America’s Next Top Novel*

24 giugno 2010 § Lascia un commento

Proprio ieri dicevo che la Nazionale non era spacciata e anzi, prevedevo una ripresa. Questo significa a) che porto più sfiga di gb; b) che ora che i Mondiali per l’Italia sono finiti possiamo tornare a parlare di cose che non interessano a nessuno, per esempio:

Ne avevamo accennato un mese fa e ora, con un sacco di tempo di ritardo, ci torniamo.

E’ uscita la lista dei 20 under 40 del New Yorker.

Venti scrittori sotto i quarant’anni selezionati dalla prestigiosa rivista americana ecc. ecc. in base – da quanto si legge nell’editoriale – non solo al talento e alla padronanza di linguaggio e storytelling, ma [o potremmo dire “quanto”] alla loro ambizione.

[…] they are all aiming for greatness: fighting to get our attention, and to hold it, in a culture that is flooded with words, sounds, and pictures; fighting to surprise, to entertain, to teach, and to move not only us but generations of readers to come.

Che non saprei dire quanto sia giusto, come criterio, ma è un criterio, su questo non ci sono dubbi – come non ce ne sono sull’arbitrarietà di ogni lista.
I Venti sono tutti qui e non mi metterò a citarli uno per uno. Dieci sono maschi e dieci femmine [un 50 e 50 un po’ sospetto]; nove non son nati negli Stati Uniti. Quindici sono pubblicati anche in Italia [la maggior parte da Mondadori & Affiliati, obviously]. Uno si chiama Daniel Alarcòn e ne avevamo parlato. Tutti rispondono alle stesse dieci domande.
A “Hai mai pensato di non fare lo scrittore”, il nostro risponde: « Leggi il seguito di questo articolo »
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Guida per proteggere i tuoi santi

4 febbraio 2010 § 2 commenti

Ieri sera mi ha chiamato mia sorella [undici anni a marzo] e mi ha detto: “Hai visto Morgan?”.
Mia sorella conosce Morgan perché guarda X-Factor. Per lei è uno della tv come quelli che leggono il telegiornale e Milly Carlucci. Forse l’ha visto una o due volte cantare, ma questo certo non basta a fare di lui un musicista, ai suoi occhi.
Stiamo seriamente parlando di Morgan?
Sì.
Primo, perché, da mia sorella decenne al Ministro della Difesa della Repubblica Italiana, tutti se ne sono occupati.
Secondo, perché l’affaire Morgan ci permette di fare luce su un momento molto delicato nella vita di ognuno, ovvero quando dobbiamo o ci sentiamo in dovere di difendere i nostri idoli.
Può succedere che si stimi qualcuno fino al parrossismo. L’oggetto di questa stima parossistica [adoro questo aggettivo] viene comunemente definito mito, o idolo. Dunque, può succedere anche che questo mito o idolo si cacci in qualche guaio. E non c’è bisogno che il mito/idolo sia in vita per farlo. Avete presente Pio XII? Bene.
Il caso di Morgan, a questo punto, ci è utile per la sua tipicità: il musicista rock/alternativo che dichiara di fare uso di sostanze stupefacenti. Un classico.
Ora, la sua posizione risulta leggermente aggravata dal fatto che negli ultimi anni Morgan è diventato un “personaggio televisivo”, come si accennava all’inizio. Ma quello su cui ci concentreremo adesso è il modo in cui possiamo giustificarlo, o meglio, il modo in cui i suoi fan – le compiacenti bignardette (cit.) – possano farlo senza rendersi ridicoli.

Il modo sbagliato

Una delle strade più battute è stata quella della denuncia dell’ipocrisia. Morgan, nuovo Prometeo infiltratosi nel mondo degli Dei del Potere Televisivo, ha donato a noi tutti il fuoco della Verità, dell’Onestà, e senza ipocrisia si è rivelato per quello che è: un drogato.
Senza dubbio, nel sistema di valori delle società occidentali post-industriali, la sincerità è un valore positivo, ma in tal caso genera un paio di conseguenze poco piacevoli: 1) dire che Morgan è l’unico così sincero da ammetere di fare uso di droga implica che tutti gli altri invece lo facciano senza avere il coraggio di ammetterlo: sono due calunnie al prezzo di una; 2) basta confessare un crimine a renderlo meno grave? Se rubate una macchina e poi lo andate a dire ai Carabinieri, lo sconto della pena è per il favore che gli fate, non perché avete toccato il cuore del maresciallo.
Un’altra delle scuse più gettonate – nonché la più ovvia – è stata: Morgan è un musicista, un artista. Dovremmo smettere di ascoltare i Beatles perché si facevano le canne?
Per scrupolo di coscienza devo dire che Morgan come cantautore non mi è mai piaciuto. Mai. Ma questo non è importante. E’ invece importane come questa strategia difensiva resusciti la figura dell’Autore, che credevamo morto da almeno quarant’anni.
Se infatti non si può giudicare [giudicare, che brutta parola. Di sicuro qualcuno sarà saltato sulla sedia leggendo giudicare. Noi non giudichiamo. E’ questo che ci insegnano la religione e i programmi della De Filippi: non giudicare] se non si giudica, dicevo, un artista per il suo comportamento come uomo, allora non possiamo distinguerlo dalla sua opera, e l’opera acquista valore in relazione all’artista e non indipendentemente da esso. In altre parole, se ascoltiamo Transformer non dobbiamo ignorare che Lou Reed non riusciva neppure a stare seduto da solo mentre lo registrava, e che da Lou Reed, dal lui e basta, deriva la bellezza di Perfect Day, Walk on the Wild Side e Satellite of Love [come dalla gobba deriva il pessimismo cosmico].
Se così fosse, non potremmo trovare divertenti le commedie di Oscar Wilde se questi non fosse stato la checca pazzerella che tutti conosciamo, e, se John Lennon avesse fatto il bravo, invece di Lucy in the Sky with Diamonds ascolteremmo Sandy Eats Raw Tartar.
Sul rapporto droga-artista [un’idea tanto radicata quanto quella per cui i giovani, vittime di omicidio, erano simpatici allegroni pieni di amici e con un ardente entusiasmo per la vita (cit.)], rimando al saggio The Poet di Ralph Waldo Emerson.
Sulla difesa basata su: Morgan è un musicista, parliamo della sua musica, piuttosto, rimando al mio saggio intitolato La civiltà della vergogna, la civiltà della colpa, la civiltà berlusconiana.

Il modo giusto

Abbiamo dato un’occhiata agli errori più comuni in cui si può incappare cercando di riabilitare l’oggetto della propria stima parossistica [sì]. Vediamo ora quale può essere un approccio più corretto.

  • Lo hanno obbligato a farlo: sembra una scusa banale ma non lo è. Soprattutto, può essere arricchita di particolari che vanno dal pietismo (“Davvero, non voleva, poverino, mi fa una pena! Pensa che è pure astemio.”) al complottismo (“Guarda, non si sa bene chi l’ha costretto, ma di sicuro è gente molto in alto, gente coi soldi. Ma scusa, uno che fa il cantante secondo te come se la potrebbe permettere la cocaina?”).
  • Già si starà disintossicando: semplice. Bypassando il problema si punta tutto su una probabile – ma niente affatto certa – soluzione (vd. anche Leggi sull’immigrazione clandestina).
  • Ritirata: consiste nel ritrattare ogni affermazione di stima nei confronti del proprio idolo. Precedenti illustri: San Pietro, Gianfranco Fini.
  • La sua religione glielo impone: variante metafisica del primo punto. Impossibile controbattere senza abbattere tutte le divinità.

Pochi consigli per sopravvivere a una brutta storia

8 gennaio 2010 § 6 commenti

Fate conto di stare a un pranzo o a una cena come quelli cui avete preso parte durante queste feste. La casa non è la vostra, i commensali sono un misto di parenti, parenti acquisiti, parenti che non credevate di avere, amici dei parenti, amici di qualcun altro, un paio di persone la cui presenza è per voi del tutto inspiegabile. Fate conto che a un certo punto, tra l’ultima portata e il
dolce, uno di questi – mettiamo, un parente acquisito – se ne esca con una storia. Capite che sta per racccontare qualcosa perché si sporge sulla sedia, raddrizza la schiena e aspetta che ci sia un attimo di silenzio. La storia fate che sia quella del pestaggio di due rumeni ubriachi a opera di chi racconta e di due suoi colleghi; rumeni colpevoli, oltre che – a quanto pare – di ubriachezza molesta, di essersi avvicinati con fare minaccioso a due ragazze, senza tuttavia rappresentare una minaccia reale, essendo – sempre a detta di chi parla – “troppo ubriachi per fare qualsiasi cosa”. Forse la parola pestaggio non è la più azzeccata, però. Chi parla descrive la scena come: due tizi presi a calci da noi tre. Ma qui viene il bello. Non esce fuori da un palazzo che si affaccia sulla via centralissima di Roma dove è avvenuto il fatto una mezza matta che si mette a strepitare minacciando i tre di denuncia? Vuole sapere i loro nomi. Dice di aver chiamato i vigili urbani. Che poi in effetti arrivano e domandano della rissa, riconoscono i tre colleghi – in quanto anch’essi membri delle forze dell’ordine – e sorridono, e si sentono rispondere “se li cercate, dovrebbero stare sdraiati là dietro”.
Forse vi aspettavate una barzelletta.
Potrebbe anche darsi che la persona che ha appena parlato già non vi fosse tanto simpatica. Se siamo sulla stessa lunghezza d’onda, è probabile anche che non avevate nessuna stima per lui. Ora vi starete chiedendo qual è il livello sotto a questo nella scala della considerazione. Fate conto che sia quello in cui alle locuzioni educate si sostituiscono più sintetici insulti. Nonostante tutto, però, preferite ragionare (sarà anche solo per distinguervi). Decidete che, in fondo, quello che avete appena ascoltato è un racconto in cui le relazioni di causa ed effetto sono rigidamente mantenute. Il narratore è, come già accennato, un uomo delle forze dell’ordine, che adesso è impiegato come autista per un tizio che una volta ricopriva una carica istituzionale ma che adesso è un semplice pensionato – certo, non tanto semplice se può usufruire di un autista pagato dallo Stato. A dirla tutta, autista è riduttivo. Il nostro narratore è più un factotum: scarrozza in giro per l’Italia il pensionato e altri membri della sua famiglia, ritira pacchi, consegna pacchi, porta buste della spesa. All’occorrenza, tiene d’occhio i nipotini del capo. E’ un lavoro che a voi potrà sembrare addirittura umiliante, ma che per il nostro è motivo di orgoglio, dato che gli permette di entrare in contatto col Mondo Che Conta, con la cosiddetta Roma Bene, con Quelli Che Decidono Le Cose Importanti. Direte che in questo mondo sì, ci entra, ma dalla porta di servizio, e per restare negli alloggi della servitù. Avete ragione, ma a lui sembra non importare affatto – sempre che se ne sia accorto. Se non se n’è accorto, tuttavia, in qualche modo – ne siete sicuri – ne deve avvertire il peso. Ed è ovvio che questo peso lo vada a scaricare su chi sta messo peggio di lui, su chi, in scala, con lui ha lo stesso rapporto che lo lega all’ambiente cui si illude di appartenere. C’è niente che dica Italia Berlusconiana meglio di questo? Fate conto di no.
Adesso che avete messo tutti i pezzi nell’ordine giusto dovreste sentirvi non dico sollevati, ma almeno rassicurati dalla distanza che avete posto tra voi e l’oggetto della vostra analisi. Eppure non siete in pace. Quello che ancora vi tormenta – ve lo dico io – è ilmodo. Il modo innocente e innocuo, il tono della voce tranquillo e a tratti giocoso di chi ha raccontato quella storia. Come se avesse detto di quando ha trascorso il Natale in montagna appena sposato, o dell’ultima marachella del più piccolo dei suoi figli. Come se stesse spiegando le regole di un gioco di carte. Certo, dovete anche mettere in conto il fatto che avete inventato una scusa per andarvene e ve la siete data a gambe. Ma, insomma, conta più quello.

Su ibs c’è lo sconto

13 dicembre 2009 § 3 commenti

A dicembre le librerie sono affollate come qualunque negozio di mutande e calzini in qualunque mese dell’anno.
Il libro del resto è sempre un buon regalo, perché non costa molto, dura per sempre, si può riciclare senza sforzo, e sì, be’, costa poco. Meno di un paio di mutande.
Diamo un’occhiata ad alcune delle proposte delle maggiori case editrici.

Gianfranco Fini, Che cazzo ci vuoi fare, Rizzoli (16 euro)
Il presidente della Camera che fa impazzire i moderati d’Italia pubblica un nuovo saggio in cui si rivolge ancora ai giovani. I temi, trattati in uno stile semplice e diretto, sono quelli che più lo interessano: dalla questione del voto agli immigrati alla faccia da fare quando il tuo capo dice una stronzata e tu devi metterci una pezza. Scrive Fini: “E’ come quando alle medie c’era il tuo compagno di banco che scorreggiava e tu dicevi alla professoressa che sì, c’era un odore strano, che bisognava aprire le finestre, ma che bisognava soprattutto rimboccarsi le maniche e andare avanti con il programma. Poi davi di gomito al tuo compagno di banco che diceva che alla professoressa, però, una bottarella…”

Fabio Volo, Vi sputo in faccia, Mondadori (18 euro)
L’ex panettiere bresciano più famoso d’Italia torna nelle librerie con il romanzo che è piaciuto un sacco a Paolo Di Stefano del Corriere. Questa la trama: un giovane panettiere di Brescia tenta la fortuna nel mondo dello spettacolo, ci riesce, guadagna dei soldi ma sempre rimane attaccato ai vecchi valori sani di una volta che gli ha trasmesso il padre; scrive un libro che diventa un best-seller, ne scrive un altro, poi un altro ancora, finché non viene acclamato come grande scrittore. Il ragazzo si chiama Paulo Coelho. Tratto dal romanzo: “Trascorrevo molto tempo in biblioteca, ma non a leggere. Me ne stavo lì seduto, quasi immobile. Succedeva che la bibliotecaria mi dicesse: – Scusa, Paulo, ma che cazzo fai? -. – Ascolto il silenzio -, rispondevo. – Ah, sì? E dimmi, Paulo, il pane chi è che lo fa? -. – La vita -.”

Wu Ming, Io mi chiamo Wu Ming, Einaudi Stile Libero (13 euro)
Lo scrittore mascherato che ammalia e scompiglia i caffè letterari d’Italia propone ai suoi attenti lettori un’interessantissimo e stimolante saggio. L’obiettivo è quello di dare un nome a tutte le correnti letterarie italiane, proponendo, oltre ai nomi, anche nuove prospettive e oblique interpretazioni. Ma soprattutto nomi. Leggiamo: “Quello che fanno Guinizzelli, Cavalcanti, Cino e il primo Dante, insieme ad altri, è una commistione di liquidità e solidità, un’obliquità e una ubiquità, che si realizzano nell’immagine ucronica della donna/domina. Io questo lo chiamo Ultimate Mindjob Ever.”

AA. VV., Mamma, di là c’è Babbo Natale che manda quegli sms zozzi, Rizzoli 24/7 (15 euro)
Divertente raccolta di racconti per la collana più dinamica d’Italia. Quindici storie per un Natale diverso, alternativo, comico o tragico, spassoso o triste, allegro o depresso. Scanzonato. I racconti di Paolo Villaggio, Niccolò Ammaniti, Isabella Santacroce, Paolo Giordano, Vladimir Luxuria, Joe R. Lansdale, Giorgio Faletti, Giulio Leoni, Morgan, Cristina Comencini, Hector Luis Belial, Pulsatilla, Franco Battiato, Simona Vinci e in esclusiva un inedito di David Foster Wallace daranno una scossa al solito cenone di Natale e faranno balzare sulla sedia vostra zia che si è appena rifatta l’anca.

Usa le virgole responsabilmente

11 dicembre 2009 § Lascia un commento

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