giunte le nozze dell’agnello
dicembre 16th, 2010 § 1 commento
[un racconto di natale dedicato a gb, che oggi si laurea]
Re: Re: Regina
marzo 22nd, 2010 § Lascia un commento
sono rimasto particolarmente colpito dalle vicende che hanno scosso le Chiese di Irlanda e Germania. Mi riferisco ovviamente ai casi di pedofilia di cui tanto si parla in questi giorni. Ne sono rimasto colpito non solo perché ho ricevuto una solida educazione cattolica, ma perché uno dei membri della mia famiglia è un sacerdote.
Il fratello di mia nonna è il parroco del piccolo paese in cui sono cresciuto. Essendo mia nonna rimasta vedova molto presto, vive da quasi quarant’anni con il fratello, nella canonica. Questo per me ha significato (e significa) che ogni Pranzo della Domenica dalla Nonna si trasformasse (e si trasforma) nel Pranzo a Casa del Prete. Ora, Regina, non le sto a dire quali ripercussioni questo abbia avuto sulla mia crescita. Quello che mi ha fatto più riflettere in questi giorni è altro.
Ho realizzato che, nonostante il numero di preti coi quali, in tutti questi anni, ho diviso il pranzo sia incredibile, nessuno ha mai abusato di me.
Come crede che sia possibile? E’ vero, la pubertà non è stata clemente con me, ma almeno fino ai dieci anni sono stato un bambino bellissimo. Volevo inviarle una foto per farle vedere quanto fossi affascinante a otto anni, ma il mio compagno me l’ha sconsigliato. Mi creda sulla parola, Regina: ero una bomba. Eppure niente, nemmeno una palpatina tra il primo e il secondo.
Come se lo spiega?
La prego di rispondere.
Il mio livello di autostima non era così basso da quando inviavo lettere a Carlo Rossella.
ladygago86
Caro ladygago86,
credimi se ti dico che sono stata profondamente turbata dalla tua lettera. Non posso che condividere lo sgomento e il senso di tradimento che hai sperimentato al pensiero di non essere mai stato amato. Ho deciso di risponderti per esprimere la mia vicinanza a te, e per proporti un cammino di guarigione, di rinnovamento e di riparazione.
Il compito che ora ti sta dinnanzi è quello di affrontare il problema, e di farlo con coraggio e determinazione. Nessuno si immagina che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo. Positivi passi in avanti sono stati fatti – tra le righe leggo che hai un compagno, e spero tu sia felice con lui -, ma molto di più resta da fare.
Vista la tua educazione, ti chiedo di ricordarti della “roccia da cui siete stati tagliati” (Is 51, 1). Rifletti sui contributi generosi, spesso eroici, offerti dalla Chiesa, e lascia che ciò generi slancio per un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento. La mia preghiera è che tu possa superare la presente crisi e ritornare a casa per pranzo.
In molte famiglie d’Italia vi è stato qualcuno – come il fratello di tua nonna – che ha dato la propria vita alla Chiesa. Giustamente le famiglie italiane hanno in grande stima ed affetto i loro cari, che hanno offerto la propria vita a Cristo, condividendo il dono della fede con altri e attualizzandola in un’amorevole servizio di Dio e del prossimo. Negli ultimi decenni, tuttavia, la Chiesa nel nostro Paese ha dovuto confrontarsi con nuove e gravi sfide alla fede scaturite dalla rapida trasformazione e secolarizzazione della società. Fu anche determinante in questo periodo la tendenza, anche da parte di sacerdoti e religiosi, di adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo. Il programma di rinnovamento proposto dal Concilio Vaticano Secondo fu a volte frainteso e in verità, alla luce dei profondi cambiamenti sociali che si stavano verificando, era tutt’altro che facile valutare il modo migliore per portarlo avanti. In particolare, vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci.
È in questo contesto generale che dobbiamo cercare di comprendere il tuo sconcertante problema, e solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla tua crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci.
Hai sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuta. È stata tradita la tua fiducia, e la tua dignità è stata violata. È comprensibile che trovi difficile perdonare o essere riconciliato con la Chiesa. Tuttavia ti chiedo di non perdere la speranza.
Sei ancora giovane.
quando una ragazza, dico, cioè, una ragazza con un bel culo che insomma co du chiappe che – ma veramente, due chiappe che je parlano con eloquente parlantina e je parlano e magari dicono anche levate, cioè ma tu puoi vedere mentre si alza per sistemare la borsa nel vano antistante e lì rivolte a te in quel momento preciso in quel momento magico, ma veramente magico! ecco in quel momento come intendere che dicano sfonname, ma forse questo sfonname è tipo se una cosa che senti tu come da dentro, una forza anche oscura, anche generosa benevola e tracimante come un’ascia spaccapietre micidiale, una falce vendicatrice e carezzevole diciamo, ecco, dopo tutto un discorso di questo tipo per esempio in treno per firenze, che poi magari in quelle carrozze da sei che siete può capitare soli, ma forse e dico forse può anche darsi che sia in parte avvenuto nella tua testa questo invito, non è detto, ossia la percezione di questo che poi uno gli viene di tirarsi fuori l’uccello perché gli pareva come di avere inteso un invito in quel frangente dell’ancheggiare e dell’afferrare il giornale della borsa, mi spiego no? cioè che capita a tutti poi, diciamo la verità, tirarsi fuori l’uccello dico, ma insomma se questa cosa che magari gli pareva reale voglio dire come si può stabilire?, posto che insomma, cioè la nostra interazione col mondo è veicolata dalle nostre percezioni come non fidarsi dell’invito delle chiappe?, io anche per questo mi reputo innocente, dico, è come dire vuoi un the, o no? io poi ecco considerando anche l’assiduità e la compiacevole permanenza in quei primi attimi di lei come rapita a bocca aperta a fissarmi in quel tripudio festante, ecco, mi sembrava proprio piena di gioia e del resto, come ovvio, ora mi ama. che poi è anche come tecnica, per quelli che ritengono di esperimentare delle tecniche per lo meno, come tecnica d’approccio ora io dico, tolto questo inconveniente del gabbio, è anche una tecnica degna di nota. tirare fuori l’uccello, dico.
[lettera firmata]
Caro [lettera firmata],
di lettere come la tua ce ne arrivano a decine, forse addirittura a centinaia la settimana.
Ci siamo fino ad ora rifiutati di pubblicarle perché, come saprai, non siamo soliti trattare questi argomenti. Tuttavia, considerata appunto la mole di richieste, ci sembrava sbagliato ignorare la questione. Siamo in campagna elettorale, perciò non possiamo direttamente intervenire nel dibattito – questo blog potrebbe influenzare quattro voti. Abbiamo così scelto la tua lettera perché è la più rappresentativa e – senza ulteriori commenti da parte nostra – illustra perfettamente il problema della riforma della Giustizia.
Ti ringraziamo di essere stato così incisivo.
Scrivete a lacollanadellaregina@gmail.com, se vi va.
Sull’editoria a pagamento
marzo 6th, 2010 § 6 commenti
di Ernesto Baj*
*Ernesto Baj mi ha mandato questo pezzo chiedendomi di pubblicarlo e io ho obbedito perché ha amici potentissimi. No, scherzo. Potrebbe benissimo essere uno di noi. [gb]
Re: Regina
marzo 1st, 2010 § 1 commento
sono una studentessa universitaria ventitrenne della provincia di Milano che ha appena scoperto che probabilmente ha sbagliato tutto.
Ti spiego.
Ho sempre cercato – da quando non riesco più nemmeno a ricordarmelo – di essere diversa, di distinguermi. Il mio credo era riassumibile nel motto “non fare quello che fanno tutti”, che presto diventò, più genericamente, “non fare quello che fanno gli altri”.
Se le mie amiche dopo scuola non si perdevano una puntata di Dawson’s Creek, a me infastidiva anche solo la sigla. Quando i pomeriggi di maggio loro infilavano le mani nei pantaloni dei fighetti della scuola, nascoste all’ombra del parco, io ero a casa a leggere All’ombra delle fanciulle in fiore. Da quando ho deciso che posso innamorarmi, non riesco a stabilire un rapporto che non sia costantemente in bilico, per non dover essere costretta ad ammettere che “ho un ragazzo” anch’io.
Non ho mai viaggiato per il semplice gusto di farlo, temendo di finire nella casella di quelli che il viaggio fa bene alla mente/aiuta a scoprire se stessi/amplia gli orizzonti culturali. Non mi sono mai legata al luogo in cui vivo.
Spesso ho nascosto i pacchetti di sigarette dei miei amici che avevano paura di essere scoperti dai genitori, senza mai fumarmene una in cambio. Quando si passavano una canna sotto un cielo stellato, io dicevo “Proviamo a contare le stelle”, ed ero sobria.
Senza volerlo, sono diventata una Brava Ragazza. L’unica via di fuga era nelle idee, cui d’altro canto non credevo davvero, per evitare di fare la figura della libera pensatrice ad ogni costo.
Non ho mai provato ad essere “quella che però è simpatica”, né mi sono sforzata di migliorare il mio aspetto fisico.
Non ho cantato le canzoni che sapevano tutti.
Tutte le canzoni che invece ho canticchiato, tutti i film che ho visto a tarda notte, tutti i libri che andavo a scovare negli anfratti delle librerie e anche tutte le persone che ho conosciuto non ho tardato a scoprire che erano il patrimonio comune di tanta altra gente, da miei amici a persone che non sopporto o che non conoscerò mai. Come potevo pensare, del resto, che non fosse così?
“Non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”; “essere diversa”, “non essere nessuno”.
Credi che sia tardi per ricominciare da capo?
Con affetto,
Una87
Cara Una87,
devo dirti la verità: la tua lettera mi ha fatto piangere. Non ho mai letto tante idiozie messe nero su bianco dall’ultimo romanzo di Paulo Coelho.
Mi chiedi se è tardi per ricominciare. Vuoi davvero che ti risponda? E’ ovvio che non è tardi. E’ inutile. Assolutamente inutile.
Lo so, dovrei dirti che non è vero che hai sbagliato perché giusto o sbagliato non esiste, e che non è vero che non sei nessuno perché sei unica e speciale come ciascuno di noi. Non lo dirò, perché non lo penso.
Sbagli nel dire che “non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”. Tu hai fatto eccome. Hai scartato una ad una tutte le opportunità che ti venivano offerte in un processo volontario e sistematico di auto-annullamento. Auto-annullamento – fai attenzione – che solo tu prendevi per tale. Perché nella realtà non hai fatto, come tu stessa dici, che omologarti a una certa tipologia umana, come ogni comune mortale. Il che significa che pentirti di quello che non hai fatto equivale ad ammettere che solo in quel modo potevi essere qualcuno, potevi essere te stessa.
E’ così, Una87? Pensi che saresti stata più felice cantando a squarciagola Questo piccolo grande amore su un autobus affollato invece che Hyperballad nella solitudine della tua cameretta?
Be’, Una87, tieniti forte: la risposta è no, non saresti stata più felice. Per niente.
E ti dirò di più: se a ventitre anni ti chiedi se non hai sbagliato tutto, probabilmente sei destinata a chiedertelo per il resto della tua vita. E te lo saresti domandato – ne sono quasi certo – anche se fossi diventata una puttana, una tossica, una missionaria o una ballerina di liscio.
Vuoi un consiglio? Prova ad accontentarti. E smettila con questa storia della diversità. Tanto, tra un paio di mesi, di anni o di settimane, sarai lì a dirti che sei stata una cogliona.
Cara Regina,
soffro di polluzione notturna. Devo preoccuparmi?
Anonimo
Caro Anonimo,
non si “soffre” di polluzione notturna. Anzi, la polluzione notturna è poesia.
E’ la Regina Mab che arriva nel cocchio di guscio di nocciola trainato da farfalle e ti si posa sul “naso”.
La polluzione notturna è essere masturbati da un sogno.
And, in the end, the love you take is equal to the love you make
febbraio 13th, 2010 § 1 commento
Ogni schermo è illuminato
gennaio 26th, 2010 § 3 commenti
Avete mai provato a contare quanti film ogni anno escono sull’argomento II Guerra Mondiale-Shoah-Memoria? Be’, sono ancora parecchi - ancora nel senso che la letteratura, per dire, ha già smesso da un pezzo. Avete mai provato a contare quanti di questi film meritassero davvero di farsi vedere? Be’, sono molto pochi.
Decidete quali delle seguenti prossime uscite potranno essere annoverate tra questi.
Il Colpo del Campo
di Wes Anderson
Lo stile inconfondibile del regista di Rushmore e i Tenenbaum al servizio di una storia ispirata a un fatto realmente accaduto. Bill Murray, Owen Wilson e Jason Schwartzman sono i tre autori del furto dell’insegna che con la scritta “Arbeit macht frei” campeggia all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. I tre maldestri ladri, però, litigano costantemente tra loro, finché il personaggio interpretato da Schwartzman non cade da un sedia e per il colpo dimentica dove ha nascosto l’insegna. Dall’altra parte, a cordinare le ricerche vengono chiamati due investigatori impersonati da Anjelica Huston e Seymour Cassel, una volta marito moglie, ora divorziati. A complicare ulteriormente le cose arriva Natalie Portman nel ruolo di enigmatica donna del mistero, forse un fantasma, che perseguita i tre ladri, costringendoli ad affrontare le implicazioni morali del loro gesto.
Anche per quest’opera andersoniana ruolo fondamentale ha la colonna sonora, un sapiente mix di rock (Velvet Underground, Kinks, Rolling Stones) e musica klezmer.
Soluzione Finale
di Roland Emmerich
Il film, prodotto da J.J. Abrams e scritto da Drew Goddard (entrambi già firme di Cloverfield), è una assoluta novità nella filmografia del regista, non solo per il tema trattato ma anche per la scelta stilistica. Il maestro tedesco del catastrofismo, con un uso sorprendente della soggettiva, ci mostra la vicenda di due ebrei, interpetati da John Cusack e Sandra Bullock, durante la tristemente nota Notte dei Cristalli. Nessuna gigantesca esplosione, dunque, nè tornado o portali aperti sullo spazio-tempo; solo la fuga di due esseri umani terrorizzati da qualcosa di terribile che non riescono nemmeno a identificare – la furia cieca del mostro della violenza – che anche lo spettatore non vede se non nelle ultime scene del film.
Costato centosessanta miliardi di dollari (nonostante sia per lo più fatto di primissimi piani dei protagonisti e di nero perché è notte), Soluzione Finale rappresenta una grande scommessa per Emmerich e per Abrams. Quest’ultimo, reduce dai successi di LOST e Fringe, ha addirittura dichiarato che da questa esperienza potrebbe nascere una serie per la tv ambientata in un campo di concentramento in cui al gruppo di internati protagonisti succedono le cose più assurde. Probabile titolo: 174517.
Lunghi Coltelli
di Ferzan Ozpetek
Il regista turco-italiano, dopo La finestra di fronte, torna a parlare di omosessualità sullo sfondo della Seconda Guerra Mondiale. La rovente storia d’amore tra l’avvenente ebreo Magnus (Luca Argentero) e il soldato tedesco Ernst (David Kross), abilmente tenuta segreta dai due, sembra finire con la Notte dei Lunghi Coltelli. Ernst infatti sparisce, Magnus teme che sia stato anche lui vittima delle epurazioni e si mette sulle sue tracce, scoprendo che il soldato non era solo il suo amante, ma anche quello di molti tra i vertici delle SA. Nell’incessante ricerca della verità incontra Hans Blüher (Stefano Accorsi), scrittore noto già durante la Grande Guerra come teorico della “alleanza virile”, nonché fervente antisemita e anch’egli vicino agli ambienti della Sturmabteilungen. Questi rivela all’ebreo che il soldato è vivo e li raggiungerà al più presto, ma nel frattempo il fascino di Magnus costringe Blüher a rivedere le sue posizioni. All’arrivo di Ernst, Magnus si ritroverà davanti a una durissima scelta da compiere: restare con lo scrittore o seguire il soldato in una località imprecisata della Polonia.
Il film, che già suscita polemiche, è anche un omaggio al cinema di Visconti e Fassbinder, oltre che all’anatomia maschile. Notevoli, in questo senso, le interpetazioni dei tre protagonisti: accanto a conferme ozpetekiane come Argentero e Accorsi, spicca David Kross, che aveva mostrato un bel pezzo di bravura nel film The Reader.
Il regista figlio d’arte (figlio di Pipolo) e autore di best-seller Federico Moccia mette da parte le avventure erotiche con laidi quarantenni delle ragazzette di Roma Nord per raccontare una love story del passato riletta con gli occhi dei giovani d’oggi.
Protagonista è Annina, una ragazza come ce ne sono tante a Monte Mario, che per un compito di scuola deve leggere Il diario di Anna Frank. Dopo un primo approccio non facile (divertentissima la scena in cui Annina chiude il libro ed esclama esausta: “Ma nun la potevano trovà prima?”), la sedicenne si lascerà sempre più prendere dal racconto, complice anche l’aspirazione che la accomuna all’ebrea: il sogno di diventare scrittrice (e qui il regista e scrittore si abbandona all’autocitazione: Annina infatti, dichiarando di voler seguire le sue orme, dice: “Quer frocio me fa morì”). Annina si appassiona così tanto alla lettura del diario che addormentandosi sogna di essere lei stessa Anna Frank. La vediamo allora nell’achterhuis dell’edificio sul Canale Prinsengracht, vestita da reclusa, vivere la vita di cui da sveglia poteva solo leggere. L’attenzione si focalizza in particolare sulla tenera storia d’amore con Peter van Pels, il timido e introverso giovane coinquilino, e sulla rivalità con la sorella Margot, che Annina/Anna sospetta voglia rubarle il ragazzo.
Nel cast Alessandra Mastronardi (Annina/Anna), Raoul Bova (Otto Frank), Federico Costantini (Peter), Lunetta Savino (la madre).
Generatore di Post Ironistico-Sentimentali “Pulsatilla 9000″ | Test 0.1
gennaio 20th, 2010 § Lascia un commento
C’è un momento magico nella vita di ogni studentessa universitaria che si chiama: Attesa Prima di un Esame.Pochi consigli per sopravvivere a una brutta storia
gennaio 8th, 2010 § 6 commenti
Fate conto di stare a un pranzo o a una cena come quelli cui avete preso parte durante queste feste. La casa non è la vostra, i commensali sono un misto di parenti, parenti acquisiti, parenti che non credevate di avere, amici dei parenti, amici di qualcun altro, un paio di persone la cui presenza è per voi del tutto inspiegabile. Fate conto che a un certo punto, tra l’ultima portata e il
dolce, uno di questi – mettiamo, un parente acquisito – se ne esca con una storia. Capite che sta per racccontare qualcosa perché si sporge sulla sedia, raddrizza la schiena e aspetta che ci sia un attimo di silenzio. La storia fate che sia quella del pestaggio di due rumeni ubriachi a opera di chi racconta e di due suoi colleghi; rumeni colpevoli, oltre che – a quanto pare – di ubriachezza molesta, di essersi avvicinati con fare minaccioso a due ragazze, senza tuttavia rappresentare una minaccia reale, essendo – sempre a detta di chi parla – “troppo ubriachi per fare qualsiasi cosa”. Forse la parola pestaggio non è la più azzeccata, però. Chi parla descrive la scena come: due tizi presi a calci da noi tre. Ma qui viene il bello. Non esce fuori da un palazzo che si affaccia sulla via centralissima di Roma dove è avvenuto il fatto una mezza matta che si mette a strepitare minacciando i tre di denuncia? Vuole sapere i loro nomi. Dice di aver chiamato i vigili urbani. Che poi in effetti arrivano e domandano della rissa, riconoscono i tre colleghi – in quanto anch’essi membri delle forze dell’ordine – e sorridono, e si sentono rispondere “se li cercate, dovrebbero stare sdraiati là dietro”.
Forse vi aspettavate una barzelletta.
Potrebbe anche darsi che la persona che ha appena parlato già non vi fosse tanto simpatica. Se siamo sulla stessa lunghezza d’onda, è probabile anche che non avevate nessuna stima per lui. Ora vi starete chiedendo qual è il livello sotto a questo nella scala della considerazione. Fate conto che sia quello in cui alle locuzioni educate si sostituiscono più sintetici insulti. Nonostante tutto, però, preferite ragionare (sarà anche solo per distinguervi). Decidete che, in fondo, quello che avete appena ascoltato è un racconto in cui le relazioni di causa ed effetto sono rigidamente mantenute. Il narratore è, come già accennato, un uomo delle forze dell’ordine, che adesso è impiegato come autista per un tizio che una volta ricopriva una carica istituzionale ma che adesso è un semplice pensionato – certo, non tanto semplice se può usufruire di un autista pagato dallo Stato. A dirla tutta, autista è riduttivo. Il nostro narratore è più un factotum: scarrozza in giro per l’Italia il pensionato e altri membri della sua famiglia, ritira pacchi, consegna pacchi, porta buste della spesa. All’occorrenza, tiene d’occhio i nipotini del capo. E’ un lavoro che a voi potrà sembrare addirittura umiliante, ma che per il nostro è motivo di orgoglio, dato che gli permette di entrare in contatto col Mondo Che Conta, con la cosiddetta Roma Bene, con Quelli Che Decidono Le Cose Importanti. Direte che in questo mondo sì, ci entra, ma dalla porta di servizio, e per restare negli alloggi della servitù. Avete ragione, ma a lui sembra non importare affatto – sempre che se ne sia accorto. Se non se n’è accorto, tuttavia, in qualche modo – ne siete sicuri – ne deve avvertire il peso. Ed è ovvio che questo peso lo vada a scaricare su chi sta messo peggio di lui, su chi, in scala, con lui ha lo stesso rapporto che lo lega all’ambiente cui si illude di appartenere. C’è niente che dica Italia Berlusconiana meglio di questo? Fate conto di no.
Adesso che avete messo tutti i pezzi nell’ordine giusto dovreste sentirvi non dico sollevati, ma almeno rassicurati dalla distanza che avete posto tra voi e l’oggetto della vostra analisi. Eppure non siete in pace. Quello che ancora vi tormenta – ve lo dico io – è ilmodo. Il modo innocente e innocuo, il tono della voce tranquillo e a tratti giocoso di chi ha raccontato quella storia. Come se avesse detto di quando ha trascorso il Natale in montagna appena sposato, o dell’ultima marachella del più piccolo dei suoi figli. Come se stesse spiegando le regole di un gioco di carte. Certo, dovete anche mettere in conto il fatto che avete inventato una scusa per andarvene e ve la siete data a gambe. Ma, insomma, conta più quello.
Alle volte uno si crede incompleto ed è soltato giovane
dicembre 30th, 2009 § 4 commenti
Pensavo a Calvino. Ci pensavo perché lo sto studiando.
Aveva trentatre anni quando alla Einaudi gli affidarono il progetto delle Fiabe italiane. Ne aveva ventinove quando Vittorini gli pubblicò il libro da cui è tratta la frase del titolo di questo post senza capo né coda. Aveva ventiquattro anni al romanzo d’esordio [ma ventidue al primo racconto pubblicato su rivista]. Ne aveva ventuno quando col fratello si unì ai partigiani. Moriva a sessantadue anni. Ictus. Oggi ne avrebbe avuti ottantasei.
C’era un periodo in cui facevo questi calcoli per ogni scrittore che mi piacesse. Quanti anni aveva all’inizio. Quanti alla fine. Quanti libri aveva pubblicato in vita. Se era ricco.
In genere sulle enciclopedie c’era scritto “di famiglia agiata” – e se non era scritto proprio così, le parole usate lasciavano comunque intendere che il tizio in questione si era messo a scrivere perché il pane prima della filosofia ce l’aveva assicurato [Proust era ricco sfondato e ha scritto un romanzo di quattromila pagine o giù di lì]. Se no, c’era scritto che il tizio aveva fatto mille sacrifici o mille lavoretti o tutto il necessario per vivere di arte ed era morto povero o alcolizzato. Spesso tutt’e due le cose.
La mia preoccupazione era di non essere né troppo ricco né troppo povero. Troppo giovane [ma non abbastanza da essere un bambino prodigio] o troppo vecchio [nel senso di "raggiungere la meta fuori tempo massimo"].
Ma questo era prima, quando volevo fare lo scrittore. Adesso, anche se solo penso al mio nome vicino alla parola “scrittore” mi scappa da ridere.
Eppure sono qui a scrivere. Eppure ieri sera, a cena, un mio amico ha detto “brindiamo al futuro di mt come scrittore!”. Eppure provo uno strano piacere nell’usare “eppure”.
E’ come se fossi vittima di un complotto – un intrigo che coinvolge parecchie persone [ma anche entità, personaggi, finzioni] diverse tra loro e a prima vista lontanissime, eppure [sì!] unite da un obiettivo comune. Il complotto per farmi scrivere.
Ora, il problema, con questi complotti segreti, è che ci si può anche non credere.
Sì, come no, il Vaticano è il governo fantoccio di una razza aliena di mostruose lesbiche pelose di Venere…
Sì, certo, Sandro Mayer è in realtà Alfonso Signorini che in realtà è Maurizio Costanzo che in realtà è la moglie che in realtà è un insetto coprofago…
E se questa fosse vera? E se quell’altra… no, non ci voglio nemmeno pensare.
Quello che vorrei davvero [potrebbe essere il mio proposito per il nuovo anno, insieme a "fare meno attività fisica"] è essere come uno di quei Grandi Autori Reclusi à la Salinger [novantuno anni dopodomani], che hanno scritto qualcosa di magnifico e sono spariti, e alla cui morte si scatenerà un’asta sanguinaria per conquistare i diritti degli inediti.
Ma [tralasciando il "qualcosa di magnifico"] non sono abbastanza vecchio, né abbastanza ricco da comprarmi una villetta in campagna e vivere di roba ordinata su Mediashopping.
Le spese di spedizione sono un latrocinio.









