Dov’è il tuo bambino adesso?

15 luglio 2010 § 75 commenti

AVVERTENZA. Non vorrei fare la parte del twenty-something con gli occhiali grossi che si vanta di andare a vedere i film per bambini che lo fanno piangere tanto, ma sì, sono in quella fascia di età e sì, ho un paio di occhiali grossi e ancora sì, può capitare che i film Pixar mi commuovano [biggest understatement ever]. Certo, penso che non serva a nulla un ennesimo post di elogio sperticato alla casa di produzione di Emeryville, quindi mi sforzerò di mantenere un certo contegno. Inoltre, la lettura richiederebbe una conoscenza anche sommaria dei film di cui si parla, e è sconsigliata a chi voglia vedere Toy Story 3 e non l’ha ancora fatto [SPOILER ALERT].
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PREMESSA. Io sono piuttosto convinto che il cinema dei Pixar Animation Studios sia cinema d’autore. Il che sembra assurdo, dato che la Pixar è un sacco di persone, oltre che di proprietà della Disney — ma, credetemi, non lo è poi così tanto. Non solo questi film hanno uno stile inconfondibile, ma ognuno di essi — come si cercherà [male] di dire — è costruito su una serie di temi ricorrenti. Stile riconoscibile più temi ricorrenti per me è uguale a cinema d’autore. Poi, oh, se proprio non volete dare retta a me — perché dovreste, del resto — guardate come questa parodia riutilizza lo stile e i temi suddetti e ne riparliamo. « Leggi il seguito di questo articolo »
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In Treatment

10 giugno 2010 § 5 commenti

“I really think I’d be a shitty writer. I’d want to give everybody a happy ending.”

[di Tommaso Tocci]

In Treatment nasce sulla HBO nel 2008, in un momento molto delicato per il network: i capolavori che l’avevano fatto volteggiare su un decennio di eccellenza, quasi senza sforzo, erano tutti finiti. Cominciavano gli anni di mezzo, delle occasioni perdute e della concorrenza che nasce, cresce e ti supera avendo imparato la tua stessa lezione. « Leggi il seguito di questo articolo »

Fuoco fatuo, di Louis Malle

28 maggio 2010 § 3 commenti

A me quei film che sembrano una via crucis, che si snodano tra le stazioni fatidiche e i luoghi deputati in direzione di una fine nota, i film con un andamento per così dire orizzontale, o che almeno sembra orizzontale, perché in realtà poi alla fine ti accorgi di quanta verticalità, di quanta profondità, insomma i film di quel tipo sono quelli che preferisco. Arancia Meccanica, per dire, è un film così, oppure Corvo Rosso non avrai il mio scalpo. In qualche misura sono film dove si mette in scena un rito, una (sacra) rappresentazione che sai già dove ti condurrà, un po’ come accade nel teatro giapponese, dove tutto è stilizzazione. Ieri pomeriggio, in una bancarella del centro storico, ho avuto la fortuna di trovare il dvd di Fuoco Fatuo, di Louis Malle, e la sera stessa è scoppiata la pace tra il mio pianerottolo e il cinema francese. Fuoco Fatuo è tratto da un romanzo di Drieu de la Rochelle che a sua volta trasse ispirazione dal suicidio dell’amico Jacques Rigaut. Il romanzo è ambientato nei primi anni ’30 del secolo scorso, ma Malle posticipa la vicenda di una trentina d’anni (il film uscì nel ’63). Che poi non è mica giusto parlare di “vicenda”. Qui la “vicenda” non c’è. Anzi, la storia del protagonista, il trentenne Alain Leroy (interpretato da Maurice Ronet), è continuamente evocata non per allusione, bensì per elusione, per sottrazione, ed emerge per frammenti, come un relitto, come la foto sfuocata del mostro di Lochness. « Leggi il seguito di questo articolo »

Shutter

7 marzo 2010 § 21 commenti

Da dove cominciare per parlare di Shutter Island? La prendo larga. Siccome recentemente mi hanno rimproverato perché prima di andare al cinema e scrivere le mie miserabili noterelle dovrei informarmi, così, per non rimanere deluso, ieri pomeriggio sono andato alla ricerca di recensioni che riguardassero l’ultimo film di Scorsese. Ovviamente erano tutte positive, così sono andato. Che poi sono anche un coglione, perché se vai a vedere gli ultimi film del regista italoamericano non è che siano delle gran figate. Che poi sono doppiamente coglione, perché di Scorsese ne ho visti tanti, di film, quasi tutti, ma a parte Taxi Driver e Toro Scatenato cosa c’è? Uno dice: Quei bravi ragazzi. « Leggi il seguito di questo articolo »

L'Uomo Fiammifero – andatevelo a vedere voi, Avatàr…

4 marzo 2010 § 8 commenti

Quando avevo cinque anni c’è stato il blekout e io urlai a mia madre:
“Mamma! E’ andata via la luce!”
E lei: “Prendi i fiammiferi e dici con me: fiammifero mesto fiammifero nero. Vieni presto vieni davvero”.
Così quel giorno ho sentito parlare di LUI per la prima volta, ma non è stata l’ultima perché infatti ho cominciato ad indagare e qui ho scritto tutte le cose che nel tempo ho scoperto.

Per cinque anni Simone raccoglie nelle campagne di Teramo le prove dell’esistenza dell’Uomo Fiammifero. Ha tredici anni, è orfano di madre e vive da solo con il padre contadino (il sorprendente Francesco Pannofino), un uomo dalla scorza burbera ma con un irriducibile fondo di tenerezza. Passa il suo tempo cercando di ricostruire attraverso la storia dell’Uomo Fiammifero quello che rimane della sua infanzia, dei ricordi di sua madre, cercando intanto di comprendere chi stia diventando. « Leggi il seguito di questo articolo »

Racconti natalizi

6 gennaio 2010 § 8 commenti

Consigli di visione per le feste natalizie, rigorosamente a feste finite.
di Tommaso Tocci

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I lettori del Roe che dispongono di abbonamento Sky possono in questi giorni approfittare di una delle rare distrazioni della mediocre programmazione andando a ripescare Un Conte de Noël (Racconto di Natale), film di Arnaud Desplechin del 2008. Quello che a scorrere l’elenco rischia di non essere notato, o scambiato per una qualche rivisitazione dickensiana buttata lì in onore del recente Zemeckis, è in realtà uno dei titoli più importanti della decade appena conclusa, criminosamente trascurato in Italia.

Il film è francese quant’altri mai, e nell’accezione più meritevole di un termine spesso usato come dispregiativo. Borghese senza essere classista, caldo ed europeo senza sfiorare il luogo comune: l’opera di Desplechin è da consigliare soprattutto perchè piena di false piste, circondata da congegni evasivi per la delicata coscienza comune dei generi e dei frame interpretativi.
Chi lo guarda aspettandosi il famigerato “affresco familiare” trova pure un comparto visivo guizzante, sovversivo e un po’ schizzato. Chi immagina i confini etico-morali che una storia familiare non può valicare, rimane meravigliato di fronte agli affondi laceranti che sembrano non conoscere tabù. E ancora, chi si aspetta lo humour si becca la tragedia, e viceversa. Questa eterogeneità non è soltanto una cosa buona di per sè, è anche straordinariamente (e metalinguisticamente) sovrapponibile al film stesso, perchè chiunque viva in Italia, specialmente in questo periodo festivo, ha un’esperienza diretta di quel tipo di aggregazione familiare che è un coacervo di estremi, di amore profondo e piccole meschinità, di non detto e di detto troppo. « Leggi il seguito di questo articolo »

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