Uncle Tom

23 marzo 2011 § 2 commenti

Un brutto post su Di Benedetto, Bender, la nazionale italiana e le partite di calciotto dove gioco io, scritto per gli amici di inutile, al quale nemmanco lo propongo, ma se vogliono sta qua e in effetti è loro.

Lunedì prossimo, il 28 marzo, l’AS Roma sarà ceduta ai nuovi proprietari ammerigani, in particolare il rubizzo zio Tom Di Benedetto planerà in Roma per apporre le agognate firme. Molteplici le reazioni der mondo de politica-pallone-eccetera. I tifosi — che all’insensata notizia di un interessamento da parte della casa reale di Abu Dhabi (sic!) si erano travestiti da sceicchi (ri-sic e vedi sopra) (ma c’è una casa reale ad Abu Dhabi, o mi confondo io?) — si apprestano ora a sventolare improvvidamente vessilli strisciostellati. Per capire quanto siano invise ‘ste bandiere americane basti pensare che i bombardamenti a casaccio della Libia avviati dai francesi sono stati salutati dai fratelli arabi con frasi come vabbè so’ ragazzate, aa fine nun è na guera santa (fine della digressione). Nel mentre dimostrando una competenza calcistica pari a quella di un’abajour (che paragone è?) mr. Di Benedetto ha notato che Doni a Firenze ha preso un gol da fagiano, e mentre noi stiamo qui a friggere perché la trattativa con settimane di ritardo ancora stenta a chiudersi, ancora stenta a chiudersi cazzo, ma taa sposi o no mi fijia?, zio Tom insomma sembra aver dichiarato di voler regalare come primo colpo di mercato, primo biglietto da visita per gli inquieti supporter giallorozzi (che forse se penzano che mica tanto eh, ma che magari con una società alle spalle se serve un’ala, un terzino lo compri senza patemi e amen), insomma ha sostenuto di volersi presentare non prendendo chennesò, Robben, ha dichiarato l’inetto presidente in pectore di voler comperare Buffon. Buffon, il centocinquantenne Buffon! Buffon, avete capito bene amici lettori, Buffon! Ma chi è questo rubicondo ignoto, un nuovo Gaucci? Ma chi lo conosce, lo conosce solo il mio amico Buoninfante che asserisce trattarsi dell’ottavo uomo più ricco del mondo, sparata non sostenuta da nient’altro che dalla sua tagliacozzana inclinazione alle abnormi enormità. Buffon ormai paro mejo io, perché non Zoff allora?, o Ragno Nero (se non è morto). Nessuno sa nulla di questo Di Benedetto, si vaneggia di origini tagliacozzane, il paese di Buoninfante per l’appunto (da cui l’ottavo uomo più ricco etc), ma davvero, nessuno ne sa una mazza. Nessuno a parte Buoninfante, vedi sopra etc. La fonte più attendibile è quindi Buoninfante. Quelli della banca li deve aver rassicurati lui, a suon di giuggiole e coordinamenti. Ma vabbè, un po’ di notizie dicono che ‘sto tizio sia nella cordata che controlla i Red Sox, una squadra di Boston, che certo ha un nome fico, ma che galleggia a metà classifica nello sport riconosciuto a ragione et offizialmente in Futurama come il più mortalmente noioso dell’universo: il baseball. Incredibilmente nel frattempo nessuno ha dato ancora ascolto alle profetiche indicazioni di Bender (per rimanere nel solco dell’attendibile fonte), per cui il doping ancora non è obbligatorio in alcuna disciplina agonistica. Il suggerimento che lascio così cadere spero sia raccolto da Prandelli e dagli altri tennnici che gestiscono la nazionale di calcio italiana. La maledetta jattura costituita dalle partite della nazionale, capaci di gettare nello sconforto le domeniche di qualche centinaio di milioni di esseri umani su tutta l’estensione continentale (costringendoli con crudeltà a sperimentare il vuoto, la noia e il male di vivere, oppure spingendoli a contemplare con certo sognante sguardo da calamaro le partitelle dei bambini di 6 anni nella piazza della parrocchia — questo è quello che faccio io — e sono sentimenti con cui nessuno vuole fare i conti, per quanto siano brutti i campionati), la maledetta jattura dicevo è ancor più dirompente da quando la nazionale versa in una fase di coma pneumatico che non ricorda paragoni nella storia dell’uomo. (Questo post è destinato a diventare un classico come modello negativo). Cioè comunque in questo secolo ci eravamo fatti un nome, non lo possiamo dilapidare con illustri ignoti che appaiono sullo schermo esterrefatti quanto noi che li vediamo, aò ma chi è quello? Ma perché ‘no sconosciuto gioca ‘n nazionale? Ma che è der Cesena? La nazionale italiana che ai mondiali spiccia sempre alli rigori (per usare le parole di un recente capolavoro), ha un cazzo di nome! Una squadra fatta di giocatori forti, difensori fortissimi, uno o due centrocampisti che menano, quando va bene un’ala destra, un 10 e una punta agile e scattante come paolorossi, totòschillaci, chennesò boniperti, oppure un’ira di dio come giggirriva, vierone o luca-toni-al-massimo-del-suo-splendore-prima-che-diventasse-morto-morto-pure-lui-morto-tutti-morti-sono! E deve essere una squadra che gioca malissimo, che fa il golletto e poi si chiude, e fa il contropiede — che mo lo fanno tutti, ma che quando lo famo noi lo chiamano catenaccio e rosicano come matti e noi vinciamo le partite e tutti si incazzano ed era bellissimo, era bellissimo porca puttana, ma come ci siamo ridotti così! Prandelli fai come i francesi, fai come i crucchi: riempila di africani! Fai come gli spagnoli: drogali! Prandelli fai qualcosa! Ritira la squadra, è meglio.

Vabbè questo post francamente irrecuperabile, qualunque cosa faccia, insomma è il quinto tentativo di pezzo per una rivista per cui dovrei scrivere di calcio, ma dovrei scrivere tutt’altro mica della Roma, dovrei scrive’ di quando gioco io a calciotto con gli amici miei, che ieri abbiamo vinto 4-2, e a un certo punto verso la fine ho fatto un gol che per quattro secondi mi sono sentito forte, era un contropiede e mi sono trovato la palla a centrocampo e ho saltato secco Pino, che colto di sorpresa ha fatto una mossa da leone marino, forse ha lanciato un guaito, ha annaspato e dato un tonfo con la zampona tentando di intralciarmi, mentre già viaggiavo via, e sparivo con la palla al piede verso l’area, e Pino mi piace immaginarlo ora lì, ora che è ancora lì a guardarmi in una parete cieca o nello schermo, nel vetro dell’auto o sul muro dei palazzi, è ancora lì a rivedersi la scena nella testa e a pensare a come anticiparmi la prossima volta mentre scarto a destra e corro come la tramontana, e sulla trequarti punto Claudio, ultimouomo, e gli incombo in quest’azione ventosa e lo colgo di sorpresa e tocco la sfera nel pieno della progressione, la tocco leggermente e la sposto a destra e Claudio è lì un po’ di fianco un po’ di spalle, e mi è davanti ma è incalzato, è in ritardo e non sa che fare, e io la sposto a sinistra la palla, e lui si volta a sinistra e la risposto a destra e lui si gira a destra e poi ancora a sinistra e poi a destra e Claudio finisce a rincorrermi nel vuoto mentre io dalla lunetta insacco a fil di palo. E faccio questo gol da Ronaldo, e corro verso i miei compagni, che con questo abbiamo vinto, è il 3-1, corro con la maglia sopra la testa, tipo Ravanelli. Fare un gol da Ronaldo e festeggiare come Ravanelli è disabitudine alle circostanze.

E poi vorrei dire una cosa romantica, vorrei dire che mentre planavo come un refolo imprevisto nel fegato della difesa avversa, con la palla tra i piedi, vorrei dire che ho notato una nuvola in cielo, che per una frazione di secondo il mio pensiero si è estraniato per correre alla Libia, o al tenero ricordo di Marianna, o al pensiero di Giada o Caterina, insomma per usare una perifrasi vorrei dire di aver pensato a qualcosa, e in una frazione, in una almeno aver accarezzato il pensamento della fica, ma questo, per quanto più volte e da tanti raccontato, è impossibile. Non si pensa a nulla, è difficile spiegarlo, raccontando un’azione c’è molta riflessione, per quanto scarna sia la descrizione c’è un momento in cui pensi a come disporre le parole, invece sul campo con la palla tra i piedi no, quello che succede succede, e non c’è nient’altro intorno, e mentre giochi il pallone non esiste nient’altro che gli altri giocatori il campo e quella, la palla – e lo fai e basta, e questo è tutto.

 

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