Skype is the limit

4 novembre 2010 § 10 commenti

“Clandestina” è un libro fatto di racconti (dodici), di disegni (undici) e di sonetti (uno). E’ pubblicato da Effequ e si può comprare da qui e, dal 17 novembre in poi, un po’ ovunque.
In teoria ne avremmo dovuto parlare con in curatori, Federico Di Vita e Enrico Piscitelli. In pratica ho deciso di fare l’intervista via Skype, nonostante sapessi di commettere un grosso errore. Il risultato è che si è parlato di estetica, di aNobii, di Ruby, dei Musei Vaticani, di Salinger, di “Inception”, di cose che ho dovuto eliminare per salvare dalla galera qualcuno e di “Clandestina”.
Alla fine è stato pure divertente.

gb: Cominciamo da aNobii: adesso Clandestina ce l’hanno in dieci. A quanto pensate che si arrivi?

Federico Di Vita: La domanda vera è se ce l’avrà mai qualcuno che non fa parte del giro.

Enrico Piscitelli: Secondo me aNobii è una cosa “da giro”. Non conosco nessuna persona normale che abbia aNobii, solo autori, gente che scrive, editori ecc.

gb: Ma no, un sacco di “lettori medi” hanno aNobii.

F: Pure secondo me.

E: Va be’… Ma ‘st’intervista? La facciamo ora? Dài. Ci togliamo il pensiero. gb sta già pensando alle domande. Bravo!

F: Secondo me è basito. « Leggi il seguito di questo articolo »

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Le recensioni su aNobii: la recensione

13 aprile 2010 § 2 commenti

Forse l’avrete sentito, ma il prossimo Nobel per la pace potrebbe andare a Internet. [Inserire battuta contenente i seguenti elementi: internet, dinamite, porno, nobel]. Nel caso non dovesse essere insignita di tale riconoscimento, l’Internet sappia che per almeno una cosa [“oltre al porno”, facoltativo] le siamo tutti riconoscenti: il coming out degli idioti.
E’ solo grazie a Internet se, per la prima volta nella storia dell’Umanità, siamo davvero in grado di renderci conto di quanti stupidi popolino il pianeta. Internet ci ha dimostrato che dando a chiunque la possibilità di esprimersi e di farsi ascoltare, nessuno preferisce tacere  e lasciare che gli altri pensino che è un idiota. Proprio nessuno.
I social network – sancta sanctorum della demenza – ce lo confermano a ogni status update.

Oggi ci occupiamo di una tipologia particolare di social network: quello culturale.
Parliamo di aNobii, biblioteca virtuale di circa diciannove milioni di volumi, nato nel 2005 a Hong Kong, oggi diffuso in quindici lingue – italiano compreso. Consente a ogni utente di creare la propria libreria, inserendo semplicemente il codice ISBN, e permette di commentare e valutare ogni libro e insomma, tanto lo sapete come funziona.  
Quello che ci interessa sono appunto i commenti, le recensioni. Recensioni che sono state raccolte [non tutte, solo seicento] in un libro, uscito lo scorso anno per Rizzoli 24/7 [ancora loro], intitolato aNobii. Il tarlo della lettura: un mattone di quattrocentonovantatre pagine – con una prefazione di Luca “Se C’è da Scrivere Due Cazzate su Internet Chiamatemi” Sofri – che su aNobii conta centosessantaquattro recensioni [per cinquecentosettantasette lettori] e una media di quattro stellette e mezzo su cinque.
Secondo Nicola Lagioia, “la cosa più sorprendente di aNobii non è tuttavia la qualità degli interventi, ma il fatto che la maggior parte di questi provenga dall’Italia. Tra gli oltre cinquantacinque Paesi che compongono la comunità virtuale, il nostro è il più rappresentato. Madame Bovary, che per esempio su aNobii Francia conta appena 30 lettori, è finito nelle librerie di ben 6800 anobiiani d’Italia. […] Il che ha del miracoloso, tenuto conto che l’Italia non brilla per numero di lettori, è meno popolata di Paesi come gli Stati Uniti, e soprattutto tra le nazioni del primo mondo è molto indietro in fatto di informatica.”
Ecco, Nicola, proprio quello che tu trovi miracoloso secondo me non è che l’ennesima prova della capacità del web di portare alla luce l’idiozia sommersa. Sappiamo tutti e due che i lettori in Italia sono meno dei proprietari di bikini in Antartide: che gli utenti di aNobii siano tanti significa solo che sono tanti quelli convinti che affermare di aver letto un libro e dire se era bello o faceva vomitare o era una rottura di palle o era da cinque o da una stelletta – insomma, significa che sono tanti quelli convinti che stare su aNobii sia importante [uno status, appunto] quanto la lettura stessa, oltre che certi che la semplice possibilità di esprimersi dia loro il diritto/dovere di essere presi maledettamente sul serio. E i recensori di aNobii nella maggioranza dei casi sono ridicoli.
I recensori di aNobii sono principalmente di due tipi: i serenus e gli andrea [quelli che hanno in libreria Richler al posto di Mann sono una variante dei primi; quelli che hanno Lansdale al posto di Deaver sono una variante dei secondi].
I serenus sono i peggiori. Prendono il nome da Serenus – Maschio, 56, Sposato/a. Pavia, Italy – che a sua volta, come non manca di dire, prende il nome “dall’io narrante del Doctor Faustus” di Thomas Mann (5 stellette). Serenus ha finito di leggere ben ottocentoventidue libri e ne ha recensiti parecchi, quasi centocinquanta. Tutti importanti, tutti seri
Ha letto la Poetica di Aristotele (5 stellette, “un’esperienza di vita”) e l’Odissea (5 stellette). Tra i “capolavori del [suo] Pantheon” c’è Guerra e Pace, “certamente uno dei più bei romanzi di tutta la storia della letteratura”, ma occupano un posto di rilievo anche il Don Chisciotte – nonostante un approccio problematico che gli è costato la quinta stelletta -, “un libro che ha reso migliore l’Umanità”; La coscienza di Zeno,”il vero grande capolavoro della narrativa italiana del Novecento”; Eliot, con La terra desolata, che “fa capire come nasce un capolavoro”; l’opera poetica di D’Annunzio, che, seppure “discontinua” (4 stellette), riserva perle quali La pioggia nel pineto, “uno dei risultati più alti di tutta la poesia italiana del Novecento”; e ovviamente l’Ulisse di Joyce, in lettura per la quarta volta.
Serenus non risparmia critiche. Recensisce freddamente i pochi bestseller che si concede ed è scettico nei riguardi di alcuni contemporanei. Non ama il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore (“Mi sa che inserirò la categoria “libri sterili”, questo sarebbe un ottimo primo rappresentante”), B.E. Ellis (American Psycho è “uno dei due libri che ho buttato nella spazzatura, in tutta la mia vita. E questo sarebbe un capolavoro? Una disgustosa e inutile… Si può scrivere ‘st***zata’ su aNobii?” – 1 stelletta), ma ce n’è anche per Salinger e la “maggior parte degli americani moderni” ai quali “manca sempre qualcosa” (altro bersaglio è Kerouac, “sopravvalutato, come gran parte della letteratura americana del Novecento”); di Nove Racconti dice: “Queste storie sono soprattutto superficiali. Sono arrabbiato. Menare il can per l’aia per più di venti o trenta pagine raccontando di un bambino che ha avuto l’Illuminazione senza sostanzialmente raccontare davvero la Vita che ci sta dietro dovrebbe essere considerato un reato. Rimane una fastidiosa impressione di superficialità.”.
Ma Serenus non indulge nell’acredine. Le sue recensioni, anzi, possono svelare inaspettati slanci poetici:
Gita al faro
di V. Woolf
5 stellette. 
Richiudo il libro. Finito.
La Mer di Debussy come sottofondo. 
I personaggi che continuano a vivere nei miei pensieri. 
Miei pensieri … perché IO sono quello reale … devo convincermi di questo …
Come in un quadro di Seurat, vanno verso il faro scomposti in colori …
e una malcelata aspirazione alla creazione artistica:
La vita sessuale di Catherine M.
Di Catherine Millet
1 stelletta. 
Ma UNA volta UN libro erotico decente riuscirò a leggerlo? 
… 
Potrei scriverlo io … 
… 
Hai mai visto che mi riesce di fare un po’ di soldi?
– – – –
Gli andrea prendono il nome da Andrea – Maschio, 38, Single. Milano, Italy – che ha letto appena quarantaquattro libri, quasi tutti bestseller.
Preferisce i thriller, ma non disdegna un autore come Fabio Volo – il cui ultimo romanzo, Il tempo che vorrei, si è guadagnato 4 stellette (“Come negli altri suoi libri, anche in ‘Il tempo che vorrei’ ho ritrovato parti di me, del mio vissuto che ho cacciato in fondo e non è stato facile leggerlo, specie la seconda parte.”) – o Nicholas Sparks, del quale Andrea ha “letto tutti i titoli”, e che, anche se “negli ultimi tempi [lo] aveva un po’ deluso” (“essendo calato molto […] il pathos narrativo”), “con ‘L’ultima canzone’ invece […] si riscatta alla grande” meritando 5 stellette. Andrea non si risparmia nell’analisi, anche filologica: di L’isola dei pirati, di Michael Crichton, afferma: “non credo sia Crichton. E’ un romanzo postumo, ‘trovato’ nel computer di un’artista prematuramente scomparso.” E quando le stellette non bastano cerca di rimediare:

Il simbolo perduto 
Di Dan Brown
5 stellette. 
Stupendo!
Se potessi dargli 5 stelle, gliene darei.
Ma è nel giudizio fulm
ineo, nella parola-icona che Andrea dà il meglio di sé. Il giudizio è spesso racchiuso ed elegantemente espresso in una o due parole: “Meraviglia”, “Denso di atmosfera”, “Tech-noioso”, “Speculativo”, “Una poesia”, “Scacchistico”, “Stalinista”.
Per tacere di quando – ma è un attimo – Andrea si abbandona alla critica della società:
Follia
di Patrick Mcgrath:
5 stellette. 
Le marionette
Follia è come un gioco di marionette, dove non si riesce a capire chi impersona la persona malata e chi invece è quella sana, forse il messaggio di fondo, senza voler svelare il finale, è che siamo tutti un pò malati.   
– – – – 
Questa non è che la punta dell’iceberg. E se si fa al contrario il risultato non cambia.
Della Divina Commedia Juakino95 scrive:
Lo si può leggere in modi diversi: si può pensare di avere fra le mani un capolavoro, una lunga poesia, un testo storico… 
Io per esempio l’ ho letto considerandolo più che altro una novella fantasy od horrorifica, e insieme l’ ho considerato un esempio di recupero di personaggi della mitologia greco-latina ottimamente riuscito inserito in un Ade del tutto re-inventato. 
Spero di non far rivoltare Dante nella tomba con questa mia recensione… se sentite di un terremoto a Ravenna non dite che è colpa mia!
Sui Promessi sposi i pareri sono contrastanti. A chi lo consiglia – ma con qualche riserva – come lettura “extrascolatica” (per Rosispri “resta il numero UNO dei romanzi italiani! Sarà anche paternalista,svaluterà l’agire umano perchè non si muove foglia che Dio non voglia!ma come scrive lui in italiano non scrive nessuno!”), c’è chi, come Antonello Dinapoli, risponde: “Uno pensa che sia uno di quei libri che, riletto dopo il Liceo, ti fa riscoprire la letteratura spontanea, il piacere di legarti ad un grande classico per il puro gusto di farlo tuo. Non è vero.” – mentre Marta ci tiene a precisare: “Io faccio tutt’ora il liceo. L’ho letto due anni fa , tutto. Senza saltare capitoli.”. 
Per un altro dei libri che spesso si leggono a scuola, Il sentiero dei nidi di ragno, c’è addirittura una sorta di piano di lettura (fornito da Uscua):
Libro fino a due capitoli prima della fine= semplice storia. 
Ultimi due capitoli= il vero libro.
Insomma, sembra una storia semplice, giusto alla fine si vedono delle scene che mi sono piaciute molto. 
e una precisa avvertenza al lettore, da parte di Marco St.: “Per chi lo volesse leggere, aspettatevi un impatto da quattro stelle.”
Venendo ai giorni nostri, è su Gomorra che i recensori anobiani si sbizzarriscono. Di Saviano Fabio Akbar scrive: “Uno sbarbatello di 25 anni pubblica un libro che sbugiarda i parrucconi saccentoni di mezza Italia sul tema che tutti sanno per leggere l’Ansa mentre lui prende la vespa e va a vedere i morti con i suoi occhi.”; mentre Eurosia si lancia in una metafora: “Nascere in certi luoghi significa essere come il cucciolo del cane da caccia che nasce già con l’odore di lepre nel naso. Contro ogni volontà, dietro la lepre ci corri lo stesso: anche se poi dopo averla raggiunta, puoi lasciarla scappare serrando in canini.”. Sono più di uno, poi, gli avvertimenti al “lettore del Nord” – “sentendosi ‘estraneo'”. C’è la critica all’editore per una fuorviante strategia di marketing (da LaMiky):
Probabilmente è colpa mia data la molta troppa pubblicità lo pensavo più un libro di stomaco di forza di denuncia ma in modo diverso. Gli dò atto comunque che è un libro scomodo per molti e che fà riflettere. Comunque difficile da leggere. 
mentre Zabo2 lamenta che il libro non racconti “cose piacevoli e soprattutto non sono delle novità” e Lady Mercury, evidentemente in polemica con Wu Ming 1, sentenzia: “sicuramente non un romanzo…”.
Per il Diario di Ann
a Frank
– che per qualche motivo ritorna spesso su questo blog – c’è addirittura un tema, che Nany [14 anni] ha “fatto per scuola e che è stato letto davanti a tutta la scuola”, che fa:
“Ho letto il suo diario nella versione integrale tre anni fa, e ricordo quanto mi abbia colpita, tanto da causarmi incubi e…lo ammetto, per un po’ ho dovuto tenere la luce accesa prima di addormentarmi! Mi chiedevo se non le potesse dar fastidio mettersi a nudo di fronte a così tanti lettori, e mi terrorizzava pensare a una sua possibile vendetta: avrebbe potuto uccidermi nel sonno, o augurarci la sua stessa sorte… Ma poi ho capito che non l’avrebbe mai fatto, perché era davvero una persona meravigliosa.”
C’è LadyMarian che dice che “questo libro [l’]ha iniziata alla tragedia della shoah in maniera umana, passionale, intensa…”, ma soprattutto c’è Ethan Lord 71 [38 anni]:
Sembra quasi il precursore di un grande reality. Non mancano litigi, coalizioni, continue lotte per accaparrarsi la patata più grande del bollito, la corsa per usare il bagno prima degli altri. Ma qualcosa e’ diverso. La piccola Anna e’ sia concorrente (non ha certo partecipato al casting) che presentatrice, le nomination non servono e non potrebbero essere d’aiuto.
Si potrebbe andare avanti così all’infinito. E certo, aNobii non è solo questo, Internet non è solo questo. Ci stanno un sacco di pesone fantastiche che scrivono cose fantastiche e profonde e bellissime e magari il mondo fosse equo e democratico e bellissimo come il Web 2.0. Ma prima, prima, c’è Silently che di Delitto e castigo dice:
Hai capito ‘sti russi…
…che poi uno magari non se li legge perchè sono mattonazzi, ma non abbiate paura, miei prodi! 
Questa prosa scorre via come l’acqua! Questi personaggi sono così profondi! 
e c’è Lidia, che sbotta su Joyce (Ulisse):
Questo libro, per nulla scorrevole, venduto con una guida alla lettura (questo la dice lunga!), richiede, almeno per quel che mi riguarda, una grande concentrazione che spesso non riesco a mantenere. Posso accedere a questo libro solo in certi momenti di vera distensione che, ovviamente, si trasformano subito in momenti di giramento di p***e. Ne vale la pena? 
e c’è Cantafiabe, per lo stesso libro:
21/02/2010: se vinciamo la Champions lo leggo, promesso.
e c’è pure Mauro:
Infinite Jest è un libro di quelli che realizzi veramente di averlo finito solo quando il giorno dopo ti ritrovi ad aspettare l’autobus con in mano un libro di Bukowski
e, per lo stesso libro, Alessio:
Delle cinque stelline una è per me, che sono stato in grado di leggerlo tutto, note incluse.
Ci stanno, infine, Serenus e Andrea: il primo in preda al una specie di complottismo letterario (per L’arcobaleno della gravità scrive: “Non è che ogni libro incomprensibile scritto da un americano viene esaltato come un capolavoro?”), il secondo che in poche righe ci snocciola un modello interpretativo (a proposito di Delitto e castigo):
I classici
Quasi tutte le recensioni che ho letto parlano di capolavoro, di colpi di scena magistrale, di qualcosa di indimenticabile, del Libro che si vorrebbe non finisse mai e tutte queste sviolinate.
Ora forse sono io che non sono abituato agli scrittori dell’800, ma a me il libro pare una gran noia, senza nessun colpo di scena e quelli che ci sono fanno sorridere, di un discorso pesante e spesso fuori tema su argomenti che non c’entrano nulla, di personaggi poco o per niente definiti.
Un linguaggio prosaico pieno di
esclamazioni di stupore quando non si capisce da cosa provenga questo stupore.
Un unico punto positivo è l’ambientazione, anche se appena tratteggiata e mei approfondita oltre al livello di mediocrità/sufficienza.
Boh…
Meno male che c’è la narrativa contemporanea di oggi, che probabilmente sarà la letteratura classica di domani.

Col lanternino

4 marzo 2010 § Lascia un commento

Siamo una nazione di fini autori di gesti. Uomini e donne che trascendono con piccole azioni, un popolo condannato a creare poesia. Io non sono diverso, e mi muovo goffamente all’interno di quella tradizione grandiosa. I nostri eroi saltano con i loro destrieri su precipizi montani, cadendo incontro a una morte gloriosa. Si iniettano del veleno e languiscono in nome del progresso medico. Inevitabilmente i nostri eroi muoiono, o muoiono le loro speranze, e questo è un malinconico motivo di vanto per il nostro popolo paziente. Come e quando, il metodo e il momento per una sconfitta finale e solitaria. E’ l’arte in cui eccelliamo di più.

[Daniel Alarcón, “Una tecina per rimanere soli”]

Daniel Alarcón non è un idiota. Ha vinto dei premi, delle borse di studio. I suoi racconti sono stati pubblicati dal New Yorker, da Harper’s e da McSweeney’s. Nel 2007 [quando ha trent’anni] è tra i ventuno del Best of Young American Novelists di Granta.
Non è un idiota.
Se volete leggere, in traduzione, qualcosa di suo, trovate Guerra a lume di candela, una raccolta di racconti, l’esordio. L’editore è Terre di mezzo.
Se l’avete letto, vi è piaciuto, e vi vorreste dedicare al suo secondo libro, il romanzo Lost City Radio, be’, sono cazzi vostri. Ché se i racconti almeno un piccolo editore s’è degnato di pubblicarli, del romanzo sembra non esserci traccia, in Italia. Googlando a destra e a manca si scopre che lo doveva aver pubblicato Rizzoli addirittura nell’autunno del 2008, ma sul sito della casa editrice se cerci Alarcón non ti rispondo nemmeno. Il che può significare tre cose: o a Rizzoli non hanno mai sentito parlare di questo tizio [io voto per questa], o hanno comprato il libro ma poi hanno pensato che era meglio lasciarlo nel cassetto, o l’hanno pubblicato, ma in un universo parallelo in cui Rizzoli è ancora una gloriosa casa editrice [un universo in cui Angelo Rizzoli non è morto e non ha avuto figli].
Del resto, è così che si costruisce un pubblico di lettori: pubblicando bei libri e dando collane che hanno fatto la storia in mano ad anziani senza collo.

Read the news, today (Oh boy)

19 febbraio 2010 § 5 commenti

Se lo scorso otto dicembre eravate per le strade di San Francisco a inseguire qualcuno, a fare gli hippies o a fare gli omosessuali, potevate comprare una copia del San Francisco Panorama per cinque dollari. Io, l’otto dicembre, ero a Via della Conciliazione, a Roma, a comprare un presepe per mia madre, così ho dovuto aspettare che andasse in ristampa [la prima tiratura è finita in un attimo], che venisse messo in vendita on-line [a gennaio] a sedici dollari e fosse possibile comprarlo da ibs.it [per tredici euro e mezzo]. Mi è arrivato ieri.


Il San Francisco Panorama  è il numero trentatre della rivista letteraria McSweeney’s Quarterly Concern – quella fondata da Dave Eggers, che ogni volta è diversa – ed è un prototipo di quotidiano. Arriva in una scintillante busta di plastica argentata e trasparente [per far vedere la testata, disegnata da Daniel Clowes]. Sul retro si legge: “A celebration of the newspaper”. Dentro alla busta, oltre al quotidiano c’è un magazine e la Panorama Book Review.
Il quotidiano è un po’ più grande del Corriere della Sera e è diviso in dieci parti – inclusa quella con la storia di Stephen King alle World Series e la Comics Section – più un poster e un cartoncino di Chris Ware pieno di roba à la Chris Ware. C’è anche una specie di foglietto illustrativo che si chiama Information Pamphlet, dove è specificato tutto quello che si poteva specificare: i font [Sabon, Verlag e  Filosofia], i software [Quark X-press 8, Photoshop e Illustrator], le cose che sono state tagliate. Soprattutto, c’è un dettagliatissimo conto spese dal quale si ricava che ogni Panorama [tutto incluso] è costato sei dollari e novantotto, che le spese “editoriali” [“all the contributors, plus supplemental staff, equipment, copyediting, one lamb, etc.”] hanno leggermente sforato gli ottantamila dollari e i ricavi della raccolta pubblicitaria sono arrivati a sessantamila [c’è anche un’inserzione di Internazionale].
A questo punto dovrei dire quello che c’è dentro, al quotidiano, ma non credo che lo farò, perché è davvero troppa roba. Da un pezzo sulle sopracciglia di Michelle Obama a cinquantotto foto per spiegare passo dopo passo come si prepara l’agnello. Dal fumetto di Dan Clowes intitolato The Christian Astronauts a un reportage sul nuovo ponte tra San Francisco e Oakland. Più l’oroscopo e i giochi. Più la lista dei distributori di San Francisco dove la benzina costa meno. Più i bambini che recensiscono i film per bambini. Più – e questa è la cosa che più sbalordisce [proprio così] a una prima occhiata – una veste grafica straordinaria.
Il San Francisco Panorama è arte tipografica al suo meglio. Se non fossi una bibliomane che se solo potesse conserverebbe sottovuoto tutti i suoi libri, potrei prendere ogni pagina, incorniciarla e appenderla alle pareti del mio spoglio appartamento da bibliomane.
Sotto questo punto di vista, il magazine è un po’ deludente. E’ elegantissimo, certo, ma abbastanza da diventare noioso. Dentro c’è Michael Chabon che parla del Power Pop, Chip Kidd dei biglietti del treno [“perhaps the planet’s most confusing use of paper.”], e una tavola rotonda sulla distribuzione dei film.
La Book Review ci riporta al sensazionale. Oltre alle recensioni [sette in totale] ci sono due “very short” stories di mezza pagina, una nonfiction su i modelli che posano per le copertine dei romanzi rosa, un’utilissima tabella con la pronuncia corretta di molti nomi di scrittori [dove si scopre che Chabon si pronuncia “SHAY-bahn” e Palahniuk “PAHL-a-nik”], un racconto di George Saunders che comincia così: “Deer Reeder: First may I say, sorry for any werds I spell rong. Because I am a fox!” e finisce così: “If you want your Storys to end happy, try being niser.” [me lo farò tatuare da qualche parte], e un racconto di James Franco [quello che faceva il fidanzato di Sean Penn in Milk e il fidanzato (?) di Tobey Maguire in Spiderman], che ha preso lezioni di scrittura creativa e quest’anno dovrebbe pubblicare un romanzo.

Considerate che questo non è nemmeno un quarto di tutto quello che c’è nella busta di plastica del numero trentatre di McSweeney’s. Ma considerate anche che è solo un prototipo, che molto è stato escluso, ecc. ecc.
Ora considerate quello che ho detto che sta scritto sulla confezione. “A celebration of the newspaper”.
Nonostante il progetto fosse nato per dimostrare quanto si può ancora fare con i giornali, per suggerire una via d’uscita dalla crisi che da un sacco di tempo ormai ha colpito i quotidiani [prima che colpisse l’editoria libraria], il San Francisco Panorama non è altro che una celebrazione intesa come commemorazione. E’ una superba orazione funebre, un monumento [nel senso proprio del termine] a tutto quello che la stampa ha fatto di bello, a quello che il medium giornale ha rappresentato per noi. Certo, potrebbe offrire idee interessanti per addolcire l’agonia dei quotidiani, forse addirittura servire da modello per un quotidiano di transizione in grado di affiancare [seppure a qualche metro di distanza] i giornali online prima che questi prendano definitivamente il sopravvento, ma, alla fine, a che servirebbe?

Se intorno al 1910 la neonata industria automobilistica avesse indetto un congresso per studiare il futuro del cavallo, la discussione si sarebbe accentrata sulla necessità di scoprire nuovi compiti per questo animale e nuove forme d’addestramento per accrescerne l’utilità.
— Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare

You can do anything you want in life, unless Jay Leno wants to do it, too

15 gennaio 2010 § 8 commenti

Vorrei dare per scontato che sappiate cos’è il Tonight Show, ma dato che già il grado di interesse del post è vicino allo zero, in breve:
il Tonight Show è un talk show che va in onda negli USA, sulla NBC, intorno alle undici e mezza di sera, dal lunedì al venerdì. Dura un’ora. C’è un comico in giacca e cravatta che presenta. In genere il programma inizia con un monologo di un quarto d’ora – venti minuti, il comico in piedi. Poi si siede dietro a una scrivania e arrivano gli ospiti per le interviste. In genere gli ospiti sono due. La prima intervista dura di più perché il primo ospite è il più importante. Negli ultimi cinque minuti c’è un musical guest che si esibisce dal vivo. Fine.
Praticamente è quello che in Italia è noto come David Letterman Show.
Il Tonight Show esiste dal 1954. All’inizio lo faceva Steve Allen, poi è passato a un tizio che nessuno si ricorda, poi a Johnny Carson. Carson ha condotto il programma per trent’anni, dal ’62 al ’92. Praticamente, Johnny Carson sta a Tonight Show come Fabio Volo sta a paraletteratura. Dal ’92 al 2009 è toccato a Jay Leno. Per ora è di Conan O’Brien.
Dico per ora perché il Tonight Show with Conan O’Brien sembra debba chiudere i battenti il ventidue gennaio prossimo, dopo poco più di sette mesi dall’inizio.
Il fatto è questo: com’era ovvio che accadesse, gli ascolti del nuovo Tonight Show non erano all’altezza di quelli del vecchio. Un po’ per “fare da traino” [lo so, la odio anch’io quest’espresione], un po’ perché a quanto pare lui non era così disposto ad andare in pensione come voleva far credere, Jay Leno è stato messo nella fascia oraria precedente al Tonight Show con un programma simile, il Jay Leno Show. Non ha funzionato. La NBC allora ha pensato a questo: mettiamo il Jay Leno Show alle undici e mezza e spostiamo il Tonight Show a mezzanotte. Semplice.
Così semplice che tutta la late-show line up della tv americana [tranne, ovviamente, Jay Leno] ha protestato. Per dirne una, qualche sera fa Jimmy Kimmel – che ha un programma sulla ABC tipo il Tonight Show – è andato in onda mascherato da Leno. Si è parlato di novità calpestata dalla logica dell’audience e di altre robe del genere. Io mi limito a dire che Jay Leno NON MI HA MAI FATTO RIDERE. Si è parlato anche del futuro di Conan O’Brien. Che di sicuro non morirà di fame [la NBC sarà costretta a pagare una penale per averlo cacciato in anticipo] e forse, armi e bagagli, si trasferirà su un altro network [si dice la FOX]. Proprio come fece David Letterman.
Già, perché la parte divertente della storia è che tutto questo è già successo.
Nel 1992, quando Johnny Carson lasciò il programma [lui lo fece sul serio] la lotta per la successione si fece così aspra che la HBO ne tirò fuori un tv movie drammatico. Successe che Carson e quelli che lavoravano con lui avevano proposto Letterman, che conduceva il Late Night with David Letterman, lo show che andava in onda subito dopo quello di Carson – identico nella forma. La NBC si oppose, rilanciando con Jay Leno, che non aveva già un programma tutto suo, ma era un ospite fisso sia da Carson che da Letterman. Quest’ultimo racconta che alla riunione per decidere a chi affidare il programma, Leno si nascose in un armadio per origliare [ma le storie che racconta Letterman son da prendere con le pinze]. Alla fine il Tonight Show se lo accaparrò Leno, Letterman abbandonò la NBC e sulla CBS diede vita al Late Show with David Letterman, il programma in concorrenza diretta col Tonight Show. Leno e Letterman non si sono rivolti la parola per anni. A sostituire Letterman al Late Night venne chiamato Conan O’Brien, che aveva già lavorato come autore al Saturday Night Live e soprattutto ai Simpson [in quasi tutti i migliori episodi che vi stanno venendo in mente adesso c’è il suo zampino]. Che dovesse essere lui a prendere il posto di Leno una volta che questi avesse lasciato il Tonight Show era stato lo stesso Leno a deciderlo – e con un sacco di tempo di anticipo -, proprio per evitare che si ripetesse la faida del ’92.
Missione compiuta.

Per qualche motivo, queste faccende mi interessano – si è capito. Sarà che, stavolta, è così italiano il modo di affrontare il problema [ma le analogie con il nostro paese finiscono qui – è inutile dire che programmi televisivi come quelli di cui si è parlato sarebbero impensabili da noi (il fallimento dell’unico tentativo che si è fatto parla da solo)] così italiano da non fare notizia nemmeno su repubblica.it .
Sarà, poi, che son giorni che provo a scrivere qualcosa di decente sulla tv e non ci riesco.
Vorrei farlo perché credo che discuterne seriamente sia importante. Sì, proprio per quello, perché vi vedo che alzate gli occhi al cielo, che dite “la televisione? Nel 2010?”.
Lascio stare le cifre [tranne una: l’informazione politica su internet (blog, forum, gruppi di Facebook) influenza gli italiani per il 2,1%. L’equilavalente di un primo piano di sei secondi della nuca di Paolo Bonaiuti], ma, ecco, dovrebbe essere del tutto ovvio quanto una discussione sulle forme e sui contenuti (sì, i contenuti) della tv sia più utile delle due pagine sull’epistolario Gadda-Contini di oggi su Repubblica. E io amo Gadda, ma, insomma.
Sembra assurdo che le analisi più accurate a riguardo risalgano a quasi quattro decenni fa, quando scrivevano Calvino e Pasolini, ma è così. I lavori di Nove & Co. negli anni ’90 sono stati una meteora.
Mentre dall’altra parte dell’Oceano ci si interroga sulle possibilità di un format e insieme sul (non) futuro di un certo tipo di tv [il target di Conan O’Brien è lo stesso che sta smettendo di guardarlo per taggare gli amici su Facebook], qui il consumo di tv [della tv del pomeriggio di Raiuno per le signore che “non chiederlo a me, sono solo una ragazza!” e della sera di Canale5 che è meglio lasciar stare] invece di calare aumenta [ovviamente con percentuali diverse nelle varie fasce d’età].
Di sicuro è un effetto della Crisi.
Sicuro come Pippo Baudo.

La prima interessantissima querelle letteraria dell’anno

4 gennaio 2010 § 6 commenti

Suscita scalpore il progetto lanciato dal blog della casa editrice romana Minimum Fax, minima&moralia: creare una Lega delle piccole e medie case editrici che popolano la penisola, la Pli’n’Plì (da Più libri. Più liberi, la fiera della piccola e media editoria che si tiene ogni anno proprio a Roma). Secondo gli ideatori dovrebbe essere “un’occasione unica di autocoscienza, la creazione di una rete di scambi di idee e manodopera a basso costo – magari di stagisti”. Dopo solo un’ora dalla pubblicazione del post in cui si parla della Pli’n’Plì, sono quindicimila gli editori che si dimostrano interessati: una piccola parte, che lascia però ben sperare.
Quando le case editrici che aderiscono toccano quota quarantamila (un terzo del totale) e a Minimum Fax si preparano a brindare, sorgono le prime complicazioni. Un anonimo traduttore di manuali di self-help denuncia che, sottoscrivendo il patto-Minimum (o, come viene presto ribattezzato, il MinCulPax), tutte le traduzioni dall’inglese e “da altre lingue da concordare con gli editori stranieri” sarebbero state affidate a Martina Testa. Da Ponte Milvio non arrivano smentite: in effetti, la clausola-Testa si ritrova in una minuscola nota a piè di pagina nel PDF dello statuto della Lega Pli’n’Plì scaricabile dal loro sito, nota leggibile solo quando Adobe Reader non fa le bizze. Con la scoperta di altre note simili a questa, non tardano ad arrivare altre polemiche.
Gianni Biondillo su Nazione Indiana scrive: “VOGLIO NOMI E COGNOMI! Voglio prove, documenti, fatti, non sottintesi, ammiccamenti, strizzatine d’occhio”. Gilda Policastro, sullo stesso blog, ribatte: “Nomina sunt consequentia rerum”. Dalle pagine del Primo Amore, Carla Benedetti commenta: “È una mania tutta italiana quella di fabbricarsi dei piccoli teoremi storico-epocali per magnificare ciò che si fa”. Per Wu Ming I si tratta di: “Gente ancora convinta di trovarsi all’epicentro dei processi di legittimazione culturale, quando invece è ai margini estremi di una periferia dei discorsi e – soprattutto – delle pratiche. Tutto avviene già altrove”. Vibrante la denuncia di Loredana Lipperini: “Un tantino desolante”.
Mettendo insieme i pezzi viene fuori che il vero progetto di Minimum Fax è quello di asservire l’intero complesso della piccola e media editoria, allo scopo di pubblicare libri i cui titoli, letti uno di seguito all’altro, formino l’opera omnia di Raymond Carver. Per esempio, la casa editrice Nutrimenti sarebbe stata costretta a pubblicare un volume sulla politica italiana degli ultimi vent’anni dal titolo C’era questo cieco; Un amico di mia moglie sarebbe stato, per contratto, un libro di Giulio Perrone; per la collana “Haiku” di Empiria sarebbe uscito Che doveva arrivare per passare; La notte da noi sarebbe stato un romanzo ambientato nel mondo delle gang-bang edito da Las Vegas Edizioni.
Tocca a Luca Briasco risolvere la questione. Ospite di Fabio Fazio, l’editor Einaudi propone di sacrificare una ciocca della sua folta capigliatura pur di vedere ristabilito l’ordine tra i Piccoli Editori e i Medi Editori (nel frattempo scissi in queste due fazioni – i primi invocando la bancarotta per Minimum Fax, i secondi puntando alla bancarotta fraudolenta). Si arriva ad un accordo: portavoce delle case editrici (solo uno ciascuna, altrimenti non c’è spazio) si riuniscono allo Stadio Olimpico di Roma. Al centro del campo, un paio di forbici posate su un’ara e Luca Briasco con una mantellina rosa da coiffeur. Le lame, ora brandite dalla parrucchiera Cinzia, scintillano ai flash dei reporter di Nuovi Argomenti e TuttoLibri, quando un dirigibile targato ilmiolibro.it oscura il cielo sopra lo stadio gremito. Dal dirigibile iniziano a cadere degli oggetti. Sembrano fogli di carta, da lontano – ma no, sembrano libri, agende, lettori dvd, iPhone.
Sbagliato: sono e-book reader.

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