Come no

19 agosto 2010 § Lascia un commento

What I said was not a joke

But you just licked the envelope

I’m tired of dating, let’s elope

But you just licked the envelope

[Arcade Fire, The Woodland National Anthem]
Se penso a tutto il tempo che abbiamo sprecato a pensare a quello che ci sarebbe capitato una volta diventati migliori, ecco, te lo devo dire: non so se lo sprecherei ancora così.
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Disagi e bivacchi

18 aprile 2010 § 1 Commento

“Toccami, Ciccio, ché mamma non c’è!” vs “Mamma! Ciccio mi tocca!”
[la Repubblica, 18 aprile 2010]

Gomorra è uscito negli Oscar. Solo dieci euro. 
Magari è la volta che lo leggo.

Venti minuti (probabilmente)

6 aprile 2010 § 4 commenti

E’ il giovedì della Semana Santa: vado a vedere los passos. Marion ci invita a casa sua alla Macarena, in Calle Viriato, una traversa di Calle Feria, dove passa la più grande e bella delle processioni: quella della Virgen de la Macarena. Io non avevo mica capito. Sono migliaia di persone i figuranti e vanno in giro vestiti come quelli del kukulxklan (che in realtà hanno preso proprio da qui spunto per il loro abbigliamento), avvolti in manti neri, lividi, viola con un cono affilato, del colore della cappa, sulla testa. Alcuni vanno in giro a piedi nudi. Portano ordinatamente croci o ceri o niente. Si chiamano nazareni. Sono migliaia per ogni processione e vanno piano. A passo di processione, appunto. E sono tante le processioni, tante quante le chiese della città. Tante. E quando passa una processione la strada è chiusa e non puoi passare tu e c’è tanta gente a guardare e dura ore e se per caso capiti tra due vie, tra due processioni, rimani bloccato, anche molto a lungo.

[Federico Di Vita, Cronache da Siviglia]

Mia madre torna a casa dal negozio e dice che le sirene e la polizia che per poco non la investiva erano per il ragazzo del ristorante, quello che ha un anno meno di me. Dicono che ha ammazzato di botte il padre.
“L’ha ammazzato? Quali sirene?”
“Non è proprio morto.”
Dicono che nemmeno lo toccavano perché credevano fosse morto. Dicono che hanno chiamato la Scientifica.
“Addirittura la Scientifica.”
“Ma perché ti stavano per mettere sotto?”
* * *
Questa settimana tra le elezioni e la Pasqua l’ho passata a casa.
Ho aiutato mia madre giù in negozio, ho portato a spasso il cane, ho pensato che, dopotutto, la vita in un piccolo paese di provincia non è male.
L’ho pensato quando siamo passati, mia madre e io, davanti alla casa in cui abbiamo vissuto finché non ho compiuto due anni. Non mi ricordo nulla di com’era starci – ero troppo piccolo – ma a volte mi capita di entrare in quello che era il nostro appartamento, ché adesso è lo studio del dottore della mutua. “La sala d’aspetto è dove c’era il salone”, dice mia madre.
Le ho chiesto quanto pagavano d’affitto. “Sulle duecentocinquantamila lire”. “Quanti metri?”. “Ottantotto metri quadri. Calcola che son passati vent’anni.”
Forse mi sarebbe piaciuto crescere lì, con il parco dall’altra parte della strada, le elementari a due passi, le medie poco più lontane, la pizza al taglio nel palazzo di fianco. Invece, poco dopo la nascita di mia sorella, abbiamo traslocato in una grande casa con la campagna sui tre lati e sul quarto, dall’altra parte della strada, una specie di quartiere-residence abitato da gente che lavorava a Roma ma non poteva permettersi di viverci, e che aveva cani enormi.
Ci abitava (credo ci abiti ancora) anche un mio compagno di scuola. Probabilmente se non fossimo stati così vicini non sarebbe stato il mio miglior amico per quasi tutte le scuole elementari. In quarta – o in quinta, non ricordo – ero andato a casa di un altro mio compagno di classe, che viveva nella parte opposta del paese – venti, venticinque minuti di cammino a passo di decènne. Avevamo giocato coi Lego e avevamo camminato ancora, per il suo quartiere; poi ero tornato a casa, prima che facesse buio. La sera sua madre chiama mia madre e le dice che è assurdo che un bambino possa fare tutta quella strada a piedi da solo e che la prossima volta mi viene a prendere lei se voglio stare con il figlio, non c’è problema, basta che glielo dico.
Per venti minuti a piedi.
Lontano da quasi tutti gli altri ragazzini della scuola, lontano dalla scuola, lontano dalle feste del paese: probabilmente avrei dovuto camminare di più. Probabilmente il ruolo di “apolide metafisico” mi piace, punto.
E’ continuato alle medie – ancora più lontane dalle elementari. E’ continuato al liceo – lontanissimo, in un altro paese, una piccola città, il Capoluogo di Provincia. 
Allora una mia compagna di classe chiamava me e quelli nella mia stessa situazione “i paesani”, o “quelli dei paeselli”. Dal lunedì al sabato, per cinque anni, ho preso la navetta – quando passava – fino alla stazione e poi il regionale delle sette e  venticinque – quando era in orario. Venti minuti di treno per ritrovarmi catapultato in una prova generale dell’università da fuori sede, in una copia in scala della città. 
[Manco a farlo apposta, adesso mi servono venti minuti di metropolitana per andare da casa all’università].
I miei amici si potevano andare a trovare solo con l’autobus, o col treno – poi, ma solo alla fine, con la macchina.
C’è questo passo della Recherche in cui il narratore parla del suo primo viaggio in automobile. Dovrebbe essere dopo i primi due volumi, perché dice che se la macchina ce l’avesse avuta prima, tutta la storia della strada di Swann e quella dei Guermantes non ci sarebbe proprio stata, perché poteva andare nello stesso giorno da tutte e due le parti.
Probabilmente se non vivessi a venti minuti di distanza da quello che mi succede non starei qui a scrivere. E, probabilmente, sarebbe un bene.
Sarei stato un orgoglioso figlio del mio paesello di provincia, o, se non proprio orgoglioso, almeno capace di riconoscere tutti quelli che mi salutano per strada perché conoscono i miei genitori. Avrei potuto assumere un ruolo attivo nella comunità, magari candidarmi alle provinciali, e i clienti nel negozio di mia madre invece di dire: “E quello grande? Sta fuori?”, avrebbero detto: “Com’è andata? Ci è rientrato?”. E nelle discussioni su quello del ristorante che per poco non faceva fuori il padre io avrei potuto dire: “Be’, lo conosco perché siamo cresciuti insieme.” 
Avrebbero detto: “Ah sì? Ma è vero che si droga? E’ vero che stava in comunità e è scappato? Non era così quand’era piccolo, vero? E’ vero che il padre è irriconoscibile?”, e io avrei saputo le risposte.
* * *
Passiamo davanti al ristorante, mia madre e io. 
Lei dice: “Eccolo lì, il padre”, e mi indica un uomo, in piedi, sulla soglia. Ha una camicia bianca e nemmeno un graffio sulla faccia, sembra abbronzato. Ci sorride.

And, in the end, the love you take is equal to the love you make

13 febbraio 2010 § 1 Commento

Qualche suggerimento per i biglietti di San Valentino.

 

  
  
  
  
  
I disegni vengono da qui.
Se ci si clicca sopra le immagini diventano più grandi.
E sì, per l’ultima sono stata pagata.

[…]

23 dicembre 2009 § Lascia un commento

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