Il prestampato

20 novembre 2010 § Lascia un commento

Armin, il tuttofare filippino del centro sportivo I Platani*, è tornato ieri da Palauig, nella regione di Luzon. Il suo paese. Era raffreddato, nelle Filippine pioveva, come qui, ma la pioggia è calda in questo periodo nelle isole, dice. Lo sbalzo di temperatura lo ha fatto raffreddare. A parte questo Armin ci ha raccontato una storia curiosa. Sostiene di aver incontrato a Palauig – proprio nel suo paese – Pasquale Ruotolo (non a Manila, dove pure comunque non è che sarebbe stato “normale”), che oltre ad essere un assiduo frequentatore del circolo sportivo, è anche il portaborse di Tonino Laporta, senatore nelle fila del Pdl (ex gruppo misto). Durante il suo soggiorno Ruotolo ha chiesto ad Armin di fargli “più copie possibile” di quello che chiamava il prestampato. Armin una copia l’ha conservata, voleva farsi spiegare che c’era scritto. Noi la riproduciamo in esclusiva qui.

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Banfi, Bondi, Bart

4 giugno 2010 § Lascia un commento

Col Governo del “Non sono stato io” c’è da rimanere sempre sorpresi quando qualcuno si prende la briga di assumersi la responsabilità di qualcosa.
Per dire, due giorni fa era il due giugno, c’era la parata, a Roma. La parata militare, quella che manda in visibilio i vecchi, i nostalgici e qualche bambino di età compresa tra i cinque e sette anni: quella lì. Insomma, c’erano i carri armati che sfilavano, i cavalli che trottavano, quelli della Protezione Civile che salutavano e all’improvviso uno ha detto: “Fermi tutti! Fermi! Fermate il carroccio! Posate le alabarde! Maroni dove sta? Non l’ha chiamato nessuno? Possibile? Non gli avete lasciato nemmeno un post-it sulla scrivania? Gli facciamo uno squillo adesso?”
Ecco, il Ministro dell’Interno Roberto Maroni s’è perso la parata del due giugno. Qualcuno gli ha chiesto: “Com’è?” e lui gli ha detto: “Sei stupido? Sono tipo dieci anni che non ci vado! Per favore, lasciami in pace che inizia una replica di Nebbie e Delitti“.

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Un coupon per uno stupro gratis

2 maggio 2010 § 1 Commento

Un losco figuro nei pressi dell’università ti si avvicina e ti dà – borbottando: “Non è il solito foglietto” – questo:

Scopri che gli studi di genere e il lavoro delle femministe sono finalmente serviti a qualcosa: la scusa per adescare  giovani studentesse represse.
[Il numero di telefono è oscurato perché non ero certa che nessuno avrebbe chiamato. Il cognome del tizio è oscurato per gioco – io dico che è Vittorio Messori, voi?]

Delitto per delitto

27 aprile 2010 § Lascia un commento

A Walter Scott – Sir Walter Scott – non piaceva dire che era uno scrittore. Oppure era un grande fan dell’anonimato.
Per dire, non solo si inventava come autore fittizio di Ivanhoe tale Lawrence Templeton, ma faceva scrivere a lui una lettera di dedica al reverendo dottore Dryasdust, antiquario residente a Castlegate, York – un altro tizio immaginario. Qualche romanzo dopo, The Fortunes of Nigel si apriva con una lettera-introduzione ancora a Dryasdust, scritta dal capitano Cuthbert Clutterbuck, che del romanzo in questione non si nominava autore ma “padrino”, nel senso che in una libreria aveva incontrato “l’autore di Waverly” [cioè Scott, al massimo del suo protagonismo] che lo investiva di tale onore. I ruoli si invertivano in Peveril of the Peak, dove Dryasdust scriveva una “lettera in forma di prefazione” a Clutterbuck in cui si parlava di un altro incontro con “l’autore di Waverly” [definito dall’antiquario “nostro padre comune”]. 
In Quentin Durward, poi, andava in scena il delirio. Il romanzo, anonimo, era preceduto da una prefazione, sempre anonima, nella quale il prefatore raccontava di essere stato in Francia, da un suo amico – un marchese – che aveva insinuato che The Bride of Lammermoor [romanzo pubblicato con il nome di Jedediah Cleishbotham] fosse stato scritto da Walter Scott. L’anonimo autore della prefazione rispondeva piccato che non poteva essere affatto così, primo, perché Scott era uomo troppo distinto per essere il responsabile delle “leggere opere che il pubblico ha voluto attribuirgli”, secondo, perché in realtà era lui, l’anonimo prefatore, che aveva scritto quel libro e le altre opere leggere [ma questo, per fortuna, al marchese non lo diceva – voleva mantenere il segreto]. 

Ma adesso torniamo al capitano che incontra dal libraio “l’autore di Waverly“. I due si raccontano un sacco di cose, finché il capitano non chiede:

Non teme che si possa attribuire questa rapida successione di opere a un sordido motivo? Si penserà che lei lavori solo per l’attrattiva del guadagno.

E l’Autore risponde:

Supponiamo pure che, tra gli altri motivi che mi possono spingere ad apparire più frequentemente davanti al pubblico, io calcoli anche i grandi vantaggi che sono il prezzo dei successi letterari; questo emolumento è la tassa volontaria che il pubblico paga per un certo genere di divertimento letterario; non viene estorta a nessuno, e viene pagata, credo, solo da quelli che se la possono permettere, e che ricevono un godimento proporzionato al prezzo che pagano. Se il capitale che è stato messo in circolazione da queste opere è considerevole, esso è stato forse utile a me solo? Non potrei forse dire a cento persone come il bravo Duncan, fabbricante di carta, lo diceva ai diavoli più ribelli della tipografia: Non avete forse anche voi partecipato al guadagno? non avete avuto i vostri quindici soldi? Penso, confesso che la nostra Atene moderna mi debba molto per aver stabilito una fabbrica così vasta; e, quando si sarà accordato a tutti i cittadini il diritto di votare alle elezioni, conto sulla protezione di tutti gli operai subalterni che la letteratura fa vivere, per ottenere un posto in parlamento.

Ecco, tutto questo, per qualche strano motivo, mi ha fatto pensare alla querelle Saviano-Berlusconi (padre e soprattutto figlia).
Voglio dire, Saviano poteva diventare Saviano senza passare per la Gigantesca Mietitrebbia Cultural-Promozionale di proprietà dell’Imperatore del Male? Bisogna, in Italia, per forza stare “dentro” per poter essere [con qualche efficacia, almeno] “contro”? Perché se così fosse – e probabilmente lo è davvero – allora sarebbe, tutto, incredibilmente triste.

Le recensioni su aNobii: la recensione

13 aprile 2010 § 2 commenti

Forse l’avrete sentito, ma il prossimo Nobel per la pace potrebbe andare a Internet. [Inserire battuta contenente i seguenti elementi: internet, dinamite, porno, nobel]. Nel caso non dovesse essere insignita di tale riconoscimento, l’Internet sappia che per almeno una cosa [“oltre al porno”, facoltativo] le siamo tutti riconoscenti: il coming out degli idioti.
E’ solo grazie a Internet se, per la prima volta nella storia dell’Umanità, siamo davvero in grado di renderci conto di quanti stupidi popolino il pianeta. Internet ci ha dimostrato che dando a chiunque la possibilità di esprimersi e di farsi ascoltare, nessuno preferisce tacere  e lasciare che gli altri pensino che è un idiota. Proprio nessuno.
I social network – sancta sanctorum della demenza – ce lo confermano a ogni status update.

Oggi ci occupiamo di una tipologia particolare di social network: quello culturale.
Parliamo di aNobii, biblioteca virtuale di circa diciannove milioni di volumi, nato nel 2005 a Hong Kong, oggi diffuso in quindici lingue – italiano compreso. Consente a ogni utente di creare la propria libreria, inserendo semplicemente il codice ISBN, e permette di commentare e valutare ogni libro e insomma, tanto lo sapete come funziona.  
Quello che ci interessa sono appunto i commenti, le recensioni. Recensioni che sono state raccolte [non tutte, solo seicento] in un libro, uscito lo scorso anno per Rizzoli 24/7 [ancora loro], intitolato aNobii. Il tarlo della lettura: un mattone di quattrocentonovantatre pagine – con una prefazione di Luca “Se C’è da Scrivere Due Cazzate su Internet Chiamatemi” Sofri – che su aNobii conta centosessantaquattro recensioni [per cinquecentosettantasette lettori] e una media di quattro stellette e mezzo su cinque.
Secondo Nicola Lagioia, “la cosa più sorprendente di aNobii non è tuttavia la qualità degli interventi, ma il fatto che la maggior parte di questi provenga dall’Italia. Tra gli oltre cinquantacinque Paesi che compongono la comunità virtuale, il nostro è il più rappresentato. Madame Bovary, che per esempio su aNobii Francia conta appena 30 lettori, è finito nelle librerie di ben 6800 anobiiani d’Italia. […] Il che ha del miracoloso, tenuto conto che l’Italia non brilla per numero di lettori, è meno popolata di Paesi come gli Stati Uniti, e soprattutto tra le nazioni del primo mondo è molto indietro in fatto di informatica.”
Ecco, Nicola, proprio quello che tu trovi miracoloso secondo me non è che l’ennesima prova della capacità del web di portare alla luce l’idiozia sommersa. Sappiamo tutti e due che i lettori in Italia sono meno dei proprietari di bikini in Antartide: che gli utenti di aNobii siano tanti significa solo che sono tanti quelli convinti che affermare di aver letto un libro e dire se era bello o faceva vomitare o era una rottura di palle o era da cinque o da una stelletta – insomma, significa che sono tanti quelli convinti che stare su aNobii sia importante [uno status, appunto] quanto la lettura stessa, oltre che certi che la semplice possibilità di esprimersi dia loro il diritto/dovere di essere presi maledettamente sul serio. E i recensori di aNobii nella maggioranza dei casi sono ridicoli.
I recensori di aNobii sono principalmente di due tipi: i serenus e gli andrea [quelli che hanno in libreria Richler al posto di Mann sono una variante dei primi; quelli che hanno Lansdale al posto di Deaver sono una variante dei secondi].
I serenus sono i peggiori. Prendono il nome da Serenus – Maschio, 56, Sposato/a. Pavia, Italy – che a sua volta, come non manca di dire, prende il nome “dall’io narrante del Doctor Faustus” di Thomas Mann (5 stellette). Serenus ha finito di leggere ben ottocentoventidue libri e ne ha recensiti parecchi, quasi centocinquanta. Tutti importanti, tutti seri
Ha letto la Poetica di Aristotele (5 stellette, “un’esperienza di vita”) e l’Odissea (5 stellette). Tra i “capolavori del [suo] Pantheon” c’è Guerra e Pace, “certamente uno dei più bei romanzi di tutta la storia della letteratura”, ma occupano un posto di rilievo anche il Don Chisciotte – nonostante un approccio problematico che gli è costato la quinta stelletta -, “un libro che ha reso migliore l’Umanità”; La coscienza di Zeno,”il vero grande capolavoro della narrativa italiana del Novecento”; Eliot, con La terra desolata, che “fa capire come nasce un capolavoro”; l’opera poetica di D’Annunzio, che, seppure “discontinua” (4 stellette), riserva perle quali La pioggia nel pineto, “uno dei risultati più alti di tutta la poesia italiana del Novecento”; e ovviamente l’Ulisse di Joyce, in lettura per la quarta volta.
Serenus non risparmia critiche. Recensisce freddamente i pochi bestseller che si concede ed è scettico nei riguardi di alcuni contemporanei. Non ama il Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore (“Mi sa che inserirò la categoria “libri sterili”, questo sarebbe un ottimo primo rappresentante”), B.E. Ellis (American Psycho è “uno dei due libri che ho buttato nella spazzatura, in tutta la mia vita. E questo sarebbe un capolavoro? Una disgustosa e inutile… Si può scrivere ‘st***zata’ su aNobii?” – 1 stelletta), ma ce n’è anche per Salinger e la “maggior parte degli americani moderni” ai quali “manca sempre qualcosa” (altro bersaglio è Kerouac, “sopravvalutato, come gran parte della letteratura americana del Novecento”); di Nove Racconti dice: “Queste storie sono soprattutto superficiali. Sono arrabbiato. Menare il can per l’aia per più di venti o trenta pagine raccontando di un bambino che ha avuto l’Illuminazione senza sostanzialmente raccontare davvero la Vita che ci sta dietro dovrebbe essere considerato un reato. Rimane una fastidiosa impressione di superficialità.”.
Ma Serenus non indulge nell’acredine. Le sue recensioni, anzi, possono svelare inaspettati slanci poetici:
Gita al faro
di V. Woolf
5 stellette. 
Richiudo il libro. Finito.
La Mer di Debussy come sottofondo. 
I personaggi che continuano a vivere nei miei pensieri. 
Miei pensieri … perché IO sono quello reale … devo convincermi di questo …
Come in un quadro di Seurat, vanno verso il faro scomposti in colori …
e una malcelata aspirazione alla creazione artistica:
La vita sessuale di Catherine M.
Di Catherine Millet
1 stelletta. 
Ma UNA volta UN libro erotico decente riuscirò a leggerlo? 
… 
Potrei scriverlo io … 
… 
Hai mai visto che mi riesce di fare un po’ di soldi?
– – – –
Gli andrea prendono il nome da Andrea – Maschio, 38, Single. Milano, Italy – che ha letto appena quarantaquattro libri, quasi tutti bestseller.
Preferisce i thriller, ma non disdegna un autore come Fabio Volo – il cui ultimo romanzo, Il tempo che vorrei, si è guadagnato 4 stellette (“Come negli altri suoi libri, anche in ‘Il tempo che vorrei’ ho ritrovato parti di me, del mio vissuto che ho cacciato in fondo e non è stato facile leggerlo, specie la seconda parte.”) – o Nicholas Sparks, del quale Andrea ha “letto tutti i titoli”, e che, anche se “negli ultimi tempi [lo] aveva un po’ deluso” (“essendo calato molto […] il pathos narrativo”), “con ‘L’ultima canzone’ invece […] si riscatta alla grande” meritando 5 stellette. Andrea non si risparmia nell’analisi, anche filologica: di L’isola dei pirati, di Michael Crichton, afferma: “non credo sia Crichton. E’ un romanzo postumo, ‘trovato’ nel computer di un’artista prematuramente scomparso.” E quando le stellette non bastano cerca di rimediare:

Il simbolo perduto 
Di Dan Brown
5 stellette. 
Stupendo!
Se potessi dargli 5 stelle, gliene darei.
Ma è nel giudizio fulm
ineo, nella parola-icona che Andrea dà il meglio di sé. Il giudizio è spesso racchiuso ed elegantemente espresso in una o due parole: “Meraviglia”, “Denso di atmosfera”, “Tech-noioso”, “Speculativo”, “Una poesia”, “Scacchistico”, “Stalinista”.
Per tacere di quando – ma è un attimo – Andrea si abbandona alla critica della società:
Follia
di Patrick Mcgrath:
5 stellette. 
Le marionette
Follia è come un gioco di marionette, dove non si riesce a capire chi impersona la persona malata e chi invece è quella sana, forse il messaggio di fondo, senza voler svelare il finale, è che siamo tutti un pò malati.   
– – – – 
Questa non è che la punta dell’iceberg. E se si fa al contrario il risultato non cambia.
Della Divina Commedia Juakino95 scrive:
Lo si può leggere in modi diversi: si può pensare di avere fra le mani un capolavoro, una lunga poesia, un testo storico… 
Io per esempio l’ ho letto considerandolo più che altro una novella fantasy od horrorifica, e insieme l’ ho considerato un esempio di recupero di personaggi della mitologia greco-latina ottimamente riuscito inserito in un Ade del tutto re-inventato. 
Spero di non far rivoltare Dante nella tomba con questa mia recensione… se sentite di un terremoto a Ravenna non dite che è colpa mia!
Sui Promessi sposi i pareri sono contrastanti. A chi lo consiglia – ma con qualche riserva – come lettura “extrascolatica” (per Rosispri “resta il numero UNO dei romanzi italiani! Sarà anche paternalista,svaluterà l’agire umano perchè non si muove foglia che Dio non voglia!ma come scrive lui in italiano non scrive nessuno!”), c’è chi, come Antonello Dinapoli, risponde: “Uno pensa che sia uno di quei libri che, riletto dopo il Liceo, ti fa riscoprire la letteratura spontanea, il piacere di legarti ad un grande classico per il puro gusto di farlo tuo. Non è vero.” – mentre Marta ci tiene a precisare: “Io faccio tutt’ora il liceo. L’ho letto due anni fa , tutto. Senza saltare capitoli.”. 
Per un altro dei libri che spesso si leggono a scuola, Il sentiero dei nidi di ragno, c’è addirittura una sorta di piano di lettura (fornito da Uscua):
Libro fino a due capitoli prima della fine= semplice storia. 
Ultimi due capitoli= il vero libro.
Insomma, sembra una storia semplice, giusto alla fine si vedono delle scene che mi sono piaciute molto. 
e una precisa avvertenza al lettore, da parte di Marco St.: “Per chi lo volesse leggere, aspettatevi un impatto da quattro stelle.”
Venendo ai giorni nostri, è su Gomorra che i recensori anobiani si sbizzarriscono. Di Saviano Fabio Akbar scrive: “Uno sbarbatello di 25 anni pubblica un libro che sbugiarda i parrucconi saccentoni di mezza Italia sul tema che tutti sanno per leggere l’Ansa mentre lui prende la vespa e va a vedere i morti con i suoi occhi.”; mentre Eurosia si lancia in una metafora: “Nascere in certi luoghi significa essere come il cucciolo del cane da caccia che nasce già con l’odore di lepre nel naso. Contro ogni volontà, dietro la lepre ci corri lo stesso: anche se poi dopo averla raggiunta, puoi lasciarla scappare serrando in canini.”. Sono più di uno, poi, gli avvertimenti al “lettore del Nord” – “sentendosi ‘estraneo'”. C’è la critica all’editore per una fuorviante strategia di marketing (da LaMiky):
Probabilmente è colpa mia data la molta troppa pubblicità lo pensavo più un libro di stomaco di forza di denuncia ma in modo diverso. Gli dò atto comunque che è un libro scomodo per molti e che fà riflettere. Comunque difficile da leggere. 
mentre Zabo2 lamenta che il libro non racconti “cose piacevoli e soprattutto non sono delle novità” e Lady Mercury, evidentemente in polemica con Wu Ming 1, sentenzia: “sicuramente non un romanzo…”.
Per il Diario di Ann
a Frank
– che per qualche motivo ritorna spesso su questo blog – c’è addirittura un tema, che Nany [14 anni] ha “fatto per scuola e che è stato letto davanti a tutta la scuola”, che fa:
“Ho letto il suo diario nella versione integrale tre anni fa, e ricordo quanto mi abbia colpita, tanto da causarmi incubi e…lo ammetto, per un po’ ho dovuto tenere la luce accesa prima di addormentarmi! Mi chiedevo se non le potesse dar fastidio mettersi a nudo di fronte a così tanti lettori, e mi terrorizzava pensare a una sua possibile vendetta: avrebbe potuto uccidermi nel sonno, o augurarci la sua stessa sorte… Ma poi ho capito che non l’avrebbe mai fatto, perché era davvero una persona meravigliosa.”
C’è LadyMarian che dice che “questo libro [l’]ha iniziata alla tragedia della shoah in maniera umana, passionale, intensa…”, ma soprattutto c’è Ethan Lord 71 [38 anni]:
Sembra quasi il precursore di un grande reality. Non mancano litigi, coalizioni, continue lotte per accaparrarsi la patata più grande del bollito, la corsa per usare il bagno prima degli altri. Ma qualcosa e’ diverso. La piccola Anna e’ sia concorrente (non ha certo partecipato al casting) che presentatrice, le nomination non servono e non potrebbero essere d’aiuto.
Si potrebbe andare avanti così all’infinito. E certo, aNobii non è solo questo, Internet non è solo questo. Ci stanno un sacco di pesone fantastiche che scrivono cose fantastiche e profonde e bellissime e magari il mondo fosse equo e democratico e bellissimo come il Web 2.0. Ma prima, prima, c’è Silently che di Delitto e castigo dice:
Hai capito ‘sti russi…
…che poi uno magari non se li legge perchè sono mattonazzi, ma non abbiate paura, miei prodi! 
Questa prosa scorre via come l’acqua! Questi personaggi sono così profondi! 
e c’è Lidia, che sbotta su Joyce (Ulisse):
Questo libro, per nulla scorrevole, venduto con una guida alla lettura (questo la dice lunga!), richiede, almeno per quel che mi riguarda, una grande concentrazione che spesso non riesco a mantenere. Posso accedere a questo libro solo in certi momenti di vera distensione che, ovviamente, si trasformano subito in momenti di giramento di p***e. Ne vale la pena? 
e c’è Cantafiabe, per lo stesso libro:
21/02/2010: se vinciamo la Champions lo leggo, promesso.
e c’è pure Mauro:
Infinite Jest è un libro di quelli che realizzi veramente di averlo finito solo quando il giorno dopo ti ritrovi ad aspettare l’autobus con in mano un libro di Bukowski
e, per lo stesso libro, Alessio:
Delle cinque stelline una è per me, che sono stato in grado di leggerlo tutto, note incluse.
Ci stanno, infine, Serenus e Andrea: il primo in preda al una specie di complottismo letterario (per L’arcobaleno della gravità scrive: “Non è che ogni libro incomprensibile scritto da un americano viene esaltato come un capolavoro?”), il secondo che in poche righe ci snocciola un modello interpretativo (a proposito di Delitto e castigo):
I classici
Quasi tutte le recensioni che ho letto parlano di capolavoro, di colpi di scena magistrale, di qualcosa di indimenticabile, del Libro che si vorrebbe non finisse mai e tutte queste sviolinate.
Ora forse sono io che non sono abituato agli scrittori dell’800, ma a me il libro pare una gran noia, senza nessun colpo di scena e quelli che ci sono fanno sorridere, di un discorso pesante e spesso fuori tema su argomenti che non c’entrano nulla, di personaggi poco o per niente definiti.
Un linguaggio prosaico pieno di
esclamazioni di stupore quando non si capisce da cosa provenga questo stupore.
Un unico punto positivo è l’ambientazione, anche se appena tratteggiata e mei approfondita oltre al livello di mediocrità/sufficienza.
Boh…
Meno male che c’è la narrativa contemporanea di oggi, che probabilmente sarà la letteratura classica di domani.

Fitzgerald si rivolta nella tomba

29 marzo 2010 § Lascia un commento

C’erano così tante cose che un tempo avevo desiderato! Il problema è che quando uno è giovane non ne sa mai abbastanza: ti dicono bugie in continuazione, in cento modi diversi, e così ti incasinano le idee su come è fatto il mondo; quando immagini la vita che vorresti, immagini cose che non esistono. Se fossi potuto tornare indietro a spiegare al me stesso di tanti anni prima quali erano le alternative vere, quali sarebbero state le vere conseguenze di certe decisioni, quel ragazzo avrebbe saputo cosa scegliere. Ma all’epoca non lo sapevo; e adesso, che lo sapevo, la mia mente era troppo zeppa di inutili informazioni di contorno, e  legata a interessi particolaristici, e io ero confuso.

Pagina duecentocinquantasei (256), la terz’ultima del primo romanzo di Keith Gessen, che si chiama Tutti gli intellettuali giovani e tristi, l’ha tradotto Martina Testa, l’ha pubblicato Minimum fax Einaudi, costa venti euro (20 €) e mi è servito per capire questo (parole di Genette, in Soglie – sempre Einaudi, 28 €):

Se il titolo è il prosseneta del libro e non di se stesso, bisogna temere ed evitare che la sua seduzione giochi troppo in suo favore e a scapito del testo. John Barth, le cui civetterie di presentazione non riescono a dissimulare un grande buon senso, dichiara saggiamente che un libro più seducente del suo titolo vale più di un titolo più seducente del suo libro; le cose (in generale, e queste in particolare) finiscono sempre per essere sapute. Il prosseneta non deve mettere in ombra il suo protetto, e conosco due o tre libri (che non citerò) i cui titoli troppo ingegnosi mi hanno sempre risparmiato una lettura probabilmente deludente. A Mme Verdurin, che gli domandava se non avesse potuto scovargli, come portiere, qualche barone squattrinato, Charlus rispose che un portiere troppo distinto avrebbe rischiato di dissuadere gli invitati dall’oltrepassare la portineria, e sappiamo perché lui stesso preferiva fermarsi alla boutique di Jupien.

Dunque [sorvolando sull’aneddoto della Recherche che ho lasciato perché da giovane – l’ultimo anno del liceo – ho letto Proust per fare l’intellettuale e per poterlo dire – che è triste], ora siete liberi di cancellare dalla parentesi “che non citerò” e scriverci “il romanzo di esordio di Keith Gessen”. Mentre io sono libero di chiedermi perché – come ho smesso di andare a votare quando ho capito che, per come siamo messi, non mi posso aspettare nulla di buono da nessuno – non ho imparato a chiudere un libro che non mi piace prima di essere arrivato alla fine. Che sì, può essere che si scopre che il protagonista in realtà è un mostro, o che tutto era un incubo, o che arriva un tizio che si impegna in un monologo di due pagine da lacrime agli occhi, o che qualcosa di assolutamente fantastico succeda solo nell’ultimo paragrafo. Ma sarebbe comunque tardi. E, comunque, non è il caso di Tutti gli intellettuali giovani e tristi, di Keith Gessen, venti euro.

Sull’editoria a pagamento

6 marzo 2010 § 6 commenti

di Ernesto Baj*

Basta, davvero! Non riesco a capire chi consacra la propria vita alla “lotta all’editoria a pagamento”. Che cos’è l’editoria a pagamento? Semplice, esistono delle case editrici che fanno pagare i libri che stampano, a chi quei libri li scrive. Quindi non li vende a chi li leggerà, ma direttamente all’autore del testo. Con qualche migliaio di euro ti spediscono a casa qualche centinaio di copie. Questo è. Ebbene, in Rete esistono forum, siti, editori che della “lotta” a questo fenomeno fanno la propria bandiera, e a questa lotta, così parrebbe, consacrano la propria vita. Non all’inquinamento globale, o agli allevamenti intensivi di polli, dove un pollo diventa macellabile a ventiquattro giorni dalla propria nascita, o alla totale mancanza di una politica culturale nel nostro Paese. No, il più grande problema dell’umanità, per questa gente, è che qualcuno spenda i propri soldi per vanità. Ok, è un problema. Ma allora tanto vale prendersela con chi compra un SUV, spendendo tre volte i denari che spenderebbe per un’utilitaria, e inquinando il triplo. Oppure sarebbe meglio avere qualcosa da dire contro l’ultima geniale riforma della Scuola, che ha istituito il Liceo coreutico dove si impara a ballare e cantare, e che è, a tutti gli effetti, un Amici di Maria de Filippi per under diciotto. Sì, perfetto, insegnamo ai ragazzi italiani a ballare e cantare, diamo loro gli strumenti per il mondo dello spetaccolo, l’importante è che non paghino per pubblicare un loro libro. E pazienza se agli esami di maturità porteranno Salsa e Merengue. Fra l’altro il coreutico, indirizzo danza, prevede quattro ore di italiano a settimana, contro le otto di tecniche della danza, le quattro di laboratorio coreutico e le tre di coreografia. Due ore di Storia contro tre di storia della danza e della musica. Non dovrebbero esserci problemi, questi ragazzi non dovrebbero andare ad ingrossare le fila dell’editoria a pagamento. E allora, evviva il Liceo coreutico e abbasso l’editoria a pagamento!

*Ernesto Baj mi ha mandato questo pezzo chiedendomi di pubblicarlo e io ho obbedito perché ha amici potentissimi. No, scherzo. Potrebbe benissimo essere uno di noi. [gb]

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