Cioranerie 4

dicembre 31st, 2010 § 1 commento

La fine dell’anno — tempo di classifiche. Io faccio quella dei rimpianti.

Dal primo gennaio a oggi ho trascorso al cinema 4.154 minuti, per 213,50 euro. A cifre invertite, avrei ottenuto da un terapeuta lo stesso  risultato: un’illusione.

Come no

agosto 19th, 2010 § Lascia un commento

What I said was not a joke

But you just licked the envelope

I’m tired of dating, let’s elope

But you just licked the envelope

[Arcade Fire, The Woodland National Anthem]
Se penso a tutto il tempo che abbiamo sprecato a pensare a quello che ci sarebbe capitato una volta diventati migliori, ecco, te lo devo dire: non so se lo sprecherei ancora così.

Foyer du cinéma #3

luglio 7th, 2010 § Lascia un commento

Fabrizio Frizzi è stato a casa mia, una volta. Non riesco a ricordare di preciso quando, ma ho un termine ante quem: il 22 marzo del 1996.  Fabrizio Frizzi si è chinato su me e mia sorella [rispettivamente otto e sei anni, se si trattasse del '96] ci ha sorriso e ha detto qualcosa come: “Sto doppiando questo nuovo film Disney. Lo andrete a vedere?”.
Fabrizio Frizzi sembrava altissimo. Il film era Toy Story.
Toy Story è stato il primo lungometraggio completamente generato al computer, oltre che il primo della Pixar. Non posso ricordarmi se allora si parlava di derive tecnologiche, di disumanizzazione, di rischi per una gioventù cui veniva sottratta la carezza delle matite. Il Corriere della Sera mi fa pensare di sì. « Leggi il seguito di questo articolo »

Foyer du cinéma | outtake

giugno 4th, 2010 § Lascia un commento

Alfred Hitchcock: [...] Si parla spesso di cineasti che a Hollywood deformano l’opera originale. E’ mia intenzione non farlo mai. Leggo una storia solo una volta. Se mi piace l’idea di base la faccio mia, dimentico completamente il libro e faccio del cinema. [...] Quello che non riesco a capire è che uno si impadronisca completamente di un’opera, un buon romanzo che l’autore ha impiegato tre o quattro anni per scrivere e che è tutta la sua vita. Prendono il libro, lo manipolano per bene, si circondano di artigiani e tecnici quotati e si ritrovano candidati all’Oscar, mentre l’autore si dissolve nello sfondo. Nessuno pensa più a lui.

François Truffaut: Questo spiega perché non girerà mai “Delitto e castigo”.

AH: Ma anche se decidessi di girarlo non sarebbe comunque un buon film.

FT: Perché?

AH: Se prende un romanzo di Dostoevskij, non solo “Delitto e castigo”, ma un altro qualsiasi, ci trova molte parole e tutte hanno una funzione precisa.

[François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock]

Ieri pioveva e sono andato al cinema a vedere The Road, l’adattamento cinematografico di John Hillcoat dell’omonimo romanzo di Cormac McCarthy.
Faceva schifo.
Fa così schifo che lo sto dicendo qui, contravvenendo alla regola di questa rubrica – che sarebbe “si parla di cinema e non di film”.

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Foyer du cinéma #2

maggio 5th, 2010 § Lascia un commento

Cinema Eden
Piazza Cola Di Rienzo, 74-76-78
00100 – Roma

20/04/10 17:20
Perdona e dimentica
Il sito del cinema dice che è chiuso. Io decido di provare lo stesso. 
Il cinema, in effetti, è chiuso.
****
Cinema Eden
Piazza Cola Di Rienzo, 74-76-78
00100 – Roma

28/04/10 17:20
Perdona e dimentica
Il sito del cinema dice che è aperto. 
Sull’autobus. L’autista si alza, sembra venire verso di me. Mi supera per andare a chiedere ai ragazzini in fondo di mettersi le cuffie o spegnere i cellulari o se no scendere. Loro spengono.
Il cinema – ancora – è chiuso.
****
Cinema Nuovo Sacher
Largo Ascianghi, 1
00100 – Roma

04/05/10 16:30
Perdona e dimentica

Prezzo: 5,50 euro
Arrivo davanti al cinema con cinque minuti di anticipo. Penso che il metodo che ho adottato per andare in posti che non conosco senza perdermi [un controllo incrociato basato sulla funzione Calcola percorso del sito dell'Atac e Google Maps] ormai è infallibile. Posso andare a comprare una ricarica Wind da dieci. Poi scrivo a C. che già che sono qui passo a trovarla, penso.
Il film è in versione originale, coi sottotitoli. Il tizio alla biglietteria me l’ha ripetuto due volte. 
Nel frattempo mando sms a C. per sapere di preciso che strada devo fare, quale autobus prendere, qual è il nome della fermata, la via, il numero civico. Mi risponde che non mi posso sbagliare perché proprio sotto casa sua stanno girando i Cesaroni.
Quando arrivo stanno smontando il set.
C. mi mostra la casa. “Qui c’è la cucina”; “Questa è la sala computer”; “Qui c’è la cappella, là davanti il bagno”. Poi andiamo in camera sua. 
Mi dice che sta studiando le espressioni del volto, per un esame. Io dico “Quella roba si studia davvero?”. Mi dice che per un altro esame ha dovuto leggere Chuck Palahniuk. 
“Mi hanno regalato due suoi libri”, dico.
“Oh, è vero. E’ stato il tuo compleanno. Non t’ho nemmeno fatto gli auguri.”
“…”
“Mi dispiace.”
“Figurati.”
“No, sul serio. E’ che stavo… avevo lasciato…”
“Ma sei sicura che non me l’hai fatti?”
Mi dice che visto che non me lo ricordavo poteva pure inventarselo. Non le dico che in realtà me lo ricordavo.
Tutte quelle scene per una cosa come gli auguri. Davvero.

Venti minuti (probabilmente)

aprile 6th, 2010 § 4 commenti

E’ il giovedì della Semana Santa: vado a vedere los passos. Marion ci invita a casa sua alla Macarena, in Calle Viriato, una traversa di Calle Feria, dove passa la più grande e bella delle processioni: quella della Virgen de la Macarena. Io non avevo mica capito. Sono migliaia di persone i figuranti e vanno in giro vestiti come quelli del kukulxklan (che in realtà hanno preso proprio da qui spunto per il loro abbigliamento), avvolti in manti neri, lividi, viola con un cono affilato, del colore della cappa, sulla testa. Alcuni vanno in giro a piedi nudi. Portano ordinatamente croci o ceri o niente. Si chiamano nazareni. Sono migliaia per ogni processione e vanno piano. A passo di processione, appunto. E sono tante le processioni, tante quante le chiese della città. Tante. E quando passa una processione la strada è chiusa e non puoi passare tu e c’è tanta gente a guardare e dura ore e se per caso capiti tra due vie, tra due processioni, rimani bloccato, anche molto a lungo.

[Federico Di Vita, Cronache da Siviglia]

Mia madre torna a casa dal negozio e dice che le sirene e la polizia che per poco non la investiva erano per il ragazzo del ristorante, quello che ha un anno meno di me. Dicono che ha ammazzato di botte il padre.
“L’ha ammazzato? Quali sirene?”
“Non è proprio morto.”
Dicono che nemmeno lo toccavano perché credevano fosse morto. Dicono che hanno chiamato la Scientifica.
“Addirittura la Scientifica.”
“Ma perché ti stavano per mettere sotto?”
* * *
Questa settimana tra le elezioni e la Pasqua l’ho passata a casa.
Ho aiutato mia madre giù in negozio, ho portato a spasso il cane, ho pensato che, dopotutto, la vita in un piccolo paese di provincia non è male.
L’ho pensato quando siamo passati, mia madre e io, davanti alla casa in cui abbiamo vissuto finché non ho compiuto due anni. Non mi ricordo nulla di com’era starci – ero troppo piccolo – ma a volte mi capita di entrare in quello che era il nostro appartamento, ché adesso è lo studio del dottore della mutua. “La sala d’aspetto è dove c’era il salone”, dice mia madre.
Le ho chiesto quanto pagavano d’affitto. “Sulle duecentocinquantamila lire”. “Quanti metri?”. “Ottantotto metri quadri. Calcola che son passati vent’anni.”
Forse mi sarebbe piaciuto crescere lì, con il parco dall’altra parte della strada, le elementari a due passi, le medie poco più lontane, la pizza al taglio nel palazzo di fianco. Invece, poco dopo la nascita di mia sorella, abbiamo traslocato in una grande casa con la campagna sui tre lati e sul quarto, dall’altra parte della strada, una specie di quartiere-residence abitato da gente che lavorava a Roma ma non poteva permettersi di viverci, e che aveva cani enormi.
Ci abitava (credo ci abiti ancora) anche un mio compagno di scuola. Probabilmente se non fossimo stati così vicini non sarebbe stato il mio miglior amico per quasi tutte le scuole elementari. In quarta – o in quinta, non ricordo – ero andato a casa di un altro mio compagno di classe, che viveva nella parte opposta del paese – venti, venticinque minuti di cammino a passo di decènne. Avevamo giocato coi Lego e avevamo camminato ancora, per il suo quartiere; poi ero tornato a casa, prima che facesse buio. La sera sua madre chiama mia madre e le dice che è assurdo che un bambino possa fare tutta quella strada a piedi da solo e che la prossima volta mi viene a prendere lei se voglio stare con il figlio, non c’è problema, basta che glielo dico.
Per venti minuti a piedi.
Lontano da quasi tutti gli altri ragazzini della scuola, lontano dalla scuola, lontano dalle feste del paese: probabilmente avrei dovuto camminare di più. Probabilmente il ruolo di “apolide metafisico” mi piace, punto.
E’ continuato alle medie – ancora più lontane dalle elementari. E’ continuato al liceo – lontanissimo, in un altro paese, una piccola città, il Capoluogo di Provincia. 
Allora una mia compagna di classe chiamava me e quelli nella mia stessa situazione “i paesani”, o “quelli dei paeselli”. Dal lunedì al sabato, per cinque anni, ho preso la navetta – quando passava – fino alla stazione e poi il regionale delle sette e  venticinque – quando era in orario. Venti minuti di treno per ritrovarmi catapultato in una prova generale dell’università da fuori sede, in una copia in scala della città. 
[Manco a farlo apposta, adesso mi servono venti minuti di metropolitana per andare da casa all'università].
I miei amici si potevano andare a trovare solo con l’autobus, o col treno – poi, ma solo alla fine, con la macchina.
C’è questo passo della Recherche in cui il narratore parla del suo primo viaggio in automobile. Dovrebbe essere dopo i primi due volumi, perché dice che se la macchina ce l’avesse avuta prima, tutta la storia della strada di Swann e quella dei Guermantes non ci sarebbe proprio stata, perché poteva andare nello stesso giorno da tutte e due le parti.
Probabilmente se non vivessi a venti minuti di distanza da quello che mi succede non starei qui a scrivere. E, probabilmente, sarebbe un bene.
Sarei stato un orgoglioso figlio del mio paesello di provincia, o, se non proprio orgoglioso, almeno capace di riconoscere tutti quelli che mi salutano per strada perché conoscono i miei genitori. Avrei potuto assumere un ruolo attivo nella comunità, magari candidarmi alle provinciali, e i clienti nel negozio di mia madre invece di dire: “E quello grande? Sta fuori?”, avrebbero detto: “Com’è andata? Ci è rientrato?”. E nelle discussioni su quello del ristorante che per poco non faceva fuori il padre io avrei potuto dire: “Be’, lo conosco perché siamo cresciuti insieme.” 
Avrebbero detto: “Ah sì? Ma è vero che si droga? E’ vero che stava in comunità e è scappato? Non era così quand’era piccolo, vero? E’ vero che il padre è irriconoscibile?”, e io avrei saputo le risposte.
* * *
Passiamo davanti al ristorante, mia madre e io. 
Lei dice: “Eccolo lì, il padre”, e mi indica un uomo, in piedi, sulla soglia. Ha una camicia bianca e nemmeno un graffio sulla faccia, sembra abbronzato. Ci sorride.

Re: Regina

marzo 1st, 2010 § 1 commento

Cara Regina,
sono una studentessa universitaria ventitrenne della provincia di Milano che ha appena scoperto che probabilmente ha sbagliato tutto.
Ti spiego.
Ho sempre cercato – da quando non riesco più nemmeno a ricordarmelo – di essere diversa, di distinguermi. Il mio credo era riassumibile nel motto “non fare quello che fanno tutti”, che presto diventò, più genericamente, “non fare quello che fanno gli altri”.
Se le mie amiche dopo scuola non si perdevano una puntata di Dawson’s Creek, a me infastidiva anche solo la sigla. Quando i pomeriggi di maggio loro infilavano le mani nei pantaloni dei fighetti della scuola, nascoste all’ombra del parco, io ero a casa a leggere All’ombra delle fanciulle in fiore. Da quando ho deciso che posso innamorarmi, non riesco a stabilire un rapporto che non sia costantemente in bilico, per non dover essere costretta ad ammettere che “ho un ragazzo” anch’io.


Non ho mai viaggiato per il semplice gusto di farlo, temendo di finire nella casella di quelli che il viaggio fa bene alla mente/aiuta a scoprire se stessi/amplia gli orizzonti culturali. Non mi sono mai legata al luogo in cui vivo.
Spesso ho nascosto i pacchetti di sigarette dei miei amici che avevano paura di essere scoperti dai genitori, senza mai fumarmene una in cambio. Quando si passavano una canna sotto un cielo stellato, io dicevo “Proviamo a contare le stelle”, ed ero sobria.
Senza volerlo, sono diventata una Brava Ragazza. L’unica via di fuga era nelle idee, cui d’altro canto non credevo davvero, per evitare di fare la figura della libera pensatrice ad ogni costo.
Non ho mai provato ad essere “quella che però è simpatica”, né mi sono sforzata di migliorare il mio aspetto fisico.
Non ho cantato le canzoni che sapevano tutti.
Tutte le canzoni che invece ho canticchiato, tutti i film che ho visto a tarda notte, tutti i libri che andavo a scovare negli anfratti delle librerie e anche tutte le persone che ho conosciuto non ho tardato a scoprire che erano il patrimonio comune di tanta altra gente, da miei amici a persone che non sopporto o che non conoscerò mai. Come potevo pensare, del resto, che non fosse così?
“Non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”; “essere diversa”, “non essere nessuno”.
Credi che sia tardi per ricominciare da capo?

Con affetto,
Una87

Cara Una87,
devo dirti la verità: la tua lettera mi ha fatto piangere. Non ho mai letto tante idiozie messe nero su bianco dall’ultimo romanzo di Paulo Coelho.
Mi chiedi se è tardi per ricominciare. Vuoi davvero che ti risponda? E’ ovvio che non è tardi. E’ inutile. Assolutamente inutile.
Lo so, dovrei dirti che non è vero che hai sbagliato perché giusto o sbagliato non esiste, e che non è vero che non sei nessuno perché sei unica e speciale come ciascuno di noi. Non lo dirò, perché non lo penso.
Sbagli nel dire che “non fare quello che fanno gli altri” ha significato “non fare niente”. Tu hai fatto eccome. Hai scartato una ad una tutte le opportunità che ti venivano offerte in un processo volontario e sistematico di auto-annullamento. Auto-annullamento – fai attenzione – che solo tu prendevi per tale. Perché nella realtà non hai fatto, come tu stessa dici, che omologarti a una certa tipologia umana, come ogni comune mortale. Il che significa che pentirti di quello che non hai fatto equivale ad ammettere che solo in quel modo potevi essere qualcuno, potevi essere te stessa.
E’ così, Una87? Pensi che saresti stata più felice cantando a squarciagola Questo piccolo grande amore su un autobus affollato invece che Hyperballad nella solitudine della tua cameretta?
Be’, Una87, tieniti forte: la risposta è no, non saresti stata più felice. Per niente.
E ti dirò di più: se a ventitre anni ti chiedi se non hai sbagliato tutto, probabilmente sei destinata a chiedertelo per il resto della tua vita. E te lo saresti domandato – ne sono quasi certo – anche se fossi diventata una puttana, una tossica, una missionaria o una ballerina di liscio.
Vuoi un consiglio? Prova ad accontentarti. E smettila con questa storia della diversità. Tanto, tra un paio di mesi, di anni o di settimane, sarai lì a dirti che sei stata una cogliona.

_ _ _ _

Cara Regina,
soffro di polluzione notturna. Devo preoccuparmi?

Anonimo

Caro Anonimo,
non si “soffre” di polluzione notturna. Anzi, la polluzione notturna è poesia.
E’ la Regina Mab che arriva nel cocchio di guscio di nocciola trainato da farfalle e ti si posa sul “naso”.
La polluzione notturna è essere masturbati da un sogno.

_ _ _ _
Scrivete a lacollanadellaregina@gmail.com se anche voi volete essere trattati malissimo

You can write books about anything

febbraio 24th, 2010 § 1 commento

[Trovato qui]

Anche i boa strangolano

gennaio 29th, 2010 § 2 commenti

Ieri sera ho masterizzato un disco mp3 [è così che dicono i ragazzi?] da ascoltare in macchina e sono andato da Blockbuster.
Già dal parcheggio sembrava ci fosse più gente di quanta mi sarei aspettato di trovare alle sei di un giovedì qualunque. Appena sono entrato ho riconosciuto uno, alla cassa, un mio compagno di classe del liceo. Nonostante fosse di spalle e non lo avessi più visto [di spalle o di fronte] da almeno un paio d’anni, non ho avuto il minimo dubbio che fosse lui. Stesso cappotto, stesso taglio di capelli dei tempi della scuola: era lui, e io di corsa sono andato a nascondermi tra gli scaffali, sperando che non si fosse accorto di me. A dir la verità ne ero sicuro, e il fatto che fosse alla cassa mi tranquillizzava perché voleva dire che se ne astava andando. Mi sono già ritrovato in situazioni simili: so cosa fare.
Ovviamente le copie di Up erano tutte già prese. Ho ripiegato sull’ultimo Tarantino, ché tanto volevo rivederlo in versione originale.
Quando è arrivato il mio turno alla cassa, mentre cercavo la tessera nel portafogli, ho avvertito la presenza di qualcuno dietro di me. Imprudentemente mi sono voltato e l’ho guardato, lui, l’ho guardato bene. In quella frazione di secondo aveva la testa girata dall’altra parte così non mi ha visto. Era come in quel film coreano col tizio che in carcere impara a diventare invisibile – se non mi ricordo male. Era difficile che non mi riconoscesse: stesso cappotto anch’io. La barba e gli occhiali non credevo che sarebbero bastati a nascondermi.
La cassiera ci ha messo una vita. Mi ha dato il resto. Mi ha dato lo scontrino. Era lentissima. Ha detto: “Va riconnsegnato entro sabato mattina”. Io ho detto: “Grazie, ciao”, e sono uscito. Mentre la porta si chiudeva ho sentito lui che diceva: “Prendo questo”. Ho sentito la sua voce.
In macchina ho alzato il volume per l’unica canzone di tutto il disco che volevo veramente ascoltare. Si chiama Silver Soul, è dei Beach House. Secondo me è perfetta. [All'inizio volevo scrivere solo della canzone, invece sto scrivendo un po' di me. Non so che dire].
Il vocabolario dice che la perfezione è “il grado qualitativo più elevato, tale da escludere qualsiasi difetto e spesso identificabile con l’assolutezza o la massima compiutezza.” Viene dal latino perfectionem, derivato da perfectum, “compiuto” [participio passato di perficere, composto di per, "fino in fondo", e facere, "fare"]. Il contrario di perfezione è imperfezione.
Ieri sera ho pensato che il contrario di perfezione è anche quando tutto è assoluto, tutto è compiuto, senza ostacoli, solo che è vuoto. Quando tutto quello che fai, che fai sempre, tutti i giorni, serve a una cosa che non sai cos’è, ma se ci pensi scopri che è sbagliata. Quando fai fino in fondo e il fondo è un buco nero.

Ho sentito qualcuno dire che uno dei modi più “umani” di uccidere un uomo è lo strangolamento, per via dei pollici opponibili. Però anche i boa strangolano, e dato che loro non hanno pollici, né mani, né niente, c’è da dubitare che siano gli unici altri animali oltre l’uomo capaci di farlo. Forse solo i pesci è davvero impossibile che ci riescano.
Quando si dice “animali” non mi vengono mai in mente, i pesci.

Foyer du cinéma #1

gennaio 20th, 2010 § Lascia un commento

Cinema Barberini
Piazza Barberini, 24-25-26
00100 – Roma

19/01/10 19:15
Avatar 3D

Andiamo di corsa ché è tardi. Le scale mobili le facciamo volando. Come sempre in questi casi, il treno non passa e cammino nervosamente in circolo sulla banchina. – La metro B è bloccata da stamattina -, dico a mia sorella. Lei guarda l’orologio. Sono già le sette. Stiamo andando al Barberini a vedere Avatar in 3D.
- Per fortuna l’uscita della metro è proprio davanti al cinema -, dico. Nonostante questo, quando apriamo le porte a vetri del multisala sono ormai le sette e un quarto. C’è la fila. E’ aperta solo una cassa. In fila ci stanno una suora e un prete. Sono giovani, sembrano sudamericani. Penso che forse non ho mai visto un prete e una suora fare la fila al cinema.
Sentiamo la cassiera dire che per Avatar ci son rimasti solo posti laterali. Mi sento un idiota. All’improvviso, come se qualcuno mi avesse rovesciato qualcosa addosso, mi sembra che stare lì a fare la fila dietro a quel prete e a quella suora sia del tutto inutile. Mi sembra che il film non abbia alcun bisogno di me per essere visto. Dico a mia sorella di uscire. Le mi dice – Va bene -.
Guardiamo gli orari delle proiezioni sul foglio appesso fuori la porta.
- Lo fanno all’una, in 3D e in versione originale. Se domani mattina non hai lezione potremmo andarci -. – Domani c’è lo sciopero della metropolitana -, dice.
- Ma magari ci stanno le fasce garantite. All’una e coi sottotitoli, non dovrebbe esserci gente -.
- Non lo so. Adesso che si fa?-.
- C’è un altro cinema, più su. Possiamo andare a vedere che fanno -.

****

Cinema Fiamma
Via Bissolati, 47
00100 – Roma

19/01/10 20:00 Sala 1
La prima cosa bella

Prezzo: 7,50 euro

Io e mia sorella viviamo insieme da quando è nata (io sono più grande), eppure adesso che camminiamo per via Barberini stiamo in silenzio e io la precedo come due che non vanno nemmeno dalla stessa parte. Non è che non le voglia bene, né che lei ce l’abbia con me per qualche motivo. In realtà, non lo so.
Aspettiamo che il semaforo diventi verde e attraversiamo la strada. Al Fiamma alle otto c’è La prima cosa bella. Manca ancora mezz’ora. Le dico che potremmo cercare un bar per prendere qualcosa. Ho fame, non ho pranzato. Lei dice – Va bene -.
Via Bissolati è una sfilza di banche. Al primo incrocio decidiamo di tornare indietro. Le chiedo dell’università, degli esami. Lei mi racconta delle aste su eBay per accaparrarsi un cellulare. Alle otto meno un quarto entriamo per fare i biglietti.
- Qui all’intervallo c’è un tizio in uniforme che entra in sala a vendere roba da mangiare -, dico.
Mentre cerco i soldi nel portafogli la porta del cinema si apre e entrano Raul Bova e la moglie. Non so perché faccio finta di non accorgermene. Mi faccio da parte mentre la cassiera baldanzosa dice – Ditemi! -. Lui prende due biglietti per il nostro stesso film e esce. Mia sorella mi sfiora una mano e sussurra – L’hai visto? -. Io dico di no.
Entriamo in sala e ci sediamo. Poco dopo Raul Bova e consorte si siedono nella fila davanti alla nostra. Mia sorella me lo indica.
Accanto a me c’è un signore sovrappeso che sembra che russi ma è sveglio.
Quando il film finisce e usciamo in strada, per non far vedere che ho pianto dico – Pediniamo Raul Bova -.

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