Il fruscio dell’essenziale

dicembre 13th, 2010 § Lascia un commento

Un modo molto confidenziale di visitare una fiera del libro. O in altri termini la trascrizione meccanica delle osservazioni di Lucio Bondì, Giacomo Buratti e Federico di Vita al Palazzo dei Congressi dell’Eur. Dove dal 4 all’8 dicembre c’è stata Più Libri Più Liberi 2010. La registrazione è stata fatta per prendere appunti per una cosa che forse non scriverò mai, ma niente – niente – toglierà dalla testa di Lucio Bondì che il mio intento fosse quello di buttare giù un fantomatico “articolo”, e quindi come appunti-conservati-dove-non-si-dovrebbe e come “articolo” riportiamo l’esclusiva conversazione qui, in esclusiva (confidenziale) solo su la Collana della Regina.

[ps. Come siamo potuti uscire senza subire neppure un tentativo di aggressione, neppure un ceffone, è da oggi ufficialmente considerato il quarto mistero di Fatima].

FEDERICO DI VITA: Siamo qui a Plpl 2010, allora be’, partiamo. Vogliamo dire cosa ci aspettiamo da questo guazzabuglio, così, prima di visitarlo per l’ennesima volta?
LUCIO BONDI’: Be’, intanto che ci sono quattro tipi di editori, una nicchia del 5% che sono quelli che fanno dei libri normali che potrebbero interessare a qualcuno, poi un circa 50% sono editori di esoterismo, per esempio “Curarsi con le essenze di maggiorana”, oppure “Il potere segreto delle tue mani” e cose simili. Adesso poi le cercheremo e le appunteremo. Terza categoria un tizio pseudo intellettuale sui 33-35 che ti spiega che lui ha fondato una casa editrice, la casa editrice ha pubblicato il suo libro, che parla di un giovane che cerca lavoro in questa Italia e intanto si innamora e poi però si lasciano. Di questo chiaramente non gliene frega niente a nessuno. Il quarto tipo sono editori iper-specializzati che hanno una collana di 140 titoli su come far crescere le piante officinali in un ambiente chiuso. Oppure su tutte le meraviglie della costiera di fronte a Savona, 240 titoli. E cose simili. « Leggi il seguito di questo articolo »

This house is on fire

ottobre 28th, 2010 § Lascia un commento

Rizzoli ha pubblicato – nella collana 24/7, che non smette mai di regalarci sorprese – un romanzo di Domenico Di Tullio che si intitola Nessun dolore. Il romanzo di CasaPound e che, oltre a “una grande storia d’amicizia”, è anche “il ritratto di una città a più facce” e soprattutto “il primo romanzo a raccontare l’epica quotidiana di quelli che si definiscono i ‘fascisti del Terzo Millennio’, un’officina sociale che ha radici in tutta Italia e mette in dubbio molte delle nostre certezze.”

Del libro si sta parlando – ché è il motivo per cui esistono grandi libri come questo. La discussione è riassunta alla perfezione da uno dei titoli che escono su Google se cercate “nessun dolore di tullio” [saltando le prime due pagine di siti di affiliati e amici di CasaPound]: “I ‘salotti buoni’ dell’editoria aprono ai ‘fascisti del III millennio’: Rizzoli porta CasaPound in libreria”.

Brava Rizzoli. Bravi tutti. Tutti? Ebbene, gli altri editori non potevano restare indietro nella corsa per accaparrarsi storie ambigue ambientate all’interno di gruppi sociali che generano controversie. Vediamo le novità in libreria. « Leggi il seguito di questo articolo »

Foyer du cinéma | outtake

giugno 4th, 2010 § Lascia un commento

Alfred Hitchcock: [...] Si parla spesso di cineasti che a Hollywood deformano l’opera originale. E’ mia intenzione non farlo mai. Leggo una storia solo una volta. Se mi piace l’idea di base la faccio mia, dimentico completamente il libro e faccio del cinema. [...] Quello che non riesco a capire è che uno si impadronisca completamente di un’opera, un buon romanzo che l’autore ha impiegato tre o quattro anni per scrivere e che è tutta la sua vita. Prendono il libro, lo manipolano per bene, si circondano di artigiani e tecnici quotati e si ritrovano candidati all’Oscar, mentre l’autore si dissolve nello sfondo. Nessuno pensa più a lui.

François Truffaut: Questo spiega perché non girerà mai “Delitto e castigo”.

AH: Ma anche se decidessi di girarlo non sarebbe comunque un buon film.

FT: Perché?

AH: Se prende un romanzo di Dostoevskij, non solo “Delitto e castigo”, ma un altro qualsiasi, ci trova molte parole e tutte hanno una funzione precisa.

[François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock]

Ieri pioveva e sono andato al cinema a vedere The Road, l’adattamento cinematografico di John Hillcoat dell’omonimo romanzo di Cormac McCarthy.
Faceva schifo.
Fa così schifo che lo sto dicendo qui, contravvenendo alla regola di questa rubrica – che sarebbe “si parla di cinema e non di film”.

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Un coupon per uno stupro gratis

maggio 2nd, 2010 § 1 commento

Un losco figuro nei pressi dell’università ti si avvicina e ti dà – borbottando: “Non è il solito foglietto” – questo:

Scopri che gli studi di genere e il lavoro delle femministe sono finalmente serviti a qualcosa: la scusa per adescare  giovani studentesse represse.
[Il numero di telefono è oscurato perché non ero certa che nessuno avrebbe chiamato. Il cognome del tizio è oscurato per gioco - io dico che è Vittorio Messori, voi?]

Delitto per delitto

aprile 27th, 2010 § Lascia un commento

A Walter Scott – Sir Walter Scott – non piaceva dire che era uno scrittore. Oppure era un grande fan dell’anonimato.
Per dire, non solo si inventava come autore fittizio di Ivanhoe tale Lawrence Templeton, ma faceva scrivere a lui una lettera di dedica al reverendo dottore Dryasdust, antiquario residente a Castlegate, York – un altro tizio immaginario. Qualche romanzo dopo, The Fortunes of Nigel si apriva con una lettera-introduzione ancora a Dryasdust, scritta dal capitano Cuthbert Clutterbuck, che del romanzo in questione non si nominava autore ma “padrino”, nel senso che in una libreria aveva incontrato “l’autore di Waverly” [cioè Scott, al massimo del suo protagonismo] che lo investiva di tale onore. I ruoli si invertivano in Peveril of the Peak, dove Dryasdust scriveva una “lettera in forma di prefazione” a Clutterbuck in cui si parlava di un altro incontro con “l’autore di Waverly” [definito dall'antiquario "nostro padre comune"]. 
In Quentin Durward, poi, andava in scena il delirio. Il romanzo, anonimo, era preceduto da una prefazione, sempre anonima, nella quale il prefatore raccontava di essere stato in Francia, da un suo amico – un marchese – che aveva insinuato che The Bride of Lammermoor [romanzo pubblicato con il nome di Jedediah Cleishbotham] fosse stato scritto da Walter Scott. L’anonimo autore della prefazione rispondeva piccato che non poteva essere affatto così, primo, perché Scott era uomo troppo distinto per essere il responsabile delle “leggere opere che il pubblico ha voluto attribuirgli”, secondo, perché in realtà era lui, l’anonimo prefatore, che aveva scritto quel libro e le altre opere leggere [ma questo, per fortuna, al marchese non lo diceva - voleva mantenere il segreto]. 

Ma adesso torniamo al capitano che incontra dal libraio “l’autore di Waverly“. I due si raccontano un sacco di cose, finché il capitano non chiede:

Non teme che si possa attribuire questa rapida successione di opere a un sordido motivo? Si penserà che lei lavori solo per l’attrattiva del guadagno.

E l’Autore risponde:

Supponiamo pure che, tra gli altri motivi che mi possono spingere ad apparire più frequentemente davanti al pubblico, io calcoli anche i grandi vantaggi che sono il prezzo dei successi letterari; questo emolumento è la tassa volontaria che il pubblico paga per un certo genere di divertimento letterario; non viene estorta a nessuno, e viene pagata, credo, solo da quelli che se la possono permettere, e che ricevono un godimento proporzionato al prezzo che pagano. Se il capitale che è stato messo in circolazione da queste opere è considerevole, esso è stato forse utile a me solo? Non potrei forse dire a cento persone come il bravo Duncan, fabbricante di carta, lo diceva ai diavoli più ribelli della tipografia: Non avete forse anche voi partecipato al guadagno? non avete avuto i vostri quindici soldi? Penso, confesso che la nostra Atene moderna mi debba molto per aver stabilito una fabbrica così vasta; e, quando si sarà accordato a tutti i cittadini il diritto di votare alle elezioni, conto sulla protezione di tutti gli operai subalterni che la letteratura fa vivere, per ottenere un posto in parlamento.

Ecco, tutto questo, per qualche strano motivo, mi ha fatto pensare alla querelle Saviano-Berlusconi (padre e soprattutto figlia).
Voglio dire, Saviano poteva diventare Saviano senza passare per la Gigantesca Mietitrebbia Cultural-Promozionale di proprietà dell’Imperatore del Male? Bisogna, in Italia, per forza stare “dentro” per poter essere [con qualche efficacia, almeno] “contro”? Perché se così fosse – e probabilmente lo è davvero – allora sarebbe, tutto, incredibilmente triste.

God hates us all

aprile 12th, 2010 § 1 commento

D: Dunque, da cosa possiamo cominciare? OK, intanto diamo il benvenuto a Laura Del Fiore. Ciao Laura.
R: Ciao ragazzi.
D: Laura Del Fiore, per chi non lo sapesse – ma chi non lo sa? – è la protagonista della fiction di successo di Raiuno Tutti Pazzi Per Amore, giunta alla seconda stagione. Giusto?
R: Esatto.
D: Ma oggi siamo qui per parlare del suo libro, perché Laura è anche scrittrice. Il libro si chiama Innamorate pazze, è edito da Rizzoli per la collana 24/7 e da poco è uscito in libreria. Allora, Laura, intanto ti chiedo perché sei passata a Rizzoli, lasciando l’editore che, nella serie, ti ha portata al successo, Castoni.
R: Beh, ecco, è più semplice di quanto si pensi. Castoni mi ha scoperta e gli devo il mio successo come autrice, ma in effetti non aveva una giusta distribuzione. A livello nazionale, dico. Principalmente, poi, è che non esiste.
D: Stai dicendo che una casa editrice senza una adeguata distribuzione è come se non esistesse?
R: No, no. Cioè, volevo dire che Castoni, come casa editrice, proprio non esiste.

D: Bene. Allora, Laura, veniamo a te. Veniamo alla scrittrice Laura Del Fiore. Ti abbiamo visto curare la rubrica della posta del cuore per la rivista femminile per cui lavori, ma come è stato cimentarsi con la stesura di un libro?
R: Oddio, questo proprio non te lo so dire.
D: Immagino. Scrivere un libro avrà i suoi pro e contro. Sentimenti contrastanti. 
R: Immagino. Il fatto è che il libro non l’ho scritto io, quindi non ti so dire come è stato scriverlo. 
D: Ci stai dicendo che non hai scritto il tuo libro?
R: No. Voglio dire, mi sembra piuttosto ovvio. Io sono un personaggio di finzione. Per il libro hanno preso un ghost writer. Per quanto ne so potrebbe essere lo stesso che usano per Bruno Vespa.
D: Bruno Vespa credo pubblichi con Mondadori.
R: Vedi? Non ne so proprio niente di queste cose. Conosco solo Castoni. Ah, e una ventina di piccole case editrici indipendenti, che potrebbero essere inventate come reali. 
D: Allora la domanda sulle tue abitudini di scrittura la devo depennare.
R: No, a questa posso rispondere. Io in genere scrivo nelle scene in cui mi si vede scrivere. Di solito è un montaggio alternato: ci sono io che scrivo e le reazioni di altri che leggono quello che sto scrivendo. Sai, per un contatto diretto coi lettori. Se no ci sono sempre io che scrivo e gli altri personaggi che fanno altre cose, e quello che sto scrivendo serve da commento. A proposito di commento, ovviamente spesso scrivo con una musica di sottofondo.
D: Che tipo di musica?
R: Ma, non lo so. Non la scelgo io. 
D: Puoi raccontarci qualcosa del libro? Qualche episodio divertente?
R: No, mi dispiace. Aspetta, però, fammici pensare. No, no. Non posso dire nulla – non ci sono scene in cui leggo il mio libro. Del resto, sarebbe stupido.
D: Cosa? Leggere il tuo libro?
R: No, volevo dire: io che leggo il mio libro. Anche se, insomma…
D: Cosa?
R: Niente, niente. Però, dài, ce ne vuole per andare a spendere sedici euro per un libro firmato da un personaggio di finzione, che potrebbe essere stato scritto un quarantenne obeso di Gallarate che vive a casa con la madre e impaglia scoiattoli.
D: Lo sai che ti potrebbe arrivare una querela dalla Rizzoli, sì?
R: Allora non ci siamo capiti: io non esisto veramente. Non sono reale. A chi la mandano la querela? A Laura Del Fiore residente in Via degli Unicorni, un fantastiliardo?
D: Vabbe’, Laura, abbiamo capito. Ma, insomma, il tuo non è mica il primo libro firmato da uno che non esiste. E poi tutti i discrosi sull’autore, sul peso del nome dello scrittore, la morte dell’autore. E’ comunque più importante il testo dell’autore, e, secondo alcuni, lettore  e autore sono pari nella creazione dell’opera letteraria.
R: Senti bella, queste stronzate saranno pure vere, ma non valgono certo per un libretto da due soldi il cui unico selling point è il mio nome in copertina.
D: Sì, ma non è che adesso perché non esisti sei pure libera di fare la stronza.
R: Non mi sembra…
D: No, davvero. Anzi, sai che ti dico?  
R: 
D: Laura? Laura Del Fiore?
R: 

Προς τόν απαίδευτον καί πολλά βιβλία ωνούμενον, o Adversus indoctum et libros multos ementem

aprile 7th, 2010 § 2 commenti

Marcello Dell’Utri fa cultura.
Quando non fonda partiti, non concorre esternamente in associazione mafiosa [in primo grado], non froda il fisco [patteggiamento] e non tenta estorsioni [prescrizione], Marcello Dell’Utri fa cultura.
È il presidente della Fondazione Biblioteca di via Senato – che è anche casa editrice di libri “meritevoli di essere letti e riletti”, come: Filippo Facci, Fumo negli occhi. Le crociate contro il tabacco e altri piaceri della vita, pp. 208, € 14 -, è il fondatore del Circolo dell’Utri di Milano – che, nonostante il nome, si dedica ad attività culturali e del tutto legali -, è il fondatore e l’editore del “settimanale di cultura” Il Domenicale – che nella sezione Approfondimenti del sito web pubblica interventi dai titoli eloquenti quali “A morte i critici e i giovani scrittori. Sono loro, insieme agli autori impomatati e agli editor furbi furbi, i colpevoli del degrado culturale. Nel mondo dei magazine e della televisione vince la mediocrazia. Anche nella letteratura” e “La fine del 25 Aprile. Sessant’anni di liturgia resistenziale e di mistica antifascista non sono bastati a fare di questa data il simbolo dell’identità italiana, che forse vale la pena di fondare altrove” e ancora “LA CENA DEI CRETINI. La rivoluzione francese ci ha lasciato solo il sistema metrico decimale. In compenso, nei salotti dei philosophes illuministi si gettarono le basi del razzismo. Con buona pace dei tanti progressisti, orfani del comunismo, che oggi amano definirsi nipotini dei Lumi” e poi (non poteva mancare) “Ciao Darwin – Il crepuscolo dell’evoluzionismo. Al mito dell’uomo-scimmia non crede più nessuno. Per primi gli scienziati. Perché allora insistere?“.

Cultura, quindi. Marcello Dell’Utri è un politico, un indagato e un uomo di cultura. Uomo di cultura e bibliofilo. 
È noto come Dell’Utri riceva periodicamente manoscritti inediti rarissimi. Nell’ultimo mese si è molto parlato del capito mancante di Petrolio, di Pier Paolo Pasolini, intitolato Lampi sull’Eni, che Dell’Utri avrebbe in possesso ma che si rifiuta di mostrare ad altri – tanto è bibliofilo, ha paura che glielo sciupino. Nel 2007, invece, fu la volta di un Auctor dellutriano, Benito Mussolini ["Mussolini ha perso la guerra perché era troppo buono", ipse dixit], del quale il dotto Dell’Utri si disse possessore dei diari del periodo 1935-39, diari già dichiarati falsi nel 1980 e per sicurezza una seconda volta, una decina d’anni dopo.
Possiamo solo immaginare quali altre sorprese rivervi la sua biblioteca.
Dishonorata
Marcello Dell’Utri conserverebbe il capitolo finale tagliato dall’editore del famoso romanzo di Emilio Salgari, Il Corsaro Nero
Nel capitolo, intitolato Dishonorata, il Corsaro Nero – che nella versione che conosciamo vedevamo piangere perché costretto ad abbandonare in mezzo al mare Honorata Wan Guld, di cui era innamorato – decide di tornare sui suoi passi e riportare a bordo della Folgore la bella Honorata, abbandonandosi alla passione più sfrenata, e coinvolgendo i suoi compagni di avventure: Carmaux, Wan Stiller, Moko e il luogotenente Morgan. Secondo indiscrezioni, il romanzo non si concluderebbe dunque con la frase “Guarda lassù! Il Corsaro Nero piange”, ma con “Guarda là sotto! Il Corsaro Nero spinge”. 
Il capitolo mancante sarebbe giunto nelle mani di Dell’Utri tramite un suo vecchio amico e collega – di cui non è stato rivelato il nome – che a sua volta aveva scoperto il prezioso manoscritto tra le carte della sua collezione di letteratura erotica.
Il ritrovamento getta anche una nuova luce sul mistero che avvolge la morte di Salgari. Secondo la vulgata, lo scrittore corsaro si sarebbe suicidato il 25 aprile 1911, vessato da ristrettezza economica e troppo lavoro. Potrebbe però essersi deciso a commettere l’insano gesto come protesta contro la censura o, peggio, essere stato assassinato dal suo editore, Enrico Bemporad, al grido di “Tu scrivi queste porcherie e noi ti paghiamo coi soldi di Pinocchio. Ti sembra sano?”.
Paolo Zanotto, ex-sindaco di Verona, città natale dello scrittore, si costituirà parte civile in un ipotetico processo. 
Il diario vero
Marcello Dell’Utri sarebbe in possesso del diario di Anna Frank, quello vero.
Il diario pubblicato ad Amsterdam nel ’47, secondo la ricostruzione filologica di Dell’Utri, sarebbe un falso. Egli ha annunciato di aver ricevuto dai figli di un partigiano deceduto, di cui si rifiuta di rivelare il nome, il vero diario di Anna Frank: un manoscritto di una  cinquantina di pagine, molte delle quali coperte da scarabocchi e disegni di pony e unicorni. Secondo indiscrezioni, questo autentico diario conterebbe giusto un centinaio di parole, se si esclude il nome Anna Frank, scritto quasi su ogni pagina, in stili diversi. I testi sarebbero per lo più liste di libri e film preferiti, elenchi di capi di abbigliamento desiderati, abbozzi di lettere d’amore a Peter van Pels e testi di canzonette.
Alcuni storici si sono espressi in favore dell’autenticità, ma secondo altri, la scritta Smemo impressa sulla copertina potrebbe far pensare a un falso.
Un eroe, a modo suo
Marcello Dell’Utri ha dichiarato di avere un romanzo inedito di Luigi Pirandello, il cui titolo dovrebbe essere Un eroe, a modo suo o Eroe a suo modo.
Secondo indiscrezioni, il romanzo narrerebbe le vicende di un uomo della malavita siciliana emigrato in Brianza alla vigilia della Grande Guerra. Lì viene assunto come stalliere e conduce una vita proba, cercando di redimersi dai peccati di cui si era macchiato nella natìa Palermo, anche con l’aiuto del suo gentile e comprensivo Padrone – non meglio indicato – finché non viene nuovamente incriminato, questa volta per il tentato rapimento di un vitello, proprio il vitello preferito del Padrone. Sebbene l’uomo sia innocente, decide di assumersi il ruolo di colpevole, la maschera del cattivo, ma muore di crepacuore prima di poter essere condannato. Il romanzo, intriso della tipica ironia pirandelliana, si chiude con l’ode funebre del Padrone, piena di pathos e affetto nei confronti del vecchio stalliere che viene definito, appunto, “un eroe, a modo suo”.
Il prezioso inedito, che ha suscitato persino l’interesse dell’Accademia Svedese, doveva essere esposto al pubblico nell’ambito di una Fiera del Libro patrocinata dallo stesso Dell’Utri, ma all’ultimo è stato sostituito da un vecchio numero di Topolino.
Untitled
Ovviamente, non poteva mancare sullo scaffale di Marcello Dell’Utri un inedito di J.D. Saling
er.
Di questo volume non si hanno molte notizie, principalmente perché Dell’Utri non sa l’inglese e non conosce nessuno che glielo può tradurre senza finire per ricattarlo. Sappiamo solo che si tratta di un dattiloscritto di centodue pagine un po’ ingiallite, in possesso di Dell’Utri già da quando era amministratore delegato Fininvest. In un’intervista al Corriere della Sera del 4 marzo 1985,  Dell’Utri dichiarava: “Un amico di mia figlia vorrebbe che facessimo un adattamento del Giovane Holden, così abbiamo scritto all’autore e lui ha mandato a me personalmente un libretto, cho forse è già una sceneggiatura, non so bene. Sulla prima pagina c’è scritto qualcosa tipo fuc iou, che credo sia come loro dicono grazie, e poi c’è scritto, credo, tu undret reason vui i ate iou. Boh. Staremo a vedere.”

Fitzgerald si rivolta nella tomba

marzo 29th, 2010 § Lascia un commento

C’erano così tante cose che un tempo avevo desiderato! Il problema è che quando uno è giovane non ne sa mai abbastanza: ti dicono bugie in continuazione, in cento modi diversi, e così ti incasinano le idee su come è fatto il mondo; quando immagini la vita che vorresti, immagini cose che non esistono. Se fossi potuto tornare indietro a spiegare al me stesso di tanti anni prima quali erano le alternative vere, quali sarebbero state le vere conseguenze di certe decisioni, quel ragazzo avrebbe saputo cosa scegliere. Ma all’epoca non lo sapevo; e adesso, che lo sapevo, la mia mente era troppo zeppa di inutili informazioni di contorno, e  legata a interessi particolaristici, e io ero confuso.

Pagina duecentocinquantasei (256), la terz’ultima del primo romanzo di Keith Gessen, che si chiama Tutti gli intellettuali giovani e tristi, l’ha tradotto Martina Testa, l’ha pubblicato Minimum fax Einaudi, costa venti euro (20 €) e mi è servito per capire questo (parole di Genette, in Soglie – sempre Einaudi, 28 €):

Se il titolo è il prosseneta del libro e non di se stesso, bisogna temere ed evitare che la sua seduzione giochi troppo in suo favore e a scapito del testo. John Barth, le cui civetterie di presentazione non riescono a dissimulare un grande buon senso, dichiara saggiamente che un libro più seducente del suo titolo vale più di un titolo più seducente del suo libro; le cose (in generale, e queste in particolare) finiscono sempre per essere sapute. Il prosseneta non deve mettere in ombra il suo protetto, e conosco due o tre libri (che non citerò) i cui titoli troppo ingegnosi mi hanno sempre risparmiato una lettura probabilmente deludente. A Mme Verdurin, che gli domandava se non avesse potuto scovargli, come portiere, qualche barone squattrinato, Charlus rispose che un portiere troppo distinto avrebbe rischiato di dissuadere gli invitati dall’oltrepassare la portineria, e sappiamo perché lui stesso preferiva fermarsi alla boutique di Jupien.

Dunque [sorvolando sull'aneddoto della Recherche che ho lasciato perché da giovane - l'ultimo anno del liceo - ho letto Proust per fare l'intellettuale e per poterlo dire - che è triste], ora siete liberi di cancellare dalla parentesi “che non citerò” e scriverci “il romanzo di esordio di Keith Gessen”. Mentre io sono libero di chiedermi perché – come ho smesso di andare a votare quando ho capito che, per come siamo messi, non mi posso aspettare nulla di buono da nessuno – non ho imparato a chiudere un libro che non mi piace prima di essere arrivato alla fine. Che sì, può essere che si scopre che il protagonista in realtà è un mostro, o che tutto era un incubo, o che arriva un tizio che si impegna in un monologo di due pagine da lacrime agli occhi, o che qualcosa di assolutamente fantastico succeda solo nell’ultimo paragrafo. Ma sarebbe comunque tardi. E, comunque, non è il caso di Tutti gli intellettuali giovani e tristi, di Keith Gessen, venti euro.

Intervista esclusiva a Davide Maestro

marzo 15th, 2010 § 6 commenti

Non posso negare di essere in ansia per l’incontro con Davide Maestro. Sono la prima ad intervistarlo faccia a faccia, da quando ha deciso di rinunciare ai messaggi in codice nascosti tra le pagine dei quotidiani cui affidava le risposte alle domande che dovevano essergli recapitate tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.
La sua agente mi ha spiegato che la rinuncia è avvenuta dopo la discussione con Paolo Di Stefano e il Corriere della Sera. Sembra infatti che Di Stefano avesse interpretato come messaggio di Maestro le prime lettere di ogni riga di un articolo sull’Isola dei Famosi, mentre la risposta dello scrittore era da leggersi collegando le prime lettere di ogni riga di un articolo sull’alopecia. “La cosa assurda”, mi ha detto l’agente, “è che quello che veniva fuori in entrambi i casi era identico.”

L’appuntamento è a un bar nel centro di Roma. Quando entro lo trovo ad aspettarmi seduto a un tavolo nell’angolo più buio del locale. Indossa una sciarpa di lana grossa blu e verde, una giacca sportiva, un paio di sandali e i pantaloni rossi di una tuta. Ci salutiamo e mi chiede se voglio bere qualcosa. “Io ho già qui il mio vermouth”, dice. “Ho appena fatto colazione”, rispondo.
Non si trovano in giro molte foto di Maestro. Sulla quarta di copertina dei suoi due libri appare con gli occhiali, il naso e i baffi finti à la Groucho Marx. Su internet sono disponibili solo primi piani sfocati e foto di gruppo in cui lo scrittore fa capolino dalle retrovie. Ora che ce l’ho davanti, però, sono costretta a dare ragione a chi parla del suo fascino come qualcosa di irresistibile.
Devo stare attenta a non fargli l’occhiolino.
Devo anche stare attenta a non fargli domande che non riguardino il suo ultimo romanzo. “Se gli chiedi quello che ha mangiato ieri sera”, mi ha detto la sua agente, “si alza e se ne va. Magari ti pesta un piede”. Quindi, non solo niente domande sulla sua presunta partecipazione alla stesura della sceneggiatura dei film di Giovanni Veronesi, ma devo anche tacere sul suo progetto di rivista letteraria, il cui primo numero dovrebbe uscire nel giro di pochi mesi.
Il tutto è ancora avvolto nel mistero. Quello che è trapelato finora è che la rivista dovrebbe uscire da una medio-piccola ma dinamica casa editrice romana e dovrebbe chiamarsi Corona. Sottotitolo: Quadrimestrale di letteratura, vita e cazzi vari [la parola sottotitolo è nel sottotitolo]. Tra i nomi dei possibili redattori che sono emersi nel dibattito accesosi a riguardo nei principali lit-blog che affollano la Rete, spiccano quelli di Tommaso Pincio, Susanna Tamaro, Loredana Lipperini e Franz Krauspenhaar. Ma ovviamente non sono mancati quelli che, più o meno malignamente, hanno ipotizzato che l’intera rivista potrebbe essere redatta esclusivamente da Maestro, che si nasconderebbe dietro vari pseudonimi.

Gli chiedo se dopo questa intervista ha intenzione di concederne altre. “Prima vediamo come va questa”, risponde. Poi ordina altro vermouth.
Al centro del suo ultimo romanzo, Le tartarughe lo fanno meglio (Minimum fax, 21 euro), c’è un giovane intellettuale che vive nella Capitale e combatte contro il proprio gemello cattivo, il quale tenta – quasi in ognuna delle 460 pagine – di impedire al protagonista di scrivere un romanzo erotico sulle tartarughe marine. Gli chiedo quanto ci sia, in tutto questo, di autobiografico.
Maestro, il protagonista del suo romanzo e, ovviamente, il suo gemello hanno tutti ventisette anni e non sono estranei agli ambienti dell’intellighenzia capitolina. Lo scrittore si è laureato in linguistica con una tesi sul linguaggio degli addestratori di animali marini. Il suo romanzo d’esordio (Te l’ho detto cento volte: mi chiamo Maestro Davide, Ponte alle Grazie) è stato salutato dalla critica come un piccolo gioiello, capace addirittura, secondo alcuni, di “inaugurare un nuovo genere letterario: la narrativa post-intelligente“.
“Non potremmo essere più diversi”, spiega Maestro. “DM, il protagonista del libro, capisco che a un occhio inesperto e superficiale possa sembrare simile a me, ma chi mi conosce bene sa che lui si caccia in situazioni e dice cose che con me non hanno e non avrebbero mai nulla a che fare. Per esempio, quando nel secondo capitolo si fionda in un ristorante di Fiumicino e inizia a gettare a terra tutti i piatti di pesce e poi entra in cucina e butta il cappello del cuoco nella friggitrice della paranza”, ride, “ecco, quello non lo farei mai. Anzi, non sono nemmeno mai stato oltre l’aeroporto, a Fiumicino”.
Si ferma per scolarsi il vermouth e riprende. “E’ la stessa cosa successa col primo libro. Come se dato che c’era il mio nome nel titolo tutto quello che veniva dopo dovesse per forza essere vero. Io non ho mai ammazzato nessuno. Non l’ho fatto. Né ho intenzione di farlo. No. Niente omicidi. Niente di niente. Amen.”
A questo punto ordino da bere anch’io. Approfittando dell’imbarazzante silenzio che si è creato, gli chiedo se non si sentisse sotto pressione mentre lavorava a questo secondo libro, dato l’entusiasmo con cui era stato accolto il primo.
“Be’”,  dice, “la pressione c’era. Eccome, se c’era. Si aspettavano tutti qualcosa che fosse più che all’altezza dell’esordio. C’è stato un periodo in cui ricevevo anche dieci mail al giorno da Ponte Milvio. Per fortuna i due mesi che ho passatto allo Zoomarine per le ricerche sul campo mi hanno aiutato a stare coi piedi per terra. E poi finalmente il libro è uscito. E sembra che stia andando bene, no?”

Davide Maestro, in pochi anni e con due soli romanzi pubblicati, si è imposto come figura centrale nel panorama letterario italiano. Molti si sono interrogati sul fenomeno. Secondo Wu Ming 1, lo scrittore romano sarebbe una “Liala della letteratura 2.0″. Resta il fatto che i fan più accaniti di Maestro non esitano a paragonarlo a Salinger e a Brizzi, e ovviamente non hanno tardato a creare gruppi su Facebook che inneggiano a lui e ai personaggi dei suoi libri. A chi li accusa di essere uguali ai fan di Moccia, loro rispondono che, a differenza di Moccia, “Maestro fa letteratura”.
Gli chiedo se si rende conto di essere diventato un culto che sta ormai varcando i confini dell’underground. Sorride e mi risponde che si sente come il vincitore di un talent show della tv. Guardandomi dritta negli occhi aggiunge: “Ho anche la mia Mara Maionchi”.
Sorrido e gli faccio l’occhiolino.

Sull’editoria a pagamento

marzo 6th, 2010 § 6 commenti

di Ernesto Baj*

Basta, davvero! Non riesco a capire chi consacra la propria vita alla “lotta all’editoria a pagamento”. Che cos’è l’editoria a pagamento? Semplice, esistono delle case editrici che fanno pagare i libri che stampano, a chi quei libri li scrive. Quindi non li vende a chi li leggerà, ma direttamente all’autore del testo. Con qualche migliaio di euro ti spediscono a casa qualche centinaio di copie. Questo è. Ebbene, in Rete esistono forum, siti, editori che della “lotta” a questo fenomeno fanno la propria bandiera, e a questa lotta, così parrebbe, consacrano la propria vita. Non all’inquinamento globale, o agli allevamenti intensivi di polli, dove un pollo diventa macellabile a ventiquattro giorni dalla propria nascita, o alla totale mancanza di una politica culturale nel nostro Paese. No, il più grande problema dell’umanità, per questa gente, è che qualcuno spenda i propri soldi per vanità. Ok, è un problema. Ma allora tanto vale prendersela con chi compra un SUV, spendendo tre volte i denari che spenderebbe per un’utilitaria, e inquinando il triplo. Oppure sarebbe meglio avere qualcosa da dire contro l’ultima geniale riforma della Scuola, che ha istituito il Liceo coreutico dove si impara a ballare e cantare, e che è, a tutti gli effetti, un Amici di Maria de Filippi per under diciotto. Sì, perfetto, insegnamo ai ragazzi italiani a ballare e cantare, diamo loro gli strumenti per il mondo dello spetaccolo, l’importante è che non paghino per pubblicare un loro libro. E pazienza se agli esami di maturità porteranno Salsa e Merengue. Fra l’altro il coreutico, indirizzo danza, prevede quattro ore di italiano a settimana, contro le otto di tecniche della danza, le quattro di laboratorio coreutico e le tre di coreografia. Due ore di Storia contro tre di storia della danza e della musica. Non dovrebbero esserci problemi, questi ragazzi non dovrebbero andare ad ingrossare le fila dell’editoria a pagamento. E allora, evviva il Liceo coreutico e abbasso l’editoria a pagamento!

*Ernesto Baj mi ha mandato questo pezzo chiedendomi di pubblicarlo e io ho obbedito perché ha amici potentissimi. No, scherzo. Potrebbe benissimo essere uno di noi. [gb]

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