Come no

19 agosto 2010 § Lascia un commento

What I said was not a joke

But you just licked the envelope

I’m tired of dating, let’s elope

But you just licked the envelope

[Arcade Fire, The Woodland National Anthem]
Se penso a tutto il tempo che abbiamo sprecato a pensare a quello che ci sarebbe capitato una volta diventati migliori, ecco, te lo devo dire: non so se lo sprecherei ancora così.
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Rasentare la satira

29 maggio 2010 § Lascia un commento

[…] Dato che l’intervistatore generalmente è uno specialista dell’intervista più che dell’autore in questione, la macchina funziona spesso secondo alcuni riflessi, cioè dei cliché intercambiabili, stock di domande tipo rispetto alle quali si è rapidamente costituito uno stock simmetrico di risposte tipo che riducono drasticamente l’imprevisto. In materia di finzione, la questione regina è: “Questo libro è autobiografico?”, e la risposta regina: “Sì e no” (Barthes per Fragments d’un discours amoureux: “Sono io e non sono io”; Mauriac per Yves Frontenac: “Allo stesso tempo io e non io”; Sollers per Portrait d’un jouer: “Sì e no: è Philippe Sollers se fosse un personaggio di un romanzo”; più contorto, Truman Capote – e qui abbrevio: “I miei libri più autobiorafici non sono quelli che si pensa, ecc.”). Altra domanda-cliché: “Ci sono delle chiavi?”; risposta-cliché: “Nessuna chiave: ci sono certamente dei modelli ma li ho confusi”. “Ha subito l’influenza di X?” – “Assolutamente no, non l’ho mai letto”; o più perversamente, secondo la tecnica del controfuoco: “No, non di X, ma di Y, al quale nessuno ha mai pensato”. “Il suo libro opera o illustra un ritorno a… (a Balzac, al racconto, alla psicologia, alla tradizione francese classica, a Kant, a Descartes, a Plotino…)?” – “Sì e no, la Storia avanza a spirale”. “Scrivere questo libro l’ha cambiata?” – “Sì e no, si cambia mai veramente?” (Simone de Beauvoir, per Le Deuxième Sexe, risponde semplicemente no, risposta ingannevole). Alla domanda: “Ha impiegato molto tempo a scriverlo?”, due buone risposte: “Sì, cancello in continuazione”, e “L’ho scritto molto rapidamente dopo averlo a lungo portato con me”. “Qual è il suo personaggio preferito?” – “Tal dei tali, perché è quello che mi assomiglia meno”. Ma la domanda più produttiva, nelle interviste ai romanzieri, perché è quella che non si presta a risposte del tipo , no, o sì e no, consiste nell’esigere dall’autore che spieghi (come se non l’avesse, il più delle volte, già fatto troppo) il comportamento dei suoi personaggi. Molto rari quelli che, come Faulkner, hanno la fermezza di sottrarvisi.  La maggior parte, trasfigurati dall’urgenza, si lanciano in tentativi di motivazione saltando di palo in frasca e rifacendosi alla psicologia più triviale, con grande gioia del pubblico convinto di stare per penetrare negli arcani della creazione. E’ il gran momento, il culmine della serata […].


— Gérard Genette, Soglie. I dintorni del testo

Disagi e bivacchi

18 aprile 2010 § 1 Commento

“Toccami, Ciccio, ché mamma non c’è!” vs “Mamma! Ciccio mi tocca!”
[la Repubblica, 18 aprile 2010]

Gomorra è uscito negli Oscar. Solo dieci euro. 
Magari è la volta che lo leggo.

Re: Re: Regina

22 marzo 2010 § Lascia un commento

Cara Regina,
sono rimasto particolarmente colpito dalle vicende che hanno scosso le Chiese di Irlanda e Germania. Mi riferisco ovviamente ai casi di pedofilia di cui tanto si parla in questi giorni. Ne sono rimasto colpito non solo perché ho ricevuto una solida educazione cattolica, ma perché uno dei membri della mia famiglia è un sacerdote.
Il fratello di mia nonna è il parroco del piccolo paese in cui sono cresciuto. Essendo mia nonna rimasta vedova molto presto, vive da quasi quarant’anni con il fratello, nella canonica. Questo per me ha significato (e significa) che ogni Pranzo della Domenica dalla Nonna si trasformasse (e si trasforma) nel Pranzo a Casa del Prete. Ora, Regina, non le sto a dire quali ripercussioni questo abbia avuto sulla mia crescita. Quello che mi ha fatto più riflettere in questi giorni è altro.
Ho realizzato che, nonostante il numero di preti coi quali, in tutti questi anni, ho diviso il pranzo sia incredibile, nessuno ha mai abusato di me.


Come crede che sia possibile? E’ vero, la pubertà non è stata clemente con me, ma almeno fino ai dieci anni sono stato un bambino bellissimo. Volevo inviarle una foto per farle vedere quanto fossi affascinante a otto anni, ma il mio compagno me l’ha sconsigliato. Mi creda sulla parola, Regina: ero una bomba. Eppure niente, nemmeno una palpatina tra il primo e il secondo.
Come se lo spiega?
La prego di rispondere.
Il mio livello di autostima non era così basso da quando inviavo lettere a Carlo Rossella.

ladygago86

Caro ladygago86,
credimi se ti dico che sono stata profondamente turbata dalla tua lettera. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che hai sperimentato al pensiero di non essere mai stato amato. Ho deciso di risponderti per esprimere la mia vicinanza a te, e per proporti un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.
Il compito che ora ti sta dinnanzi è quello di affrontare il problema, e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagina che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti – tra le righe leggo che hai un compagno, e spero tu sia felice con lui -, ma molto di più resta da fare.
Vista la tua educazione, ti chiedo di ricordarti della “roccia da cui siete stati tagliati” (Is 51, 1). Rifletti sui contributi generosi, spesso eroici, offerti dalla Chiesa, e lascia che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento. La mia preghiera è che tu possa superare la presente crisi e ritornare a casa per pranzo.
In molte famiglie d’Italia vi è stato qualcuno – come il fratello di tua nonna – che ha dato la propria vita alla Chiesa. Giustamente le famiglie italiane hanno in grande stima ed affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo il dono della fede con altri e attualizzandola in un’amorevole servizio di Dio e del prossimo. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel nostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci.
È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere il tuo sconcertante problema, e solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla tua crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci.
Hai sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuta. È stata tradita la tua fiducia, e la tua dignità è stata violata. È comprensibile che trovi difficile perdonare o essere riconciliato con la Chiesa. Tuttavia ti chiedo di non perdere la speranza.
Sei ancora giovane.

_ _ _ _
Cara Regina,
quando una ragazza, dico, cioè, una ragazza con un bel culo che insomma co du chiappe che – ma veramente, due chiappe che je parlano con eloquente parlantina e je parlano e magari dicono anche levate, cioè ma tu puoi vedere mentre si alza per sistemare la borsa nel vano antistante e lì rivolte a te in quel momento preciso in quel momento magico, ma veramente magico! ecco in quel momento come intendere che dicano sfonname, ma forse questo sfonname è tipo se una cosa che senti tu come da dentro, una forza anche oscura, anche generosa benevola e tracimante come un’ascia spaccapietre micidiale, una falce vendicatrice e carezzevole diciamo, ecco, dopo tutto un discorso di questo tipo per esempio in treno per firenze, che poi magari in quelle carrozze da sei che siete può capitare soli, ma forse e dico forse può anche darsi che sia in parte avvenuto nella tua testa questo invito, non è detto, ossia la percezione di questo che poi uno gli viene di tirarsi fuori l’uccello perché gli pareva come di avere inteso un invito in quel frangente dell’ancheggiare e dell’afferrare il giornale della borsa, mi spiego no? cioè che capita a tutti poi, diciamo la verità, tirarsi fuori l’uccello dico, ma insomma se questa cosa che magari gli pareva reale voglio dire come si può stabilire?, posto che insomma, cioè la nostra interazione col mondo è veicolata dalle nostre percezioni come non fidarsi dell’invito delle chiappe?, io anche per questo mi reputo innocente, dico, è come dire vuoi un the, o no? io poi ecco considerando anche l’assiduità e la compiacevole permanenza in quei primi attimi di lei come rapita a bocca aperta a fissarmi in quel tripudio festante, ecco, mi sembrava proprio piena di gioia e del resto, come ovvio, ora mi ama. che poi è anche come tecnica, per quelli che ritengono di esperimentare delle tecniche per lo meno, come tecnica d’approccio ora io dico, tolto questo inconveniente del gabbio, è anche una tecnica degna di nota. tirare fuori l’uccello, dico.

[lettera firmata]

Caro [lettera firmata],
di lettere come la tua ce ne arrivano a decine, forse addirittura a centinaia la settimana.
Ci siamo fino ad ora rifiutati di pubblicarle perché, come saprai, non siamo soliti trattare questi argomenti. Tuttavia, considerata appunto la mole di richieste, ci sembrava sbagliato ignorare la questione. Siamo in campagna elettorale, perciò non possiamo direttamente intervenire nel dibattito – questo blog potrebbe influenzare quattro voti. Abbiamo così scelto la tua lettera perché è la più rappresentativa e – senza ulteriori commenti da parte nostra – illustra perfettamente il problema della riforma della Giustizia.
Ti ringraziamo di essere stato così incisivo.

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Scrivete a lacollanadellaregina@gmail.com, se vi va.

Re: Regina

1 marzo 2010 § 1 Commento

Cara Regina,
sono una studentessa universitaria ventitrenne della provincia di Milano che ha appena scoperto che probabilmente ha sbagliato tutto.
Ti spiego.
Ho sempre cercato – da quando non riesco più nemmeno a ricordarmelo – di essere diversa, di distinguermi. Il mio credo era riassumibile nel motto “non fare quello che fanno tutti”, che presto diventò, più genericamente, “non fare quello che fanno gli altri”.
Se le mie amiche dopo scuola non si perdevano una puntata di Dawson’s Creek, a me infastidiva anche solo la sigla. Quando i pomeriggi di maggio loro infilavano le mani nei pantaloni dei fighetti della scuola, nascoste all’ombra del parco, io ero a casa a leggere All’ombra delle fanciulle in fiore. Da quando ho deciso che posso innamorarmi, non riesco a stabilire un rapporto che non sia costantemente in bilico, per non dover essere costretta ad ammettere che “ho un ragazzo” anch’io.


Non ho mai viaggiato per il semplice gusto di farlo, temendo di finire nella casella di quelli che il viaggio fa bene alla mente/aiuta a scoprire se stessi/amplia gli orizzonti culturali. Non mi sono mai legata al luogo in cui vivo.
Spesso ho nascosto i pacchetti di sigarette dei miei amici che avevano paura di essere scoperti dai genitori, senza mai fumarmene una in cambio. Quando si passavano una canna sotto un cielo stellato, io dicevo “Proviamo a contare le stelle”, ed ero sobria.
Senza volerlo, sono diventata una Brava Ragazza. L’unica via di fuga era nelle idee, cui d’altro canto non credevo davvero, per evitare di fare la figura della libera pensatrice ad ogni costo.
Non ho mai provato ad essere “quella che però è simpatica”, né mi sono sforzata di migliorare il mio aspetto fisico.
Non ho cantato le canzoni che sapevano tutti.
Tutte le canzoni che invece ho canticchiato, tutti i film che ho visto a tarda notte, tutti i libri che andavo a scovare negli anfratti delle librerie e anche tutte le persone che ho conosciuto non ho tardato a scoprire che erano il patrimonio comune di tanta altra gente, da miei amici a persone che non sopporto o che non conoscerò mai. Come potevo pensare, del resto, che non fosse così?
“Non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”; “essere diversa”, “non essere nessuno”.
Credi che sia tardi per ricominciare da capo?

Con affetto,
Una87

Cara Una87,
devo dirti la verità: la tua lettera mi ha fatto piangere. Non ho mai letto tante idiozie messe nero su bianco dall’ultimo romanzo di Paulo Coelho.
Mi chiedi se è tardi per ricominciare. Vuoi davvero che ti risponda? E’ ovvio che non è tardi. E’ inutile. Assolutamente inutile.
Lo so, dovrei dirti che non è vero che hai sbagliato perché giusto o sbagliato non esiste, e che non è vero che non sei nessuno perché sei unica e speciale come ciascuno di noi. Non lo dirò, perché non lo penso.
Sbagli nel dire che “non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”. Tu hai fatto eccome. Hai scartato una ad una tutte le opportunità che ti venivano offerte in un processo volontario e sistematico di auto-annullamento. Auto-annullamento – fai attenzione – che solo tu prendevi per tale. Perché nella realtà non hai fatto, come tu stessa dici, che omologarti a una certa tipologia umana, come ogni comune mortale. Il che significa che pentirti di quello che non hai fatto equivale ad ammettere che solo in quel modo potevi essere qualcuno, potevi essere te stessa.
E’ così, Una87? Pensi che saresti stata più felice cantando a squarciagola Questo piccolo grande amore su un autobus affollato invece che Hyperballad nella solitudine della tua cameretta?
Be’, Una87, tieniti forte: la risposta è no, non saresti stata più felice. Per niente.
E ti dirò di più: se a ventitre anni ti chiedi se non hai sbagliato tutto, probabilmente sei destinata a chiedertelo per il resto della tua vita. E te lo saresti domandato – ne sono quasi certo – anche se fossi diventata una puttana, una tossica, una missionaria o una ballerina di liscio.
Vuoi un consiglio? Prova ad accontentarti. E smettila con questa storia della diversità. Tanto, tra un paio di mesi, di anni o di settimane, sarai lì a dirti che sei stata una cogliona.

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Cara Regina,
soffro di polluzione notturna. Devo preoccuparmi?

Anonimo

Caro Anonimo,
non si “soffre” di polluzione notturna. Anzi, la polluzione notturna è poesia.
E’ la Regina Mab che arriva nel cocchio di guscio di nocciola trainato da farfalle e ti si posa sul “naso”.
La polluzione notturna è essere masturbati da un sogno.

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Scrivete a lacollanadellaregina@gmail.com se anche voi volete essere trattati malissimo

Read the news, today (Oh boy)

19 febbraio 2010 § 5 commenti

Se lo scorso otto dicembre eravate per le strade di San Francisco a inseguire qualcuno, a fare gli hippies o a fare gli omosessuali, potevate comprare una copia del San Francisco Panorama per cinque dollari. Io, l’otto dicembre, ero a Via della Conciliazione, a Roma, a comprare un presepe per mia madre, così ho dovuto aspettare che andasse in ristampa [la prima tiratura è finita in un attimo], che venisse messo in vendita on-line [a gennaio] a sedici dollari e fosse possibile comprarlo da ibs.it [per tredici euro e mezzo]. Mi è arrivato ieri.


Il San Francisco Panorama  è il numero trentatre della rivista letteraria McSweeney’s Quarterly Concern – quella fondata da Dave Eggers, che ogni volta è diversa – ed è un prototipo di quotidiano. Arriva in una scintillante busta di plastica argentata e trasparente [per far vedere la testata, disegnata da Daniel Clowes]. Sul retro si legge: “A celebration of the newspaper”. Dentro alla busta, oltre al quotidiano c’è un magazine e la Panorama Book Review.
Il quotidiano è un po’ più grande del Corriere della Sera e è diviso in dieci parti – inclusa quella con la storia di Stephen King alle World Series e la Comics Section – più un poster e un cartoncino di Chris Ware pieno di roba à la Chris Ware. C’è anche una specie di foglietto illustrativo che si chiama Information Pamphlet, dove è specificato tutto quello che si poteva specificare: i font [Sabon, Verlag e  Filosofia], i software [Quark X-press 8, Photoshop e Illustrator], le cose che sono state tagliate. Soprattutto, c’è un dettagliatissimo conto spese dal quale si ricava che ogni Panorama [tutto incluso] è costato sei dollari e novantotto, che le spese “editoriali” [“all the contributors, plus supplemental staff, equipment, copyediting, one lamb, etc.”] hanno leggermente sforato gli ottantamila dollari e i ricavi della raccolta pubblicitaria sono arrivati a sessantamila [c’è anche un’inserzione di Internazionale].
A questo punto dovrei dire quello che c’è dentro, al quotidiano, ma non credo che lo farò, perché è davvero troppa roba. Da un pezzo sulle sopracciglia di Michelle Obama a cinquantotto foto per spiegare passo dopo passo come si prepara l’agnello. Dal fumetto di Dan Clowes intitolato The Christian Astronauts a un reportage sul nuovo ponte tra San Francisco e Oakland. Più l’oroscopo e i giochi. Più la lista dei distributori di San Francisco dove la benzina costa meno. Più i bambini che recensiscono i film per bambini. Più – e questa è la cosa che più sbalordisce [proprio così] a una prima occhiata – una veste grafica straordinaria.
Il San Francisco Panorama è arte tipografica al suo meglio. Se non fossi una bibliomane che se solo potesse conserverebbe sottovuoto tutti i suoi libri, potrei prendere ogni pagina, incorniciarla e appenderla alle pareti del mio spoglio appartamento da bibliomane.
Sotto questo punto di vista, il magazine è un po’ deludente. E’ elegantissimo, certo, ma abbastanza da diventare noioso. Dentro c’è Michael Chabon che parla del Power Pop, Chip Kidd dei biglietti del treno [“perhaps the planet’s most confusing use of paper.”], e una tavola rotonda sulla distribuzione dei film.
La Book Review ci riporta al sensazionale. Oltre alle recensioni [sette in totale] ci sono due “very short” stories di mezza pagina, una nonfiction su i modelli che posano per le copertine dei romanzi rosa, un’utilissima tabella con la pronuncia corretta di molti nomi di scrittori [dove si scopre che Chabon si pronuncia “SHAY-bahn” e Palahniuk “PAHL-a-nik”], un racconto di George Saunders che comincia così: “Deer Reeder: First may I say, sorry for any werds I spell rong. Because I am a fox!” e finisce così: “If you want your Storys to end happy, try being niser.” [me lo farò tatuare da qualche parte], e un racconto di James Franco [quello che faceva il fidanzato di Sean Penn in Milk e il fidanzato (?) di Tobey Maguire in Spiderman], che ha preso lezioni di scrittura creativa e quest’anno dovrebbe pubblicare un romanzo.

Considerate che questo non è nemmeno un quarto di tutto quello che c’è nella busta di plastica del numero trentatre di McSweeney’s. Ma considerate anche che è solo un prototipo, che molto è stato escluso, ecc. ecc.
Ora considerate quello che ho detto che sta scritto sulla confezione. “A celebration of the newspaper”.
Nonostante il progetto fosse nato per dimostrare quanto si può ancora fare con i giornali, per suggerire una via d’uscita dalla crisi che da un sacco di tempo ormai ha colpito i quotidiani [prima che colpisse l’editoria libraria], il San Francisco Panorama non è altro che una celebrazione intesa come commemorazione. E’ una superba orazione funebre, un monumento [nel senso proprio del termine] a tutto quello che la stampa ha fatto di bello, a quello che il medium giornale ha rappresentato per noi. Certo, potrebbe offrire idee interessanti per addolcire l’agonia dei quotidiani, forse addirittura servire da modello per un quotidiano di transizione in grado di affiancare [seppure a qualche metro di distanza] i giornali online prima che questi prendano definitivamente il sopravvento, ma, alla fine, a che servirebbe?

Se intorno al 1910 la neonata industria automobilistica avesse indetto un congresso per studiare il futuro del cavallo, la discussione si sarebbe accentrata sulla necessità di scoprire nuovi compiti per questo animale e nuove forme d’addestramento per accrescerne l’utilità.
— Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare

Generatore di Post Ironistico-Sentimentali “Pulsatilla 9000″ | Test 0.1

20 gennaio 2010 § Lascia un commento

C’è un momento magico nella vita di ogni studentessa universitaria che si chiama: Attesa Prima di un Esame.
Cioè, forse non è così proprio per tutte. Magari voi siete di quelle che smettono di lavarsi i capelli due mesi prima dell’appello, o impongono a sé e al proprio ragazzo l’astinenza per poi darla al primo che capita giusto la sera prima, così, “per scaricare la tensione”. Comunque, tu, unica, che non sei tra queste, sai a cosa mi riferisco.
Parlo di quella intesa che si crea tra te e un ragazzo che non avevi mai visto prima, oppure che avevi visto ma avevi preferito dimenticare, mentre insieme aspettate di essere chiamati dall’assistente del professore che di sicuro storpierà il tuo cognome.
Chiaramente, affinché questo avvenga, devi essere sicura di non incontrare nessuno che già conosci, in particolare quella mezza matta che al corso si sedeva sempre vicino a te per parlare dei suoi problemi con le coinquiline e poi chiederti una fotocopia dei tuoi appunti. Devi anche stare attenta a non attirare l’attenzione di una delle studentesse che si identificano nelle tipologie prima accennate. Se sarai brava, forse l’unico studente interessante presente si siederà sul pavimento lurido del corridoio del dipartimento di italianistica accanto alla panchina dove sei seduta tu.
Dico forse perché se sei iscritta a una facoltà come Lettere sai meglio di me quanto sia difficile trovare ragazzi che non siano gay, freak, o buzzurri del basso Lazio che frequentano la Città Universitaria solo per le canne e le studentesse di Scienze della Cominicazione. Magari sei scettica, starai dicendo “Sì, i soliti stereotipi”. Be’, non vorrei deluderti, ma, ecco, è esattamente così.
Tornando a noi, diciamo, per ipotesi, che del tutto ipoteticamente un ragazzo che potrebbe fare al caso tuo ti si avvicini.
Tu sei lì che fai finta di ripassare e lui ti chiede: “Sei qui per l’appello di ***?”. Rispondi di sì.
A questo punto, le possibilità sono tre:
1) vuole solo sapere se si trova nell’edificio giusto;
2) vuole scambiare quattro chiacchiere con l’unica ragazza che potrebbe fare al caso suo (cioè che non sembra lesbica, troppo zoccola, troppo timorata di Dio o troppo timorata del trenta e lode);
3) vuole che qualcuno gli ripeta quello che lui non ha studiato bene.
Se ti trovi di fronte a un 2 (e anche se ci fosse un pizzico di 3 non sarebbe poi la fine del mondo) ce l’hai fatta.
[Certo, su tutto il procedimento va apposto il bollino “e viceversa”: puoi benissimo essere tu a fare la prima mossa. Tutto dipende da chi arriva prima.]
Per farlo sentire a suo agio gli dici che non sai niente, che più ripassi più ti sembra di non ricordarti nulla. “Le date, poi… se me le chiede è la fine”.
Come previsto, lui ripete esattamente le stesse cose. Certo, non sai ancora se è serio o se, come te, è cosciente del fatto che alla fine prenderà un voto comunque superiore al ventotto. Decidi che è meglio approfondire. Spari date e nomi a caso.
“Qual era il romanzo uscito nei Gettoni?”.
“Oddio, non mi ricordo dov’era stato prima di laurearsi in Lettere”.
“I capitoli erano dodici o quindici?”.
Se le risposte sono per lo più giuste, questo ragazzo ha tutto.
Dalla materia passate a parlare dei vostri assurdi metodi di studio. Lui ti dice che alla fine si ricorda solo le cose più stupide. Gli basta leggerle una volta, senza sottolinerarle e niente, e se le ricorda per sempre. “Tipo, mi ricordo che l’aspirapolvere è stata inventata nel 1908”. Tu sorridi, anche se sai che non c’è motivo per farlo. Continuate a ricoprirvi di ridicolo e a ridere dove non serve finché non tocca a lui. Gli dici “In bocca al lupo”. Lui non ti risponde. Ti viene in mente come per la prima volta da settimane che oggi hai un esame.
Quando entri nell’aula in cui il professore interroga trovi lui che verbalizza il suo voto con l’assistente. Vi guardate. A gesti gli chiedi com’è andata. Lui sorride. Se quando uscirai da quell’aula lo troverai ad aspettarti, be’, ecco, ci siamo capite.
Il professore ti regala un trenta. L’assistente sbaglia a scrivere luogo e data di nascita sul verbale, corregge e ti fa firmare. Prendi il foglio, saluti e esci.
Lui è ancora lì.
“Com’è andata?”.
“Bene. Trenta. Tu?”.
“Trenta e lode”.
Ok, forse ha esagerato, ma non ti importa. Una ragazza ti assale. “Allora? Te l’ha chieste le fasi? Che t’ha chiesto? Te l’ha chieste le fasi?”. Lui dice “Andiamo?”. Lo segui. Ovviamente non sai dove state andando.
Ti porta in giro per dipartimenti dei quali tu non potevi nemmeno immaginare l’esistenza. Parlate, ridete. Ricordati solo di mantenere un certo contegno.
Incontrate una persona che conoscete tutt’e due. La salutate. Quando ve ne separate lui dice “*** mi mette sempre una certa ansia”, che è esattamente la cosa che tu pensi di ***.
Uscite dalla facoltà. Dici: “Comunque non ci siamo nemmeno presentati”.
“Infatti”.
“Io sono [inserisci il tuo nome]”.
“Piacere, ***”.
“Va be’, adesso devo andare, il mio ragazzo mi apetta qui fuori”.

Dove sono?

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