo depennare.
R: No, a questa posso rispondere. Io in genere scrivo nelle scene in cui mi si vede scrivere. Di solito è un montaggio alternato: ci sono io che scrivo e le reazioni di altri che leggono quello che sto scrivendo. Sai, per un contatto diretto coi lettori. Se no ci sono sempre io che scrivo e gli altri personaggi che fanno altre cose, e quello che sto scrivendo serve da commento. A proposito di commento, ovviamente spesso scrivo con una musica di sottofondo.
D: Che tipo di musica?
R: Ma, non lo so. Non la scelgo io. 
D: Puoi raccontarci qualcosa del libro? Qualche episodio divertente?
R: No, mi dispiace. Aspetta, però, fammici pensare. No, no. Non posso dire nulla – non ci sono scene in cui leggo il mio libro. Del resto, sarebbe stupido.
D: Cosa? Leggere il tuo libro?
R: No, volevo dire: io che leggo il mio libro. Anche se, insomma…
D: Cosa?
R: Niente, niente. Però, dài, ce ne vuole per andare a spendere sedici euro per un libro firmato da un personaggio di finzione, che potrebbe essere stato scritto un quarantenne obeso di Gallarate che vive a casa con la madre e impaglia scoiattoli.
D: Lo sai che ti potrebbe arrivare una querela dalla Rizzoli, sì?
R: Allora non ci siamo capiti: io non esisto veramente. Non sono reale. A chi la mandano la querela? A Laura Del Fiore residente in Via degli Unicorni, un fantastiliardo?
D: Vabbe’, Laura, abbiamo capito. Ma, insomma, il tuo non è mica il primo libro firmato da uno che non esiste. E poi tutti i discrosi sull’autore, sul peso del nome dello scrittore, la morte dell’autore. E’ comunque più importante il testo dell’autore, e, secondo alcuni, lettore  e autore sono pari nella creazione dell’opera letteraria.
R: Senti bella, queste stronzate saranno pure vere, ma non valgono certo per un libretto da due soldi il cui unico selling point è il mio nome in copertina.
D: Sì, ma non è che adesso perché non esisti sei pure libera di fare la stronza.
R: Non mi sembra…
D: No, davvero. Anzi, sai che ti dico?  
R: 
D: Laura? Laura Del Fiore?
R: 

Intervista esclusiva a Davide Maestro

15 marzo 2010 § 6 commenti

Non posso negare di essere in ansia per l’incontro con Davide Maestro. Sono la prima ad intervistarlo faccia a faccia, da quando ha deciso di rinunciare ai messaggi in codice nascosti tra le pagine dei quotidiani cui affidava le risposte alle domande che dovevano essergli recapitate tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.
La sua agente mi ha spiegato che la rinuncia è avvenuta dopo la discussione con Paolo Di Stefano e il Corriere della Sera. Sembra infatti che Di Stefano avesse interpretato come messaggio di Maestro le prime lettere di ogni riga di un articolo sull’Isola dei Famosi, mentre la risposta dello scrittore era da leggersi collegando le prime lettere di ogni riga di un articolo sull’alopecia. “La cosa assurda”, mi ha detto l’agente, “è che quello che veniva fuori in entrambi i casi era identico.”

L’appuntamento è a un bar nel centro di Roma. Quando entro lo trovo ad aspettarmi seduto a un tavolo nell’angolo più buio del locale. Indossa una sciarpa di lana grossa blu e verde, una giacca sportiva, un paio di sandali e i pantaloni rossi di una tuta. Ci salutiamo e mi chiede se voglio bere qualcosa. “Io ho già qui il mio vermouth”, dice. “Ho appena fatto colazione”, rispondo.
Non si trovano in giro molte foto di Maestro. Sulla quarta di copertina dei suoi due libri appare con gli occhiali, il naso e i baffi finti à la Groucho Marx. Su internet sono disponibili solo primi piani sfocati e foto di gruppo in cui lo scrittore fa capolino dalle retrovie. Ora che ce l’ho davanti, però, sono costretta a dare ragione a chi parla del suo fascino come qualcosa di irresistibile.
Devo stare attenta a non fargli l’occhiolino.
Devo anche stare attenta a non fargli domande che non riguardino il suo ultimo romanzo. “Se gli chiedi quello che ha mangiato ieri sera”, mi ha detto la sua agente, “si alza e se ne va. Magari ti pesta un piede”. Quindi, non solo niente domande sulla sua presunta partecipazione alla stesura della sceneggiatura dei film di Giovanni Veronesi, ma devo anche tacere sul suo progetto di rivista letteraria, il cui primo numero dovrebbe uscire nel giro di pochi mesi.
Il tutto è ancora avvolto nel mistero. Quello che è trapelato finora è che la rivista dovrebbe uscire da una medio-piccola ma dinamica casa editrice romana e dovrebbe chiamarsi Corona. Sottotitolo: Quadrimestrale di letteratura, vita e cazzi vari [la parola sottotitolo è nel sottotitolo]. Tra i nomi dei possibili redattori che sono emersi nel dibattito accesosi a riguardo nei principali lit-blog che affollano la Rete, spiccano quelli di Tommaso Pincio, Susanna Tamaro, Loredana Lipperini e Franz Krauspenhaar. Ma ovviamente non sono mancati quelli che, più o meno malignamente, hanno ipotizzato che l’intera rivista potrebbe essere redatta esclusivamente da Maestro, che si nasconderebbe dietro vari pseudonimi.

Gli chiedo se dopo questa intervista ha intenzione di concederne altre. “Prima vediamo come va questa”, risponde. Poi ordina altro vermouth.
Al centro del suo ultimo romanzo, Le tartarughe lo fanno meglio (Minimum fax, 21 euro), c’è un giovane intellettuale che vive nella Capitale e combatte contro il proprio gemello cattivo, il quale tenta – quasi in ognuna delle 460 pagine – di impedire al protagonista di scrivere un romanzo erotico sulle tartarughe marine. Gli chiedo quanto ci sia, in tutto questo, di autobiografico.
Maestro, il protagonista del suo romanzo e, ovviamente, il suo gemello hanno tutti ventisette anni e non sono estranei agli ambienti dell’intellighenzia capitolina. Lo scrittore si è laureato in linguistica con una tesi sul linguaggio degli addestratori di animali marini. Il suo romanzo d’esordio (Te l’ho detto cento volte: mi chiamo Maestro Davide, Ponte alle Grazie) è stato salutato dalla critica come un piccolo gioiello, capace addirittura, secondo alcuni, di “inaugurare un nuovo genere letterario: la narrativa post-intelligente“.
“Non potremmo essere più diversi”, spiega Maestro. “DM, il protagonista del libro, capisco che a un occhio inesperto e superficiale possa sembrare simile a me, ma chi mi conosce bene sa che lui si caccia in situazioni e dice cose che con me non hanno e non avrebbero mai nulla a che fare. Per esempio, quando nel secondo capitolo si fionda in un ristorante di Fiumicino e inizia a gettare a terra tutti i piatti di pesce e poi entra in cucina e butta il cappello del cuoco nella friggitrice della paranza”, ride, “ecco, quello non lo farei mai. Anzi, non sono nemmeno mai stato oltre l’aeroporto, a Fiumicino”.
Si ferma per scolarsi il vermouth e riprende. “E’ la stessa cosa successa col primo libro. Come se dato che c’era il mio nome nel titolo tutto quello che veniva dopo dovesse per forza essere vero. Io non ho mai ammazzato nessuno. Non l’ho fatto. Né ho intenzione di farlo. No. Niente omicidi. Niente di niente. Amen.”
A questo punto ordino da bere anch’io. Approfittando dell’imbarazzante silenzio che si è creato, gli chiedo se non si sentisse sotto pressione mentre lavorava a questo secondo libro, dato l’entusiasmo con cui era stato accolto il primo.
“Be'”,  dice, “la pressione c’era. Eccome, se c’era. Si aspettavano tutti qualcosa che fosse più che all’altezza dell’esordio. C’è stato un periodo in cui ricevevo anche dieci mail al giorno da Ponte Milvio. Per fortuna i due mesi che ho passatto allo Zoomarine per le ricerche sul campo mi hanno aiutato a stare coi piedi per terra. E poi finalmente il libro è uscito. E sembra che stia andando bene, no?”

Davide Maestro, in pochi anni e con due soli romanzi pubblicati, si è imposto come figura centrale nel panorama letterario italiano. Molti si sono interrogati sul fenomeno. Secondo Wu Ming 1, lo scrittore romano sarebbe una “Liala della letteratura 2.0”. Resta il fatto che i fan più accaniti di Maestro non esitano a paragonarlo a Salinger e a Brizzi, e ovviamente non hanno tardato a creare gruppi su Facebook che inneggiano a lui e ai personaggi dei suoi libri. A chi li accusa di essere uguali ai fan di Moccia, loro rispondono che, a differenza di Moccia, “Maestro fa letteratura”.
Gli chiedo se si rende conto di essere diventato un culto che sta ormai varcando i confini dell’underground. Sorride e mi risponde che si sente come il vincitore di un talent show della tv. Guardandomi dritta negli occhi aggiunge: “Ho anche la mia Mara Maionchi”.
Sorrido e gli faccio l’occhiolino.

Dove sono?

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